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Cari vecchi compagni quella religione è finita

Il parlamentare ex Dc ricorda un colloquio fra Pajetta e Maria Eletta Martini Lui nel 1989 le disse che Dio è crudele: mi fa vivere la morte del comunismo

Condivido il giudizio del professor Silvio Pons, presidente dell’Istituto Gramsci e uno dei maggiori studiosi a livello internazionale del comunismo (ha curato da ultimo la monumentale opera Cambridge History of Communism): “Il comunismo non ha lasciato alcuna eredità ideale o culturale, nemmeno in occidente”.

Se proprio se ne vuole rintracciare una, bisogna guardare alla Cina contemporanea dove assistiamo alla manifestazione della “capacità di guidare la modernizzazione ad opera dello Stato”.

Ma stiamo parlando, se vogliamo usare il vecchio linguaggio marxista, di sovrastruttura, perché la struttura, cioè l’economia, è indiscutibilmente anche lì quella capitalista.

Forse c’è qualcosa di sotterraneo e subliminale anche nella Russia di oggi, nel senso che, quando definiamo Putin il nuovo zar, ci riferiamo più al modello di Stalin che a quello di Nicola II.

Solo se introduciamo la categoria della subliminalità possiamo trovarne qualche traccia anche a Reggio Emilia, perché a livello di razionalità e consapevolezza non c’è evidentemente più niente nemmeno qui.

Si, conserviamo ancora il nome di qualche via (via Rivoluzione d’Ottobre, via Lenin...) e persino, a Cavriago, la statua di Lenin (che mi risulta riapparirà in questi giorni in televisione ad opera del divertente comunista romagnolo Ferrini), ma si tratta per lo più di caricature sopravvisute a ciò che è stata anche da noi la memoria di quel 7 novembre 1917.

Con ciò non voglio togliere nulla all’importanza storica di quella rivoluzione. Ma rare volte si è assistito in così breve tempo alla totale distruzione della memoria di un evento che, determinando la fine del millenario “sacro regno russo”, venne a suo tempo paragonato alla fine di Roma e Bisanzio.

Ciò che venne dopo il 1917, il bolscevismo, non è stato infatti solo un fatto politico ma - come ha osservato Nikolaj Berdjaev, il grande studioso delle premesse filosofiche di questa rivoluzione - un fatto religioso, nel senso che la sua pretesa riguardava una percezione e visione del mondo che avvolgeva tutto l’uomo, la sua essenza, i suoi sentimenti, le sue esigenze, le sue problematiche esistenziali, con lo spirito di un “fanatismo religioso”: da una parte il regno di Dio identificato nel proletariato, dall’altra il regno di Satana rappresentato dalla borghesia.

Il fanatismo alimentò e giustificò l’autoritarismo nazionalista e la violenza crudele di massa.

Per lunghi anni anche chi contrappose l’Ottobre ideale della purezza rivoluzionaria di Lenin e Trotskji alla sua deformazione staliniana, tacque infatti sul terrore di massa, sulla repressione di ogni pensiero e sulla imposizione della verità di stato.

Ma a che serve ricordare tutto questo, quando tutto è finito, per di più in quel modo così imprevisto e - per molti aspetti - così incredibile?

Personalmente conservo il ricordo di un colloquio drammatico sui divanetti del transatlantico di Montecitorio fra Giancarlo Pajetta e Maria Eletta Martini, nel settembre del 1989, quando Solidarnosc stava per incassare la vittoria contro il regime polacco, che ho avuto la possibilità di origliare da breve distanza, anche grazie alla voce tuonante del primo interlocutore. Posso riferire le parole testuali, tanto mi rimasero impresse nella mente: “Il tuo Dio, se esiste, è un Dio crudele!” disse Pajetta alla parlamentare democristiana. “Perché ti permetti una simile affermazione, Giancarlo?”.

“Lo ripeto: è un Dio crudele, perché mi ha fatto vivere sino ad oggi, per farmi toccare con mano la fine del comunismo. Cioè il fallimento della mia vita. Io ho dato dieci anni di galera per questa fede, capisci? È come se a te dicessero che hai dato la tua vita per un Dio che non esiste”.

Il crollo del Muro, la fine del comunismo, lo scioglimento dell’Unione Sovietica, sono stati una tragedia per milioni di persone nel mondo e per decine e decine di migliaia a Reggio Emilia. Ricordo ancora un discorso di Zaccagnini ai giovani democristiani, in quel periodo, in cui li invitava a pregare per la sofferenza di tanti comunisti - credenti nel comunismo in buona fede - su cui qualche giornalista della destra fece dell’ironia.

Erano tempi in cui ci si combatteva, si collaborava anche, ma, soprattutto, ci si rispettava reciprocamente per la fede di ognuno: la fede era materia normalmente estranea alle polemiche politiche, e che quella comunista fosse una specie di religione lo affermarono più volte sia Togliatti che Berlinguer. Ma oggi che resta di tutto ciò? Niente.

Non so come vivano questo centesimo anniversario della Rivoluzione d’Ottobre tanti anziani (perché i giovani per lo più sono nati dopo il 1989) ex comunisti. Immagino con una certa tristezza e, forse, molti rimpianti. Immagino anche con una certa insofferenza per la prosopopea e la supponenza di alcune polemiche odierne all’interno del campo della sinistra, come a dire: state uniti, continuate a impegnarvi per una maggiore giustizia e sempre in difesa della povera gente, ma guardate avanti, che, se invece vi voltaste indietro, vedreste troppe macerie.

Qualcuno peraltro si attarda a cercare inutilmente, nella politica e nelle amministrazioni locali di oggi, i segni di un tempo che fu.

No, non c’è più traccia di comunismo. Ci possono essere errori e responsabilità negative, ma appartengono tutti al tempo che viviamo. E, peraltro, da reggiano che non è mai stato comunista, mi permetto concludere con una osservazione. Se all’inizio degli anni Cinquanta, quando un segretario di federazione provinciale intelligente e coraggioso come Valdo Magnani,
vide con singolare presbiopia quale sarebbe stato il destino del comunismo sovietico e, dunque, anche italiano, fosse stato ascoltato, forse tanta sofferenza sarebbe stata evitata.

*già segretario . del Partito Popolare Italiano. ex vicepresidente . della Camera dei deputati.

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