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Aldo Cazzullo a Reggio Emilia: «Metti via quel cellulare»

Il giornalista oggi pomeriggio all’Arco per presentare il suo ultimo libro. E stasera il “bis” a Bagnolo 

REGGIO EMILIA. I suoi figli gli avevano detto di non farlo («Finirai per farti odiare dalla nostra generazione, e anche dalla tua. Continuerai a vendere i tuoi libri soltanto alle anziane signore») ma Aldo Cazzullo non li ha ascoltati. E così ecco “Metti via quel cellulare. Un padre. Due figli. Una rivoluzione”, un dialogo serrato tra il giornalista e i suoi figli Francesco, 20 anni, e Rossana, 17, che sarà presentato oggi alle 18 alla Libreria All’Arco (alla presenza del vescovo Massimo Camisasca e del campione olimpionico Giuliano Razzoli) e poi ancora alle 21.15 nell’ex refettorio del convento dei Frati minimi in piazza Garibaldi a Bagnolo.

Di che cosa parla il libro?

«Della rivoluzione digitale che sta cambiando tutto: la vita in famiglia, l’economia, la cultura, la politica. Per scriverlo sono partito dalla quotidianità, dalle cene che non sono più cene, dalle vacanze che non sono più vacanze ma lotte – perse in partenza – contro il cellulare».

Come mai ha deciso di scriverlo?

«Metti via quel cellulare è la frase che ho detto più spesso ai miei figli negli ultimi anni. I ragazzi non lo mettono mai via, neanche per mangiare. Se costretti non lo guardano per 45 secondi, poi li perdi per sempre. E pensare che il cellulare glielo abbiamo regalato noi, per poterli sempre raggiungere. Peccato che poi, alle nostre telefonate, loro non rispondano mai...».

Nel libro non c’è solo la visione del padre, però. Le parole dei suoi figli hanno ampio spazio, differenziandosi dalle sue non solo per il contenuto ma anche per la grafica: sembrano scritte sul cellulare, su una chat di whatsapp...

«Come mia abitudine, prima di scrivere questo libro ci ho pensato a lungo, la gestazione è durata anni. Mai avrei immaginato di coinvolgere Francesco e Rossana nella stesura, invece è successo ed è stato molto interessante: lo scontro iniziale, anche rude, nel corso delle pagine lascia il posto a un confronto più aperto. A volte loro danno ragione a me, altre volte io a loro».

“Siete una generazione con lo sguardo basso; e l’immagine riflessa su cui siete chini è sempre la vostra”. Una sentenza dura. In questo caso come hanno risposto i suoi figli?

«Mi hanno detto che la rete serve anche a cambiare il mondo, mi hanno fatto l’esempio della rivolta contro Erdogan a Instanbul, contro gli ayatollah a Teheran: rivoluzioni nate sui social network. E poi mi hanno detto che noi adulti usiamo il cellulare come alibi: nonostante gli smartphone la responsabilità di trasmettere valori, stimoli e interessi resta nostra».

L’hanno convinta?

«Sì e no. Mi hanno detto che le loro nonne, per poter dialogare con loro, hanno imparato a usare whatsapp. E adesso si scrivono tutti i giorni sulla chat “Nonne alla riscossa”. Ma continuo a pensare che secoli di arte, musica, letteratura, film vengano fatti a pezzi da questa rivoluzione digitale e gettati in aria come coriandoli. Francesco e Rossana dicono che i coriandoli arrivano ovunque. È vero, ma a pezzetti».

Alla fine, tra passato e futuro, la soluzione qual è?

«Nessuno sa come andrà a finire questa rivoluzione, la prima nella storia dell’umanità in cui i padroni (ovvero i multimiliardari californiani che distruggono il lavoro, sanno tutto di noi e vendono queste informazioni alla pubblicità) sono amati e idolatrati, ma sicuramente una soluzione è quella di usare meno e meglio cellulari e rete. Riuscire a mettere in tasca lo smartphone e non tirarlo fuori per un po’, recuperare il gusto del rapporto umano, riscoprire il piacere di abbracciarsi, toccarsi, guardarsi negli occhi».

Una curiosità: oggi a Reggio sarà in compagnia del vescovo Camisasca e del campione Razzoli. Come mai?

«La rivoluzione digitale riguarda tutti, nessuna categoria è esclusa. Credo che ascoltare le parole di un uomo di chiesa e di uno sportivo possa aiutare a comprendere il

fenomeno. E spero che siano presenti anche molti insegnanti, a cui va la mia totale solidarietà. Non solo perché insegnare, oggi, è una missione, ma anche perché tenere i ragazzi lontano dai cellulari per 5-6 ore è davvero difficile...».

©RIPRODUZIONE RISERVATA
 

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