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Sesso in chat: «Una patente per usare gli smartphone»

Reggio Emilia: la proposta dell’insegnante reggiano Matteo De Benedittis riscuote interesse e suscita discussioni a livello nazionale 

REGGIO EMILIA. Non demonizza la tecnologia tout court. Anzi, lo smartphone lo utilizza anche in classe come strumento di apprendimento. Questo non toglie che sull’uso dei cellulari il professor Matteo De Benedittis abbia le idee piuttosto chiare: «Serve una legge che regolamenti l’uso dei dispositivi smart e, in particolare, una legge che sancisca la necessità di un patentino per l’uso degli smartphone». De Benedittis, insegnante di Lettere al Convitto “Corso” di Correggio, lo ha scritto sul suo blog e lo ha ripetuto, suscitando molto interesse, giovedì mattina alla trasmissione di RadioTre “Tutta la città ne parla” in una puntata nata dal recente episodio di cronaca che riguarda lo scambio di foto hard tra ragazzine minorenni sui social.

Professore, come nasce la sua idea di un patentino per l’uso degli smartphone?

«L’anno scorso, quando è entrata in vigore la legge sul cyberbullismo, ho pensato di fare un sondaggio tra i miei studenti di prima, terza e quinta chiedendo se sul loro cellulare avessero foto erotiche di persone che conoscevano. Il 50% ha risposto di sì. Ho trovato questo dato allarmante e, da qui, ho pensato come arrivare ad un uso responsabile da un lato del proprio smartphone, dall’altro del proprio corpo. Quindi l’idea di un patentino».

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Qualcuno potrebbe sostenere che normare l’uso dello smartphone corrisponda a una limitazione della libertà personale.

«Non è così. L’idea nasce dal desiderio di aiutare le famiglie e gli adolescenti nella prevenzione del cyberbullismo, delle cyberdipendenze e di tutte le dinamiche negative, gli abusi e gli eccessi che si possono sviluppare in ambiente virtuale. Il presupposto è che lo smartphone non sia meno pericoloso di un’automobile e nessuno può sostenere che la patente di guida limiti la nostra libertà: l’uso scorretto dei social non mette in pericolo la salute fisica, come nel caso di un incidente in automobile, ma la salute psichica e la qualità delle relazioni».

L’altra mattina su RadioTre, qualcuno le ha chiesto in modo impertinente perché non proporre un patentino anche per iniziare a fare sesso o a bere alcolici...

«Perché forse non esistono norme che regolamentano la sessualità come l’uso di alcolici? Vede, io sono profondamente convinto che le leggi siano in grado di creare cultura. È stato così per il cyberbullismo, per il fumo, per lo stalking. E lo può essere anche per l’uso consapevole di uno smartphone. Una legge in questo senso non solo sarebbe utile per i suoi effetti concreti nel senso che prorogherebbe l’accesso alla rete ad un’età nella quale serva davvero, limitando e prevenendo fenomeni pericolosi, ma anche per il messaggio che lancerebbe: gli smartphone non sono innocui».

Un concetto che appartiene già al senso comune.

«È vero. Molti genitori la pensano esattamente così. Ma è anche vero che la famiglia non basta e una legge potrebbe regolamentare una tendenza già presente nel senso comune. Sempre nel mio sondaggio, chiedevo ai ragazzi se i genitori controllassero il loro uso dello smartphone. Ancora una volta il risultato è stato un 50%. Senza colpevolizzare nessuno, è un altro motivo per sentire l’esigenza di una normativa».

Tornando ai ragazzi e alla sua esperienza sul campo, quanto sono consapevoli dei pericoli del web?

«Proprio in occasione dell’ultimo episodio di cronaca che riguarda lo scambio di foto hard da parte di ragazzine minorenni, ne abbiamo parlato in classe. E tutti hanno giudicato quantomeno ingenuo il comportamento delle ragazze dimostrando di essere coscienti dei pericoli che si corrono con un certo uso disinvolto dei social. Poi in pratica, probabilmente, si comportano diversamente considerando la percentuale del 50% che citavo all’inizio. Questa è la contraddizione. Perché c’è anche un altro aspetto legato all’uso dello smartphone: i telefonini fanno sentire i giovani in qualche modo onnipotenti e, in quel momento, non realizzano il fatto che con quegli stessi telefonini possono farsi e fare molto male».

Ci sono fasce di giovani più a rischio?

«Innanzitutto non c’è nessuna differenza tra il tipo di scuola frequentata anzi, a volte chi frequenta gli istituti professionali è più sgamato rispetto a un liceale. E non è neppure il livello sociale della famiglia a fare la differenza. Piuttosto, ad essere più a rischio sono i ragazzi con relazioni povere e di bassa qualità, fondamentalmente soli, che non hanno un tessuto relazionale solido. E tornando al patentino, difenderebbe innanzitutto le fasce deboli di cui abbiamo parlato».

Questo uso spregiudicato dei social non ha a che fare in parte con la mancanza d’interessi?

«Un problema è rappresentato senza dubbio dalla ricchezza. Oggi i ragazzi hanno tutto e, avendo tutto, non hanno più desideri. Quindi si annoiano e, di conseguenza, fanno scemenze. Ma visto che le fanno con un telefonino in mano, diventano pubbliche. Perché diciamolo, chi da adolescente non ha fatto delle scemenze? La trasgressione è sempre esistita ma rimaneva ad un livello circoscritto e privato. La differenza è che oggi, con la tecnologia, tutto quello che facciamo viene ingigantito (nel bene e nel male) e può, senza troppa difficoltà, diventare pubblico provocando conseguenze molto più gravi».

©RIPRODUZIONE RISERVATA


 

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