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Il crogiolo è diventato un calderone

Reggio Emilia deve riprendere in mano il controllo della zona stazione

REGGIO EMILIA Sta scappando di mano. C’è chi ha evocato l’intervento dell’esercito per liberare la zona della stazione di Reggio da concentrazioni di stranieri, tensioni, violenza e criminalità. L’opzione militare è una vocazione naturale della destra e della Lega. Presentatàrm. Politici di sinistra, al contrario, hanno stabilito che il problema della stazione è la stazione. Questa è una intuizione parapsicologica e disarmante. Massimi sistemi a confronto: o deportare gli immigrati o tentare il teletrasporto della stazione.

Dal suo punto di vista professionale e istituzionale il questore Isabella Fusiello spiega che l’agglomerato umano africano in zona stazione è causato dalla “inespellibilità”. Cioè i richiedenti asilo (profughi) che delinquono non possono essere espulsi. Non è previsto dalla legge. Sono inespellibili. Se dovessero essere rispediti con una condanna nel loro Paese vi rischierebbero chissà quale sorte. E poi – è la solita storia – il foglio di via dove li condurrebbe? Ancora a Reggio, naturalmente.

La situazione in zona stazione è inaccettabile e insopportabile. Nelle ultime settimane assembramenti, attività illecite, comportamenti e pretese di controllo su commerci e sugli spazi hanno reso quel luogo caldo, molto caldo. Una parte di Reggio è esplosiva. E se l’agglomerato africano vien via da là, finirà per abitare un’altra porzione di Reggio, poi un’altra ancora.

La messa in campo del reparto Mobile o il coordinamento fra polizia di Stato, carabinieri, guardia di finanza e vigili urbani hanno effetti decisivi, ma temporanei. Controllo e deterrenza sì, ma non soluzione del problema indigeno. Cioè nato qui.

In una quarantina d’anni l’area ha subìto un considerevole deprezzamento del patrimonio immobiliare, e di conseguenza la compromissione del suo tessuto sociale. E pensare che il comparto chiuso tra la ferrovia, via Turri, via Eritrea, via Sani e via Emilia Ospizio aveva avuto la vanità della zona residenziale, della città nuova sorta sui decotti comparti industriali (restano le Reggiane a nord), dell’edilizia di qualità. Poi qualcosa s’è inceppato, il mercato immobiliare è andato in stallo e il villaggio multietnico senza una proporzionale integrazione ha staccato da Reggio City la zona della stazione.

La situazione-condizione odierna è dunque il risultato di decadenze decennali che chiamano in causa il pubblico e il privato, cioè non lungimiranti avvistamenti e gestioni dei problemi. Quanti immigrati vivono là? In quanti appartamenti? E quanti sono per davvero gli inquilini in ogni privato appartamento? Riscrivo privato, perché il mercato immobiliare degli affitti è libero e indipendente rispetto a qualsiasi provvedimento del Comune o intervento delle forze dell’ordine.

Alla gamma e alla consistenza del popolamento della zona della stazione, si è poi aggiunto un altro fattore acuto: il luogo di ritrovo. Di giorno e di notte, come in tutte le stazioni del mondo. Più di prima quell’area è eletta a meeting place del melting pot, il luogo di riunione del crogiolo etnico. Il quale, esagerando e sobbollendo, può diventare un calderone.

Allora una soluzione può essere rappresentata dall’intervento sul contesto sociale. Infilare una novità nell’agglomerato. Scombinare e sparigliare gli assetti etnici. E – aggiungo – far rientrare la zona della stazione nel pieno controllo, in sicurezza, in vivibilità, in Reggio Emilia. Il piano del sindaco Luca Vecchi di trasferire nell’area un pezzo consistente dell’apparato municipale (il comando dei vigili) è interessante. Perché imporrebbe un’istituzione fisica nel mezzo del villaggio, decine e decine di persone e dipendenti comunali. Perché gli uffici creerebbero movimento, attività, interesse, servizi, controlli, frequentazione normale. Normale. L’azione contraria allo scappare di mano

è il riprendere in mano.

La città deve riprendersi la zona della stazione, e deve farlo tutta insieme con la sua quotidianità. Questa è rigenerazione urbana. E con la convinzione che i pattugliamenti e le identificazioni, i controlli sugli inespellibili abbassano solo la febbre.

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