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Processo Aemilia, il pentito: «A Reggio comanda tuttora Sarcone»

Processo Aemilia, il pentito: «A Reggio comanda tuttora Sarcone»

Reggio Emilia, il boss è in cella dal 2015 ma per Valerio continua ad essere il capo: «È il reggente da quando fu ucciso Raffaele Dragone»

REGGIO EMILIA. Dall’alba in cui avvenne il maxi blitz dell’operazione Aemilia – cioè dal 28 gennaio di due anni fa – Nicolino Sarcone è dietro le sbarre e per l’accusa di essere un “big” della cosca con epicentro a Reggio Emilia è già stato condannato in Appello a 15 anni di reclusione, per non parlare dei 10 anni di carcere che sono sopraggiunti in Cassazione come pena definitiva per il coinvolgimento di primo piano in Edilpiovra.

LA REGGENZA. Ma cella e condanne non l’avrebbero piegato, perché ieri – nel maxi processo in corso nell’aula-bunker – il pentito Antonio Valerio ha detto senza tentennamenti: «La reggenza della “locale” a Reggio Emilia è di Sarcone e mi riferisco dall’omicidio di Raffaele Dragone (il figlio del boss, ucciso nel 1999, ndr) sino ai giorni nostri». Un’affermazione lapidaria che arriva nel bel mezzo del controesame dell’avvocato bolognese Stefano Vezzadini (difensore di Gianluigi Sarcone e Gianni Floro Vito) che porta il collaboratore di giustizia ad illustrare le dinamiche della cosca, spesso e volentieri a tinte cupe, fra delitti, lotte intestine, tradimenti.

TRADIMENTI. Un racconto criminale che il pentito fa – sulla scia delle domande del difensore – toccando i destini di diverse persone che colloca nel clan, con rischi annessi a faide interne. «Francesco Grande Aracri va in galera per l’operazione Edilpiovra (fu arrestato nel 2003 e poi condannato per mafia, ndr) e per lui è un “marchio”, non vede più nessuno» per poi aggiungere che il fratello di Nicolino Grande Aracri da quel momento non potrà – a Brescello – che stare vicino ad Alfonso Diletto che diventa l’uomo che conta. Un “marchio”, quello di Edilpiovra, che non peserà – a dire di Valerio – più di tanto su Nicolino Sarcone: «Volevamo subentrare a lui quando fu condannato a 8 anni e 8 mesi (si riferisce alla sentenza di primo grado del gennaio 2013, ndr) perché era il momento di dargli scacco, ma non ci riuscimmo». Un colpo di mano che non riuscì anche perché l’ambiente ’ndranghetistico descritto è da brividi, pieno di doppiogiochisti.

I DELITTI PIANIFICATI. «Io e Roberto Turrà scoprimmo che entrambi avevamo avuto l’ordine di farci fuori. C’erano dei “traggiri” (è il solito termine usato dal pentito per condensare in una sola parola «raggiri, trame, intrallazzi e tragedia»). Non mi fidavo di nessuno. Andai con Sergio ad incendiare il capannone di Blasco, ma la stessa cosa non la fece Turrà con il capannone di Sarcone perché non voleva metterselo contro». Del resto che Sarcone non gradisse personaggi che sul territorio gli facessero ombra lo rivela lo stesso collaboratore di giustizia parlando dell’arrivo nel Reggiano di Angelo Salvatore Cortese che ora è un pentito ma ai tempi era uno spietato ’ndranghetista: «Blasco mi portò in un cantiere in cui Sarcone mi disse che c’era da uccidere Cortese perché non se lo filava più come amico. Diedi la mia disponibilità per farlo fuori». Un delitto che non maturerà perché poi Cortese sposterà i suoi interessi mafiosi su Parma. Un argomento – questo della disponibilità ad uccidere – che Valerio affronta con un’agghiacciante naturalezza.

IL PREZZO DI UN KILLER. E girano parecchi soldi, 200-300mila euro, per ammazzare – per esempio – il boss Antonio Dragone nel 2004 durante la faida con i Grande Aracri. «Gli omicidi costano. Ad una persona che va a sparare non glieli vuoi mettere in mano almeno 10mila euro? Devi rubare macchine, trovare le armi, fare appostamenti. I killer hanno famiglie da sfamare, vanno pagati». E Valerio che ha rivelato d’aver fatto parte del commando che nel 1992 ammazzò Giuseppe Ruggiero a Brescello con l’escamotage dei finti carabinieri ricevette dei soldi, venne “premiato”? La domanda dell’avvocato Vezzadini, sotto la forma del “premio”, non risulta per nulla gradita a Valerio (del resto ieri ha polemizzato con il difensore più volte, il che ha richiesto a più riprese l’intervento del presidente Francesco Caruso per rimettere in carreggiata

il controesame) che risponde piccato: «Non ho ricevuto soldi, mi portavano la droga a casa (era ai domiciliari al tempo, ndr) e me la davano a prezzo basso, di qualità buona, si poteva tagliare. Ma non era un premio, era un dare-ricevere a sostegno».


 

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