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Ferie finite? Non per tutti: «Noi, che di lavoro facciamo i turisti»

Elisa Paterlini e Luca Golinelli hanno trasformato la loro passione in un lavoro «Sempre con la valigia in mano e con il sogno di far conoscere Reggio al mondo»

REGGIO EMILIA . Fa il lavoro che tutti vorrebbero fare: gira il mondo, racconta quello che la colpisce e condivide i contenuti sui social, orientando i consumi. È il mestiere del travel blogger, per il quale una coppia di reggiani, Elisa Paterlini di 40 anni e Luca Golinelli di 38 anni, hanno abbandonato rispettivamente i corsi di formazione Enaip e la fabbrica, trasformando le loro passioni (i viaggi, la comunicazione e il fumetto) in un impegno full time grazie alla potenza del web.

Reggio Emilia, lui e lei professione turisti Fanno il lavoro che tutti vorrebbero fare: girare il mondo, raccontare quello che li colpisce e condividere i contenuti sui social, orientando i consumi. È il mestiere del travel blogger, per il quale una coppia di reggiani, Elisa Paterlini di 40 anni e Luca Golinelli di 38 anni, hanno abbandonato rispettivamente i corsi di formazione Enaip e la fabbrica, trasformando le loro passioni in un impegno full time grazie alla potenza del web

Il nome del blog, “miprendoemiportovia”, oltre alla palese dichiarazione d’intenti, è un omaggio a Niccolò Ammanniti e al suo romanzo. Raggiungiamo Elisa nell’unico giorno a Reggio, di ritorno dalle Seychelles e in partenza per Bruges, nelle Fiandre.

Come si diventa travel blogger?

«Nasce come un hobby. Io sono laureata in scienze dell’Educazione, mi sono sempre occupata di sociale, facevo la formatrice per Enaip ed in progetti del Comune per ragazzi a rischio di devianza sociale. Ho sempre viaggiato, dall’Erasmus ad Edimburgo. Nel 1998 è esplosa la mia passione per i viaggi: ho sempre fatto anche un mese fuori dall’Europa, appena avevo un po’ di soldi da parte e il lavoro me lo permetteva.

Nel 2011 ho deciso di aprire un blog di viaggi perché volevo essere utile ad altri e condividere info e dritte sulle mete che visitavo: il fenomeno era agli albori. Il caso ha voluto che il 6 gennaio 2011, lo stesso giorno che ho messo online il primo post, ho conosciuto Luca, che sarebbe diventato mio marito dopo otto mesi. Fin dall’inizio il blog è diventato di coppia e su quello sono confluite le passioni di entrambi: per lui il fumetto, con il blog www.dilloconunfumetto.it e le illustrazioni di viaggio. Poi il web si è evoluto rapidissimamente».

Quando avete fatto il salto?

«Abbiamo iniziato nel 2012 a frequentare i primi incontri di travel blogger che si tenevano in Italia; a quel tempo per quasi tutti era solo una passione, ci si incontrava per scambiare strategie su come raggiungere lettori, ma non in modo professionale. Nel 2013 si è trasformato in lavoro perché i blogger sono diventati centrali nel social media marketing.

E nel 2013 è nato il nostro bimbo: gli altri mettono la testa a posto, noi abbiamo iniziato questa pazza vita. Il blog è andato sempre meglio, ci contattavano agenzie di viaggi e di comunicazione, enti del turismo e hotel. Mio marito, operaio a tempo indeterminato a Carpi, ha deciso di licenziarsi. Io ho continuato all’Enaip ma è un pezzetto che si assottiglia sempre di più».

Quindi sono gli addetti al settore che si rivolgono a voi? Come funziona? I viaggi sono spesati?

«Certo, sono loro che si rivolgono a noi perché ci riconoscono come influencer. I viaggi sono completamente spesati: non in cambio di recensioni pilotate, ma in cambio di articoli sul web e soprattutto di condivisione di contenuti sui social media, come Instagram e soprattutto, Facebook, Twitter, Youtube. Noi raccontiamo storie, quello che ci succede. Non ci facciamo ospitare in una struttura per parlare bene di loro. Il primo dovere che abbiamo è verso i lettori.

Prima di pubblicare penso sempre: lo consiglierei alla mia migliore amica? È in ballo la nostra credibilità, l’etica è un aspetto fondamentale nel nostro lavoro ed è quello che ci ha fatto arrivare fin qui. Possiamo fare recensioni negative o rifiutare un luogo perché non ci interessa o perché non in linea con quello che cerchiamo di raccontare».

Cosa dicono genitori e amici?

«I genitori ancora non hanno capito di cosa viviamo. Gli amici ci invidiano, ma non è tutto oro quel che luccica: c’è un gran lavoro dietro. Non è che andiamo in vacanza, per noi appunto è lavoro. Ogni giorno dobbiamo pubblicare una foto, giriamo con l’attrezzatura adeguata a Instagram, curare i follower, essere perennemente presenti online.

Abbiamo orari fissi per pubblicare foto, video o articoli e per interagire siamo sempre collegati. Siamo più impegnati che con un posto fisso. C’è una ricerca continua e creativa per proporre cose che riscuotano tanti like, l’ansia da prestazione è forte».

Questo è il rovescio della medaglia. Gli aspetti positivi?

«Per carità, ci baciamo i gomiti. La gestione familiare non è facile, ma d’altro canto ci consente di vedere luoghi splendidi e di passare tanto tempo insieme».

Quanto tempo siete in viaggio in un anno?

«Dipende molto dai periodi, in genere siamo sempre con la valigia in mano. Da giugno siamo stati a casa in media tre giorni al mese. Sia viaggi sia di famiglia sia di coppia che individuali, a seconda del target di chi ci ingaggia.

Quest’anno siamo stati con il bimbo in Kenya, Zanzibar e Maldive; in coppia in Grecia, Spagna, Messico, Seychelles e Oman; io da sola in California per un blog di quattro donne in occasione dell’anniversario del Summer of Love, abbiamo girato su un furgoncino hippy».

Quali sono le mete in ascesa e quelle da voi preferite?

«In ascesa l’Oman e le Isole di San Blas, un arcipelago di Panama, un paradiso ancora poco conosciuto dagli italiani, battuto dai francesi, con prezzi economici. A noi è piaciuta molto Bermuda, anche se costosa, e il suo mare di sabbia rosa. Quest’anno abbiamo lasciato il cuore in Africa: vedere la migrazione degli gnu durante un safari in è un’esperienza emozionante».

Organizzate anche viaggi su misura?

«Fare viaggi insieme ai propri lettori è l’ultimo trend dei travel blogger. Noi non ancora lo facciamo, anche se molti ce lo hanno chiesto. Forse l’anno prossimo. In ogni caso non organizzeremmo noi, ma agenzie di viaggio specializzate».

Come vi vedete tra qualche anno, in una professione che corre più veloce di altre?

«Non so rispondere. Nel 2011 non avrei mai immaginato di essere qui, è un mondo talmente in movimento che è impossibile fare previsioni. Bisogna stare al passo con i tempi e avere sempre un piano B: perciò abbiamo allargato il raggio d’azione. Collaboriamo con altri blogger reggiani, gestiamo social network per alcune imprese commerciali, curiamo un progetto con il Comune di Reggio dando visibilità ad alcuni eventi. Non solo viaggi: ormai quello che abbiamo appreso nel social media marketing lo mettiamo a disposizione su più fronti».

Allora cambio domanda: sogno nel cassetto?

«È quello di far diventare Reggio una meta turistica. Prima o poi ci stancheremo di avere la valigia in mano. Viaggio tanto, ma mi piace tornare a casa e il mio sogno è portare il mondo qui a Reggio: se lo merita».

Non è un’impresa facile.

«Si può fare. Come coppia da anni ci dedichiamo allo scambio casa, quest’anno abbiamo ospitato una famiglia di San Francisco. Mentre noi guardavamo il panorama sulla baia, loro ci dicevano via web “abbiamo scoperto un posto bellissimo”: era Vetto. Gli americani impazziscono per la nostra storia e le nostre colline. Secondo noi Reggio ha tante potenzialità turistiche».


 

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