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La risata e la marcia su Roma

L'editoriale della domenica del direttore della Gazzetta di Reggio, Stefano Scansani, sul ritorno del fascismo e sulla manifestazione di Forza Nuova in occasione della ricorrenza della marcia su Roma

REGGIO EMILIA. Faccio i conti in tasca alla storia piccola. Quella di mio nonno Arnaldo il quale, fino alla sua morte – era il 1973 - aveva atteso invano il compenso di mille lire che gli era stato promesso per la partecipazione alla Marcia su Roma avvenuta cinquantuno anni prima. Anni trascorsi, che oggi s’impennano a novantacinque.

Quel contributo spese, se rivalutato nei decenni e in moneta corrente, corrisponderebbe a qualcosa di più di 722 euro, oggi. Arnaldo era calato sulla capitale con altre 25mila camicie nere dentro il cassone di un camion telonato, sui vagoni di un treno, a piedi. E di corsa, perché lui era stato un bersagliere sul fronte del Piave, fra il 1915 e il 1918. Dopo Vittorio Veneto era tornato a fare l’esperto di fossi e lo specialista d’angurie. 1918, un secolo fa, l’anno prossimo.

E mentre la storia avanza, e mentre mio nonno nel ricordo torna a dire che non era mai stato fascista, che per lui s’era trattato di una parentesi di fame ed esaltazione... il fascismo ritorna. Imperterrito.
Come se nulla fosse capitato in mezzo, con altre tre generazioni di donne e uomini. Mio nonno cambiò capitolo, ma il ri-fascismo no.

Il 28 ottobre prossimo Forza Nuova con le sue bandiere nere ha in programma a Roma la Marcia dei patrioti che per ricorrenza, geografia e ideologia non è proprio mimetica. Coincide. In questa storditissima e inguaribile Italia passa tutto. Qui s’aggira, si evita, si fa quel che si vuole nel rispetto sempreverde del “me ne frego”.
Anche l’apologia del fascismo è diventata un diritto. E se una legge c’è per bloccare il rigurgito, fermare la voglia matta, essa è di carta velina, traforata, nonostante il capo della polizia Gabrielli abbia detto che quella marcia non si farà.

Per mille motivi e con mille pretesti il fascismo ritorna. È lì che preme, perché è una forma mentis, un’indole italica che Tommaso Cerno nel suo libro dal titolo “A noi!” ha ben schermografato.

La chiamata odierna avviene contro l’invasione dei profughi, la minaccia dell’approvazione dello ius soli, violenze, delinquenze e stupri. Tutti temi concreti, veri, che però trovano medicina e promessa di soluzione con il secco ordnung und disziplin. Ordine e disciplina.

È un prodotto farmaceutico ricorrente e pericolosissimo che nella storia ha affrontato i problemi con stivali, colpo di tacco, saluto romano, catastrofi. Ricordate o no?

Ma l’indole italica, pur essendo un condensato di storia, non ha memoria di quest’ultima. Ad esempio non comprende la radice-matrice grafica del manifesto che Forza Nuova ha prodotto in coincidenza degli stupri riminesi. Un uomo nero aggredisce una donna bianca. “Difendila dai nuovi invasori - Potrebbe essere tua madre, tua moglie, tua sorella, tua figlia”. Per contenuti è un richiamo fotocopia al manifesto fatto affiggere dalla Repubblica di Salò 1943-1945.

Obiettivo: terrificare in tempo di guerra esibendo il nemico come invasore-bestia. Passano i manifesti (oggi su Facebook), passano i cortei, passano i pronunciamenti, forse passerà la Marcia dei patrioti di Forza Nuova. Qual è la reazione sociale e politica? Anemica. La si può comprendere rileggendo i titoli dei giornali: “manifesto choc, è polemica”. Cioè il sotto vuoto spinto. Anche il presidente del Consiglio Luigi Facta nel 1922 commentò ambiguamente la minaccia della marcia fascista: “Nutro fiducia”.

Quel che manca in questo teatro deprimente e allarmante è la cultura. Quella della coscienza e della comprensione dei fatti avvenuti che nella nostra scuola ha faticato ad arrivare oltre la soglia di Vittorio Veneto. È largamente assente la percezione delle origini e delle cause del Ventennio e della guerra. Poi ci si mette il rigore del tempo che stempera l’esatta conoscenza dei fatti in mitologia, retorica e bandiera.

Ciò vale per il richiamo fisso alla Costituzione, al senso della Liberazione, al punto di partenza della Resistenza. Tutti ordegni che senza la consapevolezza della storia diventato via via fossili.

Ciò riguarda la sinistra e il mondo progressista. Mentre la destra, anche quella democratica o illuminata, e più addentro quella berlusconiana e ci metto pure quella leghista, non ha mai parlato di fascismo, non ha mai condannato gli eventi neo-nazifascisti. Perché il mutismo al riguardo è strategico, quanto l’eterno guerreggiamento psico-elettorale tra anticomunisti e antifascismi. Ancora qui, perdinci, novantacinque anni dopo la Marcia su Roma.

Pur avendo partecipato alla presa del potere il 28 ottobre 1922, mio nonno Arnaldo non ebbe mai il riscatto promesso: le mille lire che gli avrebbero risolto qualche problema d’economia familiare, anche d’orgoglio personale. Deluso dalla guerra, eluso dal fascismo. Così tornò ad essere quel socialista umanitario ch’era stato.

Ebbe una certa fortuna nel dopoguerra, nell’avanspettacolo,

interpretando uno dei pezzi forti di Bernardo Cantalamessa, anno 1895, prima canzone incisa su disco in Italia: La Risata. Cioè una forma d’esorcismo della storia. Passata.

Stefano Scansani
s.scansani@gazzettadireggio.it
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