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Noi e il referendum lumbàrd, finché fosso non ci separi

L'editoriale del direttore Stefano Scansani sulle consultazioni referendarie in Lombardia e Veneto

REGGIO EMILIA. Quel fosso non ha nemmeno un nome. Eppure segna il confine che i leghisti vorrebbero di Stato, fra l’Emilia Romagna di qua e la Lombardia di là. È solo un fosso, neanche tanto grande, spesso asciutto, trova l’asfalto e sparisce in un tombino sotto la strada nazionale della Cisa, dentro il centro di Suzzara. E Codisotto, frazione di Luzzara, è esattamente a mille metri in linea d’aria.

Oggi di là si vota. I lombardi sono chiamati a partecipare al referendum leghista per l’autonomia di quella Regione, che coincide con la consultazione gemella promossa nel Veneto. Rosa camuna e Leone di San Marco in abbinata. Il referendum stereofonico coincide anche con il fosso, il quale se ne frega delle eccitazioni e dei primati maroniani o salviniani: scorre tra le case, i pollai, tra un capannone e le villette a schiera, i pioppeti, i marciapiedi, la prima nebbia. Di qua l’Emilia Romagna, di là la Lombardia.

O il fosso crede di essere il Po, oppure i leghisti esagerano? Esagerano. Qui sta il punto. Nel confine, che è tristemente politico. Ho scelto infatti una frontiera geografica dove la linea di demarcazione non c’è. Non esiste l’alibi del grande corso d’acqua e men che meno della catena montuosa, perché qui è tutto piatto e uguale: il Reggiano s’incastra nel Mantovano, così come più a levante fanno il Modenese e poi il Ferrarese. Se non te lo dice un cartello sei immerso in una straordinaria omogeneità.

Ma ve lo immaginate – ad esempio – il fosso suzzarese o luzzarese delimitare due sistemi sanitari, oppure due fiscalità diverse, due apparati contributivi, previdenziali, assistenziali, normativi, burocratici tra loro alieni? Già per un’ordinaria visita medica o per comprare medicine di qua, negli anni mi sono sentito straniero o immigrato. Perché io vengo dall’al di là del fosso. Inconcepibile. Esiste anche una inconcepibilità dell’autonomia. La mossa leghista si basa su tre negazioni e una pretesa. L’utilità della consultazione lombardoveneta è ben dipinta da un post firmato da Ravine-Befeldo, sulla pagina Facebook Kotiomkin.

Referendum per l’autonomia di Lombardia e Veneto. Ricordiamo che:

  1. Non serve la tessera elettorale
  2. Non serve raggiungere il quorum
  3. Non serve


La consultazione è necessaria però al Carroccio per pressare il governo di Roma in favore dell’autonomia lumbàrda oppure del Grande Nord (così sta scritto sui manifesti promozionali, come se Bèrghem o Padòa fossero appena sopra Bergen e Uppsala). O meglio, il referendum è funzionale all’obiettivo dello statuto speciale.

Il quesito stampato sulla scheda pare ovvio e ingenuo (ma non lo è), così similare alla domanda alla Catalano ti piace star bene o star male?: “Volete voi che la Regione Lombardia, in considerazione della sua specialità, nel quadro dell’unità nazionale, intraprenda le iniziative istituzionali necessarie per richiedere allo Stato l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative risorse, ai sensi e per gli effetti di cui all’articolo 116, terzo comma, della Costituzione e con riferimento a ogni materia legislativa per cui tale procedimento sia ammesso in base all’articolo richiamato?”.

Quel che deve mettere in guardia è il fatto che il governo lombardo, che ha pieni poteri di delega e rappresentanza, chiede ai cittadini l’autorizzazione a domandare al governo di Roma dei pezzi di autonomia. Contorta traiettoria. Come se la Lega nei suoi trent’anni di carriera non l’avesse mai fatto o tentato. Ricordate? Le ha provate tutte fra i lumbàrd e i serenissimi: secessione, Nordnazione, indipendentismo, federalismo, ora autonomismo...

Quel che serve al leghismo alle soglie di tre prove elettorali (politiche e regionali nel 2018, amministrative nel 2019) e per la guerra per la leadership nella destra, è la volontà popolare, il plebiscito. Quello che certifica, contabilizza il consenso, fa peso sulla bilancia delle richieste. È un referendum strumentale che s’incunea in una fase storica sensibilissima, fragilissima, anche azzardata.

Certo, la strategia leghista è tutta italiana, felpata, perché rispetta il quadro dell’unità nazionale, ma si realizza nel clima di tormento della Catalogna. Che significa partecipare alla rete di crepe che vanno dalla Scozia alle Fiandre, dai Paesi Baschi al Tirolo. La storia viene scritta dalle ricadute internazionali, e alla fine se ne infischia del carattere italiano della Lega che certo non è la Convergència Democràtica de Catalunya, ma mette comunque in discussione/pressione il sistema nazionale. O meglio l’impalcatura europea. Già pericolante.

Scritto questo, torno al fosso. Il quale nel suo piccolo (e asciutto) separa l’Emilia Romagna che ha scelto di chiedere più deleghe come previsto dal terzo comma dell’articolo 116 della Costituzione con un confronto diretto col governo di Roma. Bonaccini tre giorni fa infatti era a Palazzo Chigi a controfirmare l’intento con Gentiloni. Si è trattato di un contropiede ai colleghi Maroni e Zaia che hanno imboccato un’altra strada, una diversa maniera. Il fosso infatti separa l’Emilia Romagna dalla Lombardia ansiosa di una consacrazione da parte del popolo sovrano. Plebiscito (scelta decretata dalla plebe). Strumento che al riguardo dell’autonomia delle Regioni la Costituzione neanche si sogna di evocare.

Il testo del comma costituzionale è infatti chiaro e limpido: “Ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, concernenti le materie di cui al terzo comma dell'articolo 117 e le materie indicate dal secondo comma del medesimo articolo alle lettere l), limitatamente all'organizzazione della giustizia di pace, n) e s), possono essere attribuite ad altre Regioni, con legge dello Stato, su iniziativa della Regione interessata, sentiti gli enti locali, nel rispetto dei princìpi di cui all’articolo 119. La legge è approvata dalle Camere a maggioranza assoluta dei componenti, sulla base di intesa fra lo Stato e la Regione interessata”.

L’iniziativa odierna è quindi una prova di forza, pure dispendiosa, perché il referendum elettronico lombardoveneto che invoca più poteri e più risorse, costerà 64 milioni. Nei giorni passati il ministero dell’Interno aveva mandato preventivamente il conto a Maroni e a Zaia per il servizio straordinario delle forze dell’ordine ai seggi. Tre milioni a Milano, 2 milioni a Venezia. Le separazioni costano, i problemi restano. Oggi andrò a votare dall’altra parte del fosso. Poi torno.

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