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«Ammalarsi di cancro a 19 anni: io l’ho sconfitto»

Reggio Emilia: Giovanni Bodini si era appena iscritto all’università quando si è ammalato. La diagnosi: leucemia linfoide acuta. «È fondamentale non essere lasciati soli»

"Ho avuto il cancro a 19 anni e l'ho sconfitto" Giovanni Bodini ha 41 anni, è ingegnere e vive a Reggio Emilia. Testimonial dell'Associazione italiana per la ricerca sul cancro, si era appena iscritto all’università quando si è ammalato di leucemia linfoide acuta. Ecco la sua storia (video a cura di Tecla Biancolatte) Leggi Così sono guarito dal cancro

REGGIO EMILIA. «Per tanto tempo mi sono sentito defraudato degli anni più belli della mia vita e mi sentivo in diritto di pretendere risarcimenti che non erano mai sufficienti. È stato un percorso lungo, ma oggi sono arrivato addirittura a tracciare un bilancio positivo. E sento di avere l’obbligo di vivere anche per chi non ce l’ha fatta». Giovanni Bodini, 41 anni, ingegnere, originario di Cremona e cresciuto a Roma, lavora e vive Reggio Emilia con la moglie Laura e i figli Chiara e Michele. Di anni ne aveva 19 quando ha scoperto di essere affetto da leucemia linfoide acuta. E il ventesimo compleanno lo ha “festeggiato” attaccato a una flebo. Oggi, raccontare il suo calvario è diventato un modo per aiutare gli altri. Ripercorrere gli anni della malattia un’occasione per trasmettere forza e coraggio ai malati e ai loro famigliari. Anche per questo ha accettato di diventare testimonial dell’Airc.

Come ha scoperto la malattia?

«Era il 1996 e non avevo ancora compiuto vent’anni. Dopo la maturità classica, mi ero iscritto a Ingegneria. Tutto sembrava andare per il meglio, studiavo all’università, uscivo con gli amici, giocavo a rugby e lavoravo con associazioni di volontariato, ma giorno dopo giorno ho iniziato a sentirmi sempre più stanco, mi mancavano le forze. All’inizio non mi sono preoccupato: per prepararmi agli esami universitari avevo sospeso gli allenamenti e quando ho ricominciato mi sentivo al 70 per cento delle mie potenzialità. Ho dato la colpa alla mancanza d’allenamento. Ma poi le cose sono peggiorate. Se facevo due rampe di scale mi si annebbiava la vista. Quindi sono andato dal mio medico».

Qual è stata la diagnosi?

«In realtà il medico mi ha prescritto dei ricostituenti e, contemporaneamente, mi ha fatto la richiesta per gli esami del sangue. Il mattino seguente, la prima cosa che ho fatto sono stati proprio gli esami del sangue e al pomeriggio, uscito dall’università, sono andato a ritirare gli esiti. L’infermiera che me li ha consegnati mi ha subito chiesto se fossi solo... Ho chiamato il mio medico e gli ho portato gli esami: l’emoglobina era bassissima e i dati tutti sballati. Mi ha detto di presentarmi il mattino successivo, alle 7, al Centro di Ematologia del Policlinico Umberto I. Una volta arrivato all’accettazione mi hanno chiesto l’età e io ho detto di avere 20 anni, anche se non li avevo ancora compiuti. Mio padre mi ha corretto dicendo che in realtà erano 19. Così, ed è quello che volevo evitare, mi hanno indirizzato all’Oncologia pediatrica. Dopo un’ora sono stato sottoposto alla prima trasfusione di sangue».

Si era già reso conto della gravità della situazione?

«Mi ricordo ancora che era un giovedì. E mi hanno ricoverato subito. Il venerdì sono arrivati nella stanza i medici e mi hanno spiegato tutto: la diagnosi era di leucemia linfoide acuta, erano sicuri che ce l’avrei fatta ma sarebbe stato un percorso lungo. Avrei dovuto fare prima la chemioterapia poi la radioterapia... avremmo cominciato il lunedì».

Si ricorda, in quel momento, la sua reazione?

«Avevo fretta di iniziare le cure e lunedì mi sembrava troppo lontano. Mi sentivo combattivo. Poi, quando i medici sono usciti dalla stanza e con loro i miei genitori, sono rimasto per la prima volta solo. Forse quello è stato il momento peggiore. Ho provato uno scoramento e sconforto che pensavo insuperabili, davanti a me scorrevano anni che sarebbero stati difficilissimi. Non quelli che mi sarei aspettato di vivere a vent’anni. Ma quel momento non è fortunatamente durato molto. Ho subito cercato di tornare ad essere combattivo e coraggioso, anche per non pesare su chi mi stava intorno e devo dire, con il senno di poi, che essere stato ricoverato in Oncoematologia pediatrica è stata una fortuna. Mi sentivo protetto, assolutamente al sicuro, e con alcuni pazienti della mia età avevamo formato una bella compagnia. Tra l’altro, all’interno dell’ospedale, godevamo di una certa libertà e riuscivamo anche a divertirci».

Il percorso sarebbe stato comunque lungo e i medici non glielo avevano nascosto.

«Non solo i medici. Mi ricordo che un infermiere mi disse: “Sei iscritto a Ingegneria? Preparati a laurearti qui dentro”. In realtà ho fatto tre cicli di chemioterapia, altrettanti ricoveri e diversi day hospital, poi la radioterapia. Tra l’altro dovevo seguire un protocollo di cure appena definito, per cui non c’erano termini di paragone, e soprattutto psicologicamente era durissima non sapere quale sarebbe stata la tappa successiva. E io, che nella vita sono sempre stato più un corridore da brevi distanze, ho dovuto imparare cosa significa affrontare una maratona. Quello stesso infermiere, cinico ma sincero, quando vedeva il nostro gruppetto in reparto scherzare, fare progetti, o anche solo giocare a carte, ci diceva: “Non affezionatevi troppo”. In realtà nessuno di loro ce l’ha fatta, tranne me».

Non si è mai sentito solo?

«Questo no, mai. Grazie in particolare ad un’amica dell’università, sono riuscito più o meno a tenere il passo con gli studi, poi c’era la mia famiglia, gli amici, i compagni del rugby. Mi è stato raccontato che un giorno la mia squadra, il Rugby Frascati, ha saltato l’allenamento perché l’allenatore aveva deciso che quel giorno c’era altro da fare: tutti i miei compagni sono andati a donare il sangue per la “tipizzazione” indispensabile per un’eventuale donazione del midollo osseo. E poi a seguirmi sono stati medici incredibili a partire dal professor Franco Mandelli alla dottoressa Anna Maria Testi, una vera e propria mamma adottiva presente in qualsiasi momento e per qualsiasi problema. Basti pensare che sette anni fa, facendo gli esami del sangue, mi ero accorto che avevo poche piastrine: le ho subito telefonato e lei mi ha risposto “ma Giovanni, tu hai sempre avuto poche piastrine”. A distanza di anni, non solo si ricordava di me ma, per filo e per segno, delle mie cartelle cliniche».

Quando è stato dichiarato guarito?

«Nel 1999 ho fatto l’ultima puntura e, dopo due anni, sono stato dichiarato formalmente guarito. Nel frattempo, era il 1998 e dovevo ancora sottopormi alle cure anche se ormai più lievi, ho conosciuto Laura, che sarebbe diventata mia moglie. Il suo aiuto è stato fondamentale per affrontare le ultime terapie ma soprattutto per accettare psicologicamente la malattia. Perché mi ero tenuto dentro troppe cose e facevo fatica a raccontare il mio percorso dentro la malattia. Con Laura è stato diverso, mi sono finalmente aperto e sono riuscito a metabolizzare tutto ciò mi era accaduto, al punto che adesso posso dire che sono quello che sono anche grazie alla malattia: un uomo in grado di affrontare le sfide più difficili, che non si ferma davanti a nulla, con una scala di priorità che non sarebbe la stessa senza essere passato attraverso la malattia. Con Laura, dieci anni giusti dopo la guarigione, ho anche fatto il Cammino di Santiago, oltre 500 chilometri a piedi. Anche questa esperienza è una tappa importante della mia storia».

Pensando agli amici con i quali ha condiviso un pezzo importante di strada, prima di perderli, cosa prova?

«Il fatto di essere stato l’unico “sopravvissuto” mi ha per qualche tempo fatto sentire in un certo senso colpevole. Perché proprio io? Poi sono riuscito a vedere un’altra realtà: se ero vivo avevo l’obbligo di vivere anche per loro. In particolare sono rimasto legato al fratello e al padre di uno di loro: ci sentiamo, e so che mi considera quasi una parte di suo figlio in un estremo attaccamento alla vita. Così è per me: condividevamo la passione per lo snowboard. Mi è capitato, dopo la malattia, di praticare questo sport davanti a panorami mozzafiato e in situazioni estreme: in quei momenti, mi è sembrato di avere qualcuno accanto a me».

Anche per questo ama incontrare, nell’ambito del suo impegno nell’Airc, genitori di bambini e ragazzi malati. Qual è il suo approccio?

«Cerco di infondere loro coraggio raccontando semplicemente la mia storia. E quando vedo che il loro sguardo si posa sulla mia testa, senza capelli, mi affretto a rassicurarli. «Tranquilli, non è stata la chemio... è tutta colpa d’Ingegneria».

©RIPRODUZIONE RISERVATA
 

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