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Ammalarsi a Reggio Emilia di relazioni pericolose

La Domenica, l'editoriale del direttore Stefano Scansani sul radicamento della 'ndrangheta e i recenti clamorosi sviluppi processuali

REGGIO EMILIA. Reggio non guarisce più dai postumi dell’infiltrazione mafiosa. Pessimista? Direi di sì: basta provare a districarsi dal groppo delle relazioni pericolose, basta mettere in fila ciò che è avvenuto solo in questa settimana per appena convincerci che di male cronico si tratta. Nel bel mezzo del processo Aemilia il pentito Valerio ha riempito 18 verbali con le sue verità. Milleseicento pagine di trascrizione di un racconto di persone, cose e avvenimenti che fanno presagire altri filoni d’inchiesta. Valerio inaugurerà la sua deposizione in aula martedì. Dai verbali di Valerio si staglia una infinità di approfondimenti e messe a fuoco, tutti da verificare. Ad esempio sui suoi delitti, i roghi a pagamento, i protagonisti della cosca e i loro ruoli, e la macchinazione nei confronti del sindaco Vecchi che sarebbe stata congegnata in carcere (ma nella lettera il tribunale non ha riscontrato minacce, dunque l’estensore e il suo legale sono stati assolti).

Non è abbastanza. Negli ultimi giorni è emersa l’evidenza che sia in corso un secondo atto del processo Aemilia con cinquanta indagati.
Intendiamoci, non l’Aemilia abbreviata che è il processo d’Appello chiuso a Bologna il 12 settembre con i 4 anni inflitti al consigliere comunale e provinciale di Forza Italia Giuseppe Pagliani, ma un altro filone, ramo, troncone. L’intrico reggiano non finisce più. Sono gli esiti dell’ammorbamento.
Intanto a nord del Po il processo Pesci è arrivato a sentenza. Dieci dei 16 imputati per ‘ndrangheta sul versante mantovano sono stati condannati. La corte ha inflitto al boss Nicolino Grande Aracri 28 anni. Questo è il primo verdetto emesso in assoluto dal Distretto di Brescia per il 416 bis, cioè per associazione mafiosa.

L’ha scritto la cronista della Gazzetta di Mantova Rossella Canadè: “È una sentenza che segna un punto di non ritorno sulla consapevolezza della presenza della ‘ndrangheta” nella provincia confinante.
Un punto di non ritorno. Ma dopo questa condizione patologica, che fino a poco tempo fa non dava sintomi (Reggio non li vedeva), torneremo come prima? A molto prima? Guariti? Sani? Questa sarà la prima domanda che porrò proprio a Rossella Canadè, domani. Alle 18 nel cortile della Camera del Lavoro di Reggio la collega presenterà il suo libro “Fuoco criminale – La ‘ndrangheta nelle terre del Po. L’inchiesta”, con la prefazione di Enzo Ciconte.

Siccome Reggio nulla si fa mancare, ecco che ancora in questa settimana è riemerso il vischioso caso catasto.
L’ex responsabile dell’ufficio reggiano Potito Scalzulli è stato sentito dalla commissione parlamentare antimafia, così da evocare la mai chiarita tessitura di contatti fra catasto e mondo politico, fra la realtà pubblica e l’ombra mafiosa. Immediate conseguenze: reazioni, pronunciamenti, minacce di querela. Il puntuale arroventamento, mentre è in corso un’inchiesta della procura su ipotesi d’abuso d’ufficio, affidata alla Guardia di finanza.
Provate a mettervi nei panni dei colleghi giornalisti di giudiziaria. Devono saper cercare, interpretare, scrivere in un mondo opalescente.

E non c’è un giorno che non riservi sviluppi in Palazzo di Giustizia a Reggio, alla Dda di Bologna, negli studi legali o in ambiti politici. Sviluppi che perpetuamente riattivano un giacimento di dubbi e sospetti. Una triangolazione massacrante di malfidenze.
Cioè veleno, costantemente riattivato, che soltanto la conclusione del processo Aemilia e dei suoi eventuali dibattimenti paralleli può neutralizzare. Ma chissà quando.

L’ex sindaco di Mantova fra il 2005 e il 2010 conobbe e subì pressioni, angherie e minacce dalla propaggine settentrionale della ‘ndrangheta. Tra il pubblico presente alla lettura delle condanne del processo Pesci, a Brescia,

Fiorenza Brioni ha detto: “Finalmente si dice che a Mantova la ‘ndrangheta c’è. La nostra resistenza è stata utile. Spero che sia l’inizio di un processo di liberazione”.
Quand’è che questa sensazione, anzi no, questa certezza, sarà importata a Reggio? Infiltriamola.
 

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