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Londra e Parigi unite e così divise

Il terrorismo accomuna le due capitali, le elezioni le tengono distanti

Londra e Parigi: mai così vicine, mai così lontane. I morti e i feriti a Borough Market e London Bridge, le mani alzate e gli occhi colmi di terrore nelle navate di Notre Dame. I due ravvicinati episodi di violenza ricordano con crudezza quanti e quali siano i punti di vicinanza tra le due capitali europee: un passato coloniale, un presente volente o nolente multiculturale, valori comuni.

Come dimenticare il fatto che, insieme alla Germania, Francia e Regno Unito sono i paesi con la più alta diversificazione sociale, religiosa ed etnica dell’Europa occidentale? Secondo uno studio del Pew Research Center, nel 2010 la popolazione residente e sociologicamente definibile come di fede musulmana era il 4,8% in Gran Bretagna, il 5,8% in Germania e il 7,5% in Francia. Numeri importanti, ma che di per sé nulla hanno a che fare con lo spettro di quella “sottomissione” paventata dal romanzo di Michel Houellebecq.

Meno che mai, questi numeri non sono in grado di spiegare questi e gli altri attacchi portati ormai con cadenza giornaliera non solo nelle città europee, ma anche in quelle nordafricane, mediorientali e asiatiche. Se la comune diversità religiosa ed etnica spiega solo una parte delle conflittualità sociali ed economiche che attraversano le periferie e i centri urbani francesi e inglesi, Londra e Parigi sono anche accomunate dal fatto di essere percorse da notevoli sommovimenti che ne hanno radicalmente mutato il panorama elettorale e politico negli ultimi mesi.

Tuttavia, sono proprio queste scosse telluriche di natura politica che paiono allontanare sempre più le due sponde della Manica. Non a caso, è un francese e un repubblicano il negoziatore per la Brexit scelto dall’Unione Europea, Michel Barnier. Questo allontanamento tra i destini di Francia e Gran Bretagna si è manifestato con chiarezza nelle pressoché opposte parabole politiche delle elezioni inglesi di giovedì 8 giugno e di quelle francesi di domenica 11 giugno.

Anzitutto, se le prime hanno visto una ripresa dei Labour di Jeremy Corbyn, le seconde segnano il tracollo apparentemente inarrestabile dei Socialisti francesi. In secondo luogo, se a Londra il partito nazionalista e indipendentista dell’Ukip ha registrato una netta sconfitta (non ottenendo neppure un seggio in Parlamento), Marine Le Pen perde molto terreno ma certamente non scompare. Un’Inghilterra divisa sull’opzione Brexit e patria della finanza più progredita e avanzata d’Europa ma, proprio per questo, timorosa di eventuali scossoni politici, si misura con una Francia che complessivamente riafferma la propria identità europea ed europeista e che vanta un’economia più frazionata ma anche meno soggetta della City a dinamiche di tipo speculativo.

Queste differenze sono plasticamente incarnate dai leader politici dei due Paesi: Theresa May, designata dal Partito Conservatore a guidare la delicatissima transizione nazionalista fuori dell’Unione Europea ed Emmanuel Macron, che ha scardinato un consolidato sistema partitico e ha sconfitto il movimento antieuropeista. La prima non ha retto la prima prova delle urne, l’altro ha vinto nonostante i pronostici.

Al di là dei risultati elettorali e dei programmi politici, in questa congiuntura storica la Francia sembra rappresentare la speranza di una ripartenza, mentre il Regno Unito pare incarnare il rischio di

un ripiegamento che, dietro la promessa di autodeterminazione e maggior sicurezza, cela una profonda incertezza sul futuro e un caos destabilizzante. Ma la storia d’Europa insegna che, nella buona come nella cattiva sorte, il Vecchio Continente non può fare a meno di Londra.

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