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Se un posto è meglio di un post 

L'editoriale domenicale del direttore della Gazzetta di Reggio 

REGGIO EMILIA. Due giorni a Ferragosto. Credo si possa scrivere una storia dell’ozio a.d. (avanti device, prima dell’avvento dei congegni digitali). Questa voglia m’è piombata addosso quando, viaggiando fra Correggio e Novellara, mio figlio mi ha fatto una domanda a bruciapelo: che cosa facevano gli uomini e le donne nei momenti di ozio quando non c’erano i social. Vent’anni fa, non nella preistoria. La mia risposta è stata intellettualoide: semplicemente si leggevano libri, si sfogliavano i giornali, s’ascoltava musica e si pensava. 

La seconda domanda è stata tignosa: che cosa facevano le persone quando erano in coda per il bus, in una sala d’aspetto, in fila alla cassa o al semaforo? In quei minuti o secondi. 
Ho recuperato d’un colpo gesti antichi, riflessi condizionati, tic umani caduti in disuso prima che gli uomini e le donne investissero il tempo perso scrollando i commenti su Facebook:
 
• girarsi i pollici
• tamburellare le dita
• fischiettare
• guardare nel vuoto
• organizzarsi
• fantasticare 
 
La gente oggi, nei frammenti di ozio, va e viene dalle conversazioni che nascono e muoiono nel mondo virtuale, come se dovesse alimentare l’originario tamagotchi che in vent’anni s’è evoluto in un animale da combattimento sul post. Dal pulcino giapponese virtuale agli estremismi rappresentati dai cosiddetti leoni e conigli da tastiera. 
Guai disconnettersi. Chi abbandona la connessione, chi ozia facendo altro, si astrae dalla rete universale, anche dai conflitti su qualsiasi tema idiota o sublime che sia. 
 
La rete universale – così accessibile e orizzontale – diviene lo schermo luminoso lillipuziano del “non gliele mando a dire”, “gliele dico tutte”, “mi sfogo”. Semmai con raffica di improperi e volgarità e rimorchio di informazioni sbagliate. O false.
Ma il web libera tutti. Tanto - come pensa e scrive qualcuno - siamo in democrazia o l’articolo 21 della Costituzione italiana sancisce la libertà di espressione. Altra perniciosa convinzione derivante dalla realtà aumentata. Anzi no, verità rigirata.
 
Per molti versi in questi giorni Reggio Emilia assiste alla contraddizione culturale dell’utilizzo delle vecchie maniere e di quelle contemporanee per fare comunicazione sociopolitica. Ere glaciali.
Il sindaco Luca Vecchi ha scritto un manifesto contro la paura e (ricorrente slogan antropologico alla moda) “per restare umani”.
 
Ha raccolto 700 adesioni dal mondo politico, sociale, cooperativistico, intellettuale e assistenziale di cui è parte. Ha utilizzato la modalità più classica, ancor meglio, arcaica: lettera con petizione. 
Leggete i servizi della Gazzetta di questi giorni. Quella del sindaco è una sollecitazione – per tutti – a restituire a toni da “umano consorzio” il confronto sulle paure. Dall’immigrazione alla sicurezza, dal disagio ai diversi, dal pattume mollato in strada al buio in piazza, dalla crisi economica e delle coop alla fragilità delle relazioni. Perché la città è sull’orlo di una crisi di nervi.
 
Certo, si tratta anche di una piattaforma politica personale. Fotografata oggi, ma proiettata sulle comunali 2019.
È una risposta – credo – alle accuse delle controparti, o a taluni non sottovalutabili segnali pubblici come la fiaccolata dei Comitati cittadini contro l’esubero di profughi confrontato con i tetti previsti dal Comune.
Rispetto alla reazione roarr sui social, quella di Vecchi ha le sembianze di una sollecitazione retorica, papale, antiquariale, ripiegata sul centrosinistra. 
 
Molti digitatori demoliscono l’appello del sindaco con una sassaiola di accuse, ogni tanto insulti (pure insulsi), richiami a risolvere questioni particolari, invettive per il perdurare in città del regime più comunista che c’è. 
Il sindaco con il suo manifesto “Restiamo umani” rappresenta una tessitura strutturata che però non ha frequentazione sui mezzi digitali di confronto. 
Al contrario sui social si combina ogni opposizione, dalla più motivata alla più bassa, alla più eccezionalmente volgare. Le due dimensioni non possono parlarsi.
 
C’è una via mediana tra la retorica della civiltà e il battutario delle volgarità? 
Tra la raccolta coordinata di firme e una folla di commentatori online? 
Quale delle due rappresenta obiettivamente l’opinione pubblica, e cos’ha in testa la gente, come voterà prima o poi? La città è sull’orlo di una crisi di nervi?
 
Una risposta sta nell’ozio, quello che è troppo occupato per star lì a scrollare i commenti ai post.
Un ozio speciale, nel quale il giramento dei pollici e
la riflessione restituisco agli uomini e le donne il senso delle azioni. Infatti c’è chi preferisce scrivere pensieri articolati, siano essi assolutamente d’accordo o infinitamente critici, e spedirli nell’etere o al giornale. Così può tornare a succedere che un posto sia meglio di un post.

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