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Migrazione papale papale

Per mille motivi il nostro Paese non può fare a meno dell’accompagnamento o della rete di sicurezza del Papa

Altroché “papamobile” o “papaboys”. Dite “papale papale” e avrete dipinto il modo di esprimersi e decidere di Papa Francesco. In antico questa locuzione confermava la maniera di prendere decisioni o passare all’azione: chiara e senza reticenze. Poteva e può farlo con autonomia e potere, senza mezze misure, il romano pontefice. O meglio, più umilmente (preminente però) il vescovo di Roma. Così Bergoglio ha ricalibrato gesuiticamente la sua autorità nella Chiesa.

Però, quando Papa Francesco vuole, torna a fare il successore di Pietro, più solennemente il vicario di Cristo in Terra. Con l’autorità morale di cui lo ha caricato il mondo (così brutto e disorientato). Cioè dice cose “papali papali”. Come, ad esempio, nel giorno di Ferragosto, solennità dell’Assunzione di Maria, quando ha diffuso il messaggio per caldeggiare lo ius soli e lo ius culturae. Il quartetto di verbi indicato da Bergoglio ha il piglio di una pianificazione socio-politica legiferante un testo unico: “Accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti e i rifugiati”.

 L’iniziativa ha aperto le cateratte della polemica balneare italiana sull’intromissione di Sua Santità nelle cose del mondo nostro; sull’ostinazione del Papa “venuto dalla fine del mondo” sul tema dell’accoglienza e il diritto di emigrare (per i suoi predecessori la condizione invece era il diritto di permanere nelle terre materpaterne).

Le reazioni più puntute e respingenti sono arrivate dalle aree leghiste e destre: temono un’intrusione “papale papale” nelle questioni italiane. Sta di fatto che alla ripresa dei lavori parlamentari l’agenda del Senato prevede la ridiscussione del provvedimento sullo ius soli. Sul diritto di cittadinanza “del suolo” per i bambini  nati nel nostro Paese, indipendentemente dalla cittadinanza dei genitori. E qui non entro nel merito del perché, del come, del quando e del chi. La questione che mi preme è un’altra.

Il messaggio del Santo Padre datato 15 agosto è universale. Cioè, un pontefice in certe circostanze, quando parla e quando scrive si rivolge all’ecumene (comunità universale dei fedeli). Come in tutti i casi questa nota sullo ius soli è diffusa almeno in sette lingue. In italiano, inglese, tedesco, francese, spagnolo, portoghese e polacco.

Ma noi che siamo italiani, così pervasi dal Papa che è a Roma (qui), riteniamo che egli si rivolga decisamente e perennemente a noi, perché lui parla come noi. Lo Stato pontificio è diventato uno stato di coscienza. Questa è la linea con la quale la Santa Sede e diversa politica nazionale insistono nel voler tradurre il pronunciamento pontificio.

Almeno tre cose fanno pensare diversamente dall’urbi et torbi delle migrazioni. La prima è che il messaggio è riferito alla Giornata mondiale del migrante e del rifugiato 2018 che è in calendario per il 14 gennaio dell’anno che verrà, dunque Francesco ne ha anticipato i temi sei mesi prima. Perché? La seconda è che appunto il Senato della Repubblica italiana si accinge a discutere lo scosceso e petroso provvedimento in un momento acuto del dibattito politico e della tensione sociale sul fenomeno immigratorio. La terza è l’incontro che sarebbe avvenuto a fine luglio dentro le mura vaticane tra il premier Gentiloni e Papa Francesco, in casa dell’arcivescovo Angelo Becciu, numero due della Segreteria di Stato.

Da quel confronto segreto possono essere discesi tutti i provvedimenti e gli avvenimenti successivi, dall’introduzione del codice Minniti sulle navi delle organizzazioni non governative fino all’imprevista presa di posizione del cardinale Bassetti, neopresidente della Conferenza episcopale italiana che rivendica “con altrettanto vigore la necessità di un’etica della responsabilità e del rispetto della legge. Proprio per difendere l’interesse del più debole, non possiamo correre il rischio - neanche per una pura idealità che si trasforma drammaticamente in ingenuità - di fornire il pretesto, anche se falso, di collaborare con i trafficanti di carne umana”.

 E’ evidentissimo che Bassetti, rappresentando i  vescovi italiani, ha parlato all’italiana, quasi quasi minnitianamente. Il cardinale ha tradotto con un anticipo di cinque giorni il messaggio del Papa per l’uso italiano. Accoglienza e fermezza. Integrazione nel nome della legge. Quest’ultimo è il verbo bergogliano sullo ius soli.

Mille pensieri affluiscono sul messaggio, sull’incontro segreto, sul dosaggio di influenza del Papa sul governo circa alcuni temi etico-sociali. E per mille motivi il nostro Paese non può fare a meno dell’accompagnamento o della rete di sicurezza del Papa. Stavo scrivendo Santa Sede. Avrei sbagliato, perché nelle alte gerarchie vi è divergenza di vedute e una certa solitudine del pontefice.

I leghisti e le destre per tutta risposta sfidano Papa Francesco a introdurre nello Stato sovrano vaticano lo ius soli e quindi dar prova nel suo piccolo dell’immensa accoglienza che va predicando agli altri. Come se i leghisti e le destre non sapessero che il regno del Papa è solo una centrale operativa e rappresentativa. La Chiesa è nel mondo.

Vengo al dunque. Vienna ha mandato al confine del Brennero 70 militari in supporto alla polizia per impedire l’immigrazione clandestina. Il governo italiano ha vibratamente protestato.

Sarebbe utile capire se il governo della cattolicissima Austria ha letto il messaggio di Bergoglio del 15 agosto, tradotto per loro: “Die Migranten und Flüchtlinge aufnehmen, beschützen, fördern und integrieren”. E’ identico alla versione italiana: “Accogliere, proteggere,

promuovere e integrare i migranti e i rifugiati”. Probabilmente il modo dire italiano “papale papale” non è traducibile o comprensibile in altre lingue.

 

 

 

 

 

 

 

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