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Reggio Emilia, l'auto incendiata è di un imputato di Aemilia

Reggio Emilia, l'auto incendiata è di un imputato di Aemilia

Pieve Modolena: rogo doloso in via Zambonini. Tanica lasciata vicino alla vettura (ora sequestrata) della consorte di Salvatore Silipo

REGGIO EMILIA  Alla procura antimafia di Bologna sta per suonare un nuovo preoccupante campanello d’allarme. Ad innescarlo è l’ennesimo incendio doloso avvenuto a Reggio Emilia. Si tratta del rogo appiccato domenica alle 3 in via Zambonini all’auto della moglie di Salvatore Silipo, imputato di Aemilia.

A venire avvolta dalle fiamme alle 3 del mattino è stata questa volta l’auto di Maria Brugnaro, moglie di Silipo e in questo frangente parte lesa. Il marito è imputato per usura nel processo contro la ’ndrangheta al nord. Un reato preceduto da molti altri, che hanno portato Silipo alla carcerazione nel 2016, quando violò la sorveglianza speciale. Nonostante l’obbligo di soggiorno a Reggio era andato a passare qualche giorno in estate a Cutro, venendo così riarrestato. Ora si trova nel carcere della Pulce di via Settembrini.

Il rogo dell’auto intestata alla moglie è certamente doloso secondo i vigili del fuoco. Ma ancor più preoccupante, a quanto sembra, sarebbe la volontà di rivendicare la volontarietà dell’atto. Vicino alla vettura, infatti, è stata trovata la tanica che conteneva la benzina con la quale è stato appiccato l’incendio alla piccola utilitaria, una Fiat Punto nera. Un rogo che non ha causato molti danni e suona quindi come un avvertimento, secondo le prime risultanze, sulle quali stanno cercando di fare luce i carabinieri di Reggio Emilia, che sono intervenuti sul posto mentre i vigili del fuoco spegnevano le fiamme. L’auto non ha un grande valore commerciale e non è stata nemmeno distrutta, rendendo sensibile invece il valore simbolico dell’atto doloso, messo a segno in una città dove si sta celebrando il più grande processo per mafia al nord.

La Punto era parcheggiata sugli stalli posti davanti a un palazzo di via Zambonini 17. Dalla parte opposta della strada c’è l’abitazione nella quale Silipo vive da tempo con la moglie e i figli. Le cause reali dell’incendio restano ignote al momento, salvo accendere un riflettore da parte della procura di Reggio Emilia che dovrà trasmettere il fascicolo alla Dda di Bologna trattandosi di un “reato spia” legato a imputati in odor di mafia. Silipo ha diversi trascorsi legati a illeciti che vanno dai furti all’usura. È esecutore materiale, secondo l’accusa di Aemilia, di usura ed estorsione con l’aggravante del metodo mafioso. Nato a Cutro 40 anni è considerato uomo di fiducia a Reggio Emilia degli altri associati del clan di ’ndrangheta ora sotto l’egida di Grande Aracri. Secondo la Dda di Bologna, avrebbe pianificato e gestito sia da solo che in concorso con il suo socio in affari, Alfonso Mendicino (anch’egli imputato di Aemilia e incarcerato alla Pulce) diverse attività illecite di usura ed estorsione, «comunque nell’interesse dell’organizzazione».

Reati che lo hanno fatto finire nel calderone di Aemilia. Ma Silipo è stato tratto in arresto nel maggio 2010 dalla Guardia di Finanza di Reggio Emilia per il reato di associazione per delinquere ed usura. Le indagini erano partite circa un anno prima da un controllo fiscale effettuato nei confronti di un imprenditore edile di Scandiano, che aveva rivelato un giro di fatture false, ritenuto una copertura per fare fronte a prestiti a tassi di usura. Le successive indagini, rafforzate da svariati mesi di intercettazioni telefoniche, avevano quindi permesso di accertare che trovandosi in difficoltà economiche, l’imprenditore aveva chiesto e ottenuto prestiti di denaro per complessivi 100 mila euro; prestiti che venivano concessi con assegni o in contanti e prevedevano la restituzione con un interesse che variava dal 10 al 15% mensile.

I prestiti erano accompagnati da minacce e intimidazioni, che l’imprenditore avrebbe subito passivamente per il timore di ritorsioni, come dimostrato dalla totale assenza di denunce o di collaborazione alle indagini. A Reggio Emilia, oltre a Silipo, erano stati arrestati anche la madre Maria Giuseppina Salerno, il fratello Giuseppe (anche lui con precedenti penali) e Giuliano Floro Vito, già gravato da pregiudizi associativi di tipo mafioso, inserito nella cosca Grande Aracri anche se in passato era vicino alla fazione perdente dei Dragone. Pochi giorni dopo l’arresto dei Silipo e Floro Vito, in via Caliceti a Reggio Emilia un potente ordigno veniva fatto esplodere sotto l’autovettura del fratello dell’imprenditore che aveva fatto partire l’indagine. Fatti legati tra loro, secondo gli inquirenti, tanto da generare un più ampio rischio di condizionamenti mafiosi anche nella ditta di Luigi Silipo, padre di Salvatore. Il capo famiglia aveva ricevuto un subappalto da 816mila euro per la manutenzione all’ospedale di Scandiano, vinto dall’associazione temporanea di imprese che si occupa della gestione degli immobili. Dopo l’interdittiva antimafia firmata dal prefetto Antonella De Miro, il subappalto è stato immediatamente revocato.

I Silipo sono considerati vicini alla dinamiche dell’associazione ’ndranghetistica e dediti in maniera esclusiva ad attività illecite; oltre che essere considerati dediti all’usura, sono stati capaci di agire in squadra per mettere a segno una serie di furti all’Ipercoop Ariosto. Madre e figli gestivano

una nutrita banda di ladri abili nell’agire rapidamente spalleggiandosi, della quale l’unico estraneo era l’amico di casa Alfonso Mendicino. L’operazione dei carabinieri di Reggio Emilia, denominata Affari di famiglia, ha consentito di sgominare la struttura criminale, composta da 11 persone.

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