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Correggio, sul caso amianto "processi verso la prescrizione"

Ciro Maiocchi della Cgil: «Sempre più imputati assolti, bisogna dimostrare dopo anni che la vittima ha inalato la dose killer»

CORREGGIO. Sui cinquanta processi per le malattie e i decessi provocati dall’amianto che sono avviati in Italia – quattro dei quali a Reggio – incombe la minaccia dell’assoluzione o della prescrizione.

La Cgil non si rassegna e chiama a raccolta gli avvocati, i magistrati e gli esperti impegnati nelle interminabili battaglie legali per raddrizzarne e accelerarne gli esiti a favore dei lavoratori colpiti e delle loro famiglie.

Se ne discuterà oggi alla Camera del lavoro di Reggio Emilia in un convegno nazionale dal titolo “Processi d’amianto. Odissea infinita”, al quale parteciperà anche Maurizio Landini.

«Fino al 2010 – spiega Ciro Maiocchi, coordinatore del dipartimento Ambiente e sicurezza della Cgil reggiana – i processi avevano uno sbocco positivo. Gli imputati erano condannati in base al principio che l'esposizione continuativa all'amianto aveva provocato nel tempo un accumulo della sostanza capace di provocare il mesotelioma. Ora, invece, prevale un’altra teoria. Si deve dimostrare, trenta o quarant'anni dopo, che la vittima di questo tumore mortale aveva inalato la dose killer e che l'imputato ne era responsabile. È quasi impossibile provarlo, tant’è che molte condanne pronunciate in primo e secondo grado sono state annullate dalla Cassazione. In questo modo si rimuove il crimine alla radice. Nel processo alla Breda termomeccanica di Milano si è data la colpa al fumo. In quello all’Ogr di Bologna, dove sono morti 220 lavoratori, si è concluso che il fatto non sussiste. Nel processo Eternit, le condanne inflitte in primo e secondo grado sono state poi vanificate dalla prescrizione in base alla legge Cirielli. Nell’Eternit-bis il reato ipotizzato è stato derubricato a omicidio colposo e spacchettato in quattro tribunali. Quello di Reggio Emilia esamina due casi, che s’aggiungono ai 240 di Vercelli, agli otto di Napoli e ai due di Torino. Così i famigliari – prosegue Maiocchi – sono sempre più sfiduciati e scoraggiati dall'impegnarsi in azioni legali lunghissime, costose e probabilmente infruttuose. Il rischio è che non si facciano più processi».

Attualmente in Italia sono 1.500 le parti civili impegnate nei 50 procedimenti avviati contro 500 imputati per i danni dell'amianto, che finora ha causato 28 mila decessi, 1.600 all’anno. Il problema è che questa sostanza manifesta i suoi effetti nefasti trenta o quarant’anni dopo l'esposizione. Ciò contribuisce a fare cadere il reato in prescrizione.

«I termini della prescrizione sono stati allungati – ammette Maiocchi – ma ciò non basta ad assicurare la punizione degli imprenditori e dei dirigenti accusati di avere esposto i lavoratori all’amianto. Si dovrebbe fare decorrere

la prescrizione dei reati di natura ambientale non dal momento in cui è avvenuta la contaminazione, ma da quando è stata diagnosticata la malattia. Si devono trovare postulati giuridici nuovi, rispettosi dei principi costituzionali».

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