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Valerio rivela ad Aemilia «Noi più forti dei Casalesi»

Valerio rivela ad Aemilia «Noi più forti dei Casalesi»

Il collaboratore di giustizia racconta come respinsero da Reggio i camorristi «Avevamo un’organizzazione orizzontale, al Nord conta ciò che fai non il grado»

REGGIO EMILIA. Il pentito Antonio Valerio ritorna sul clan radicatosi nel Reggiano e ne illustra il momento-chiave (che colloca nel 1992), l’organizzazione “orizzontale” e soprattutto la forza della cosca.

Quando l’avvocato difensore Vincenzo Belli domanda cosa avvenisse se un'altra organizzazione mafiosa volesse fare un “recupero crediti” a Reggio, il collaboratore di giustizia cita uno specifico episodio.

CAMORRA RESPINTA. «I Casalesi – rimarca – vennero qua e si rivolsero a Sarcone. Noi andammo a Bibbiano e io misi il “carico da 11” dicendo che non devo niente a nessuno». E in un secondo momento l’affondo più aggressivo: «Da Reggio Emilia dovete sparire e non vi voglio più vedere».

Insomma, Valerio dice chiaramente che la cosca era in grado di respingere le “invasioni” di gruppi mafiosi esterni, essendo «ben considerata» negli ambienti della criminalità organizzata: «Eravamo collegati con altre strutture, sono andato a casa di Zagaria» riferendosi al boss camorrista.

«A STATUTO SPECIALE». Nell’ennesima “tappa” dedicata ai controinterrogatori il pentito non si lascia sfuggire la possibilità di definire meglio la sua carriera criminale («Ero uno a statuto speciale ’ndranghetistico, con una mia autonomia. Il riferimento del clan era Sarcone, ma mi ero preso il mio spazio e anche in carcere stavo neutro, appartenevo a tutti i gruppetti e a nessuno»), per poi entrare più nel merito di come si muoveva la cosca, definendola «orizzontale, per non dare punti di riferimento», cioè in cui i membri, pur nel rispetto delle gerarchie, potevano muoversi piuttosto autonomamente.

STRUTTURA FLUIDA. «Sarcone era il capo dal 2007, ma si decise che la ’ndrangheta doveva essere diversa, la coppolicchia e la lupara erano un'icona superata».

Una cosca dunque fluida, prosegue il collaboratore di giustizia, legata ma indipendente non solo alla «casa madre» di Cutro, ma anche al suo interno. «Qui al Nord c'è tolleranza, non siamo nella profonda Calabria e anche là le cose sono cambiate e la 'ndrangheta non è più quella di osso, mastrosso e carcagnosso (i tre cavalieri spagnoli che, nella leggenda, avrebbero fondato le mafie moderne, ndr)».

RITI E GRADI. Le domande dell’avvocato difensore Carmen Pisanello gli fanno inoltre ripercorrere i maggiori “gradi” raggiunti nel contesto ndranghetistico: la “santa”, il “trequartino” e il “quartino”.

Ma di questi riti d’affiliazione non ne parla con trasporto, anzi li ritiene superati: «Sono cose folcloristiche, allegoriche, conta quello che hai fatto. Io il marchio ’ndranghetistico ce l’avevo già al Nord, non avevo bisogno di cariche. Nel 1992 facemmo dei fatti di sangue (l’allusione è agli omicidi di Nicola Vasapollo a Reggio Emilia e Giuseppe Ruggiero a Brescello, ndr) e avevamo dimostrato cosa sapevamo fare e quello valeva più delle cariche che, se percepite all’esterno, vieni individuato come ’ndranghetista».

Racconti che restano comunque
nel solco di un confronto piuttosto “elettrico” fra Valerio (spesso sbeffeggiante ed ironico) e gli avvocati che l’interrogano nell’aula-bunker, per non parlare del nervosismo nelle “gabbie” stoppato dalla Corte («Dovete seguire in silenzio»).

©RIPRODUZIONE RISERVATA



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