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Voglia di autonomia, il gioco di Emilialand (nazione impossibile)

I leghisti vogliono fare i single della geografia del nostro fragile e bislungo Paese. Ma piccolo è bello quando il resto funziona, anche nella nostra regione di traverso

REGGIO EMILIA. Europa fragile. Soffia il vento delle autonomie e delle separazioni non consensuali. I drammatici giorni della Catalogna e della Spagna ci raccontano di una politica europea assente e sfasciata.Di una politica italiana che sta a guardare e forse specula. Tra l’altro la perturbazione barcellonese e madrilena s’insinua – livida – a un niente di giorni dal referendum che le Regioni Lombardia e Veneto hanno indetto per rincorrere un nuovo modello di autonomia indipendentista. Il gran giorno sbandierato da Maroni e Zaia sarà il 22 ottobre, Salvini dividente et benedicente. Vogliono fare i single della geografia economica del nostro fragile e bislungo paese.

Questa trovata del referendum per Regioni Sole piace un sacco alla Lega Nord dell’Emilia Romagna (che ai tempi di Bossi era abbastanza terrona, perché al di qua del Po e a 190 chilometri dal paese natale del Senatùr). Anch’essa ci prova. Ma ve la immaginate l’Emilia Romagna libera, indipendente, via dalle briglie dello stato centralista e alle prese con se stessa? Col suo ragù di provincialismi, borghigianerie, distinguo e diversità, denari, salumi, motori e formaggi?

FILO ELETTRICO. In una fanta-nazione emiliano-romagnola già il fatto che l’Emilia conviva con la Romagna sarebbe un bel rebus. Oggetto di conflitto. La via Emilia, già rettissima di suo, fra Piacenza e Rimini e viceversa diventerebbe un filo elettrico. Tutte le regioni con doppio o triplo abbinamento sono un agglomerato etnico, linguistico, storico, alimentare. Piccola rassegna di strabismi: Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige ovvero Südtirol, ma anche i grovigli di confini, le voglie di secessione, di passare da qui a là, di là e di qua.

Aggiungo correttamente nella mappa dell’Italia a pezzi anche le regioni al plurale, che guarda caso scorrono tutte sull’Adriatico: le Venezie, le Marche, gli Abruzzi, le Puglie... Cioè quei posti sono più di quello che sembrano, e lo sono davvero, per anomalie di luoghi, complessità di genti, economie, gelosie, storie conflittuali.
Nelle pluralità ci sono anche le Romagne, separate fra il mare e l’entroterra collinare, la targa PU esitante e pacificante tra Pesaro e Urbino, la Repubblica di San Marino, Rimini, Forlì e Ravenna.

POSTURA ANOMALA. La nostra regione è l’unica ad avere una postura anomala rispetto a tutte le altre. È messa di traverso. Assecondando la via Emilia è il guard rail della pianura, quasi intercetta il Tirreno (e forse lo vede anche dal Cusna) e precipita lenta verso l’Adriatico.

Laggiù Comacchio, capitale delle anguille e delle zanzare nazionali, da decenni pretende di passare sotto Ravenna. Perché i cmacés sono convinti d’essere romagnoli settentrionali dentro, da foce Reno a Goro, così da isolare Ferrara per trenta chilometri di costa e metterla all’asciutto.

A Comacchio si è infatti svolto un referendum romagnofilo nel 2015. Vinse la proposta di passare sotto la città dei mosaici. Il sindaco Marco Fabbri, allora grillino, proclamò: “Questo responso deve far riflettere la Regione che ha vincolato le unioni di Comuni alle coincidenze territoriali delle province di appartenenza”.

Ma a condizionare queste acrobazie di spazio è il tempo della politica. Il sindaco in quanto pizzarottiano venne espulso dal M5S ma è stato riconfermato, Comacchio è ancora sotto le bandiere di Ferrara. Ultimo problema: dove sta scritto che Ravenna sarebbe o è disposta ad abbracciare Comacchio?

E dove sta scritto che l’appendice di Cento di Ferrara debba tornare ad essere bolognese, anche se per industria e floridezze economiche (una volta) è d’area metropolitana? Portata in dote da Lucrezia Borgia ad Alfonso I d’Este, Cento è un altro mondo, e un referendum forse le piacerebbe assai.

Questo impeto dovrebbe valere anche per il Polesine, cioè quella fascia a nord del Po, provincia di Rovigo, che non è più Bassa da alluvioni ed altre rotte, nebbie e fontanazzi, ma un sistema di piccole aziende e buona terra orticola. Una volta questo era la TRanspadana Ferrarese, e ancora converge verso Ferrara, attraverso il ponte quasi tibetano di Pontelagoscuro.

A sua volta Ferrara è una città sospesa. Non è sulla via Emilia, sta sul balcone di terre emerse e bonificate che guarda il Veneto, eppure è stata capitale di quasi tutta l’Emilia, sino alla Garfagnana. Ama il suo angolo, i suoi tempi, rispetto a una Modena che invece è convinta d’essere la città-motore di tutta la Regione (Romagne escluse). Non per nulla per associazionismo industriale, camerale e compagnia bella, Modena fa da sola, o fa testa di ponte con Bologna. Ma Carpi ci sta? È d’accordo? Non mi pare. L’ex capitale dei Pio infatti ritiene di essere il motore del motore modenese.

CITTÀ STATO. Il reticolo delle ex città stato della Bassa Emilia è un proliferare di personalità forti. Basta elencare in sequenza la nostra Correggio, la Mirandola dei Pico, fino a tutto l’areale compreso tra Guastalla (non estense, ma gonzaghesca e con forte attrazione verso Parma), così come Novellara ultima propaggine settentrionale delle famiglie ducali di Mantova.

Devo soffermarmi sulla Lombardia emiliana o sull’Emilia Lombarda, cioè quella parte di Mantovano che va da Suzzara a Felonica che non ha confine fluviale. O meglio, segna le sue frontiere con fossi, pioppi, incroci di strade bianche. Perché il Po incerto scorre più sopra, dopo il curvone di Viadana-Brescello. Ecco, in questi Comuni è calda l’identità emiliana più che lombarda: affari, scuole, shopping, relazioni stanno a sud. Negli anni Sessanta molti Comuni dell’Oltrepò Mantovano venivano attraversati da una petizione per integrarsi al Modenese. Mentre alla domanda che farebbe Guastalla se potesse-dovesse scegliere in due e due quattro con chi stare, per i reggiani di città la risposta è “da sola col suo Frantòn” (il suo Ferrante, la statua bronzea che vigila sulla piazza).

PASTE FARCITE. Parliamo di Parma? Per via dei Farnese e di Maria Luigia e altre potenze identitarie, la provincia oltre Enza è sempre in lizza per i primati europei, nazionali, regionali. E Reggio mediopadana lo sa bene, così sgomitante tra Modena capitale e Parma capitale. Anzi, parmigiani e parmensi, perché le differenziazioni sono sottili, arroventano gli animi come il brodo dove galleggiano gli anolini loro, i cappelletti nostri e i tortellini d’altri.
Piacenza, infine, ha un’adorazione per Milano e la Lombardia, perché a lungo andare lassù la via Emilia gioca di spigolo e incontra il Po. Il Piacentino sta all’Emilia come la Brianza sta alla Lombardia, solo che batte contro l’Oltrepò Pavese e sfiora il Piemonte. Capito? Da Comacchio al Piemonte...

ATLANTE FOLK. Da questo gioco marziano ne esce un atlante di realtà e folklore incredibile e insostenibile. L’unico legame, il grande collante è l’unità del Paese, ovvero l’involucro. Quello che, altrimenti, nell’oggettistica d’arte si chiama cornice con passepartout, che non va più di moda, però mette a fuoco la potenza di un’opera. Piccolo è bello, quando tutto il resto funziona. Quando la Tavola di Bisanzio fa diventare anatolica la nostra Baiso, con voglia latina Brescello

(Brixellum), con elmo celtico Guastalla (non era gonzaghesca? ). Ma sono fiere, sono feste, che non se ne vanno e sbattono la porta. E non arriva la polizia.

Stefano Scansani
s. scansani@gazzettadireggio. it
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