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Reggio e la tolleranza flambé

Gli attraversamenti di Reggio si stanno facendo frequenti. E di tipo nuovo rispetto ai consacrati e storici percorsi del 7 gennaio tricolore, del 25 aprile o bella ciao bandiera rossa, del 1° maggio del riscatto del lavoro, del 2 giugno viva la Repubblica.  Qualcuno dirà che non è più la Reggio di una volta. E infatti…

Lunedì sera marceranno da piazza Martiri a piazza Prampolini sette comitati di altrettanti quartieri per dire che con i profughi la città ha raggiunto il “troppo pieno”. Questi cittadini giurano di non avercela con i disperati che attraversano il deserto e il canale di Sicilia per trovare l’Europa in un appartamento reggiano, ma col sistema di accoglienza e distribuzione. Reggio ha limiti fisici.

La protesta è diretta a Prefettura e Comune, ma intanto l’iniziativa dei comitati ha attratto numerose sigle non proprio progressiste, europeiste e riformiste che con queste proteste vanno a nozze (di propaganda elettorale di destra e superdestra).

Non ho finito. Soltanto pochi giorni fa si sono dipanati altri due attraversamenti strani in una Reggio che dello scorrimento popolare-stradale (ma di razza a sinistra e quèdra) ne ha fatto un vanto. Ma erano cortei d’altre specie, di politica praticata, ideologici o sindacali.

Il 3 giugno una dietro l’altra si sono svolte la processione di riparazione degli ultracattolici anti Gay Pride, e quindi il Gay Pride con la sua parata non proprio convenzionale, ma rispettosa. Il centro di Reggio e i reggiani alle finestre hanno potuto sperimentare il conflitto fra l’incenso e la preghiera dell’espiazione del peccato, e successivamente l’esibizione di tutte le sessualità (omo, lesbo, bisex, trans, transgender, inter e di più non so). Quella di sabato scorso è stata una Reggio trasfigurata e visionaria, alla maniera di Fellini. Ma non onirica, perché ha toccato con prepotenza (e straniamento) le corde terrestri della società, della politica, della fede, della cultura.

Lunedì sera è in programma la terza parte della serie “non è più la Reggio di una volta”. Contro il “troppo pieno” di profughi c’è chi ha organizzato una fiaccolata. Ecco, la fiaccolata. Cioè una manifestazione aux flambeaux. L’utilizzo delle torce o delle candele anche nelle manifestazioni non religiose è diventato una consuetudine: per feste e per lutti, solidarietà, liberazione di ostaggi e memorie, per risocializzare, perché è sera e l’aspetto prima scenografico e poi ancestrale sono in agguato. Il fuoco è l’elemento base per la conferma di una comunità (cerchio, bivacco, focolare).

L’evocazione scatenata dalla fiaccolata e la sua invenzione che viene dal basso (la gente svincolata dalla politica) è così forte da attrarre la politica. Inevitabilmente per domani sera hanno annunciato la loro partecipazione varie compagini del combattentismo sovranista cioè nazionalista una volta nordista, della destra con molte nostalgie e qualche voglia felliniana di provocare il ribaltone a Reggio, di qualcuno a cui scatta il saluto alla romana, di qualcun altro che continua a pensare che l’Africa arriva tutta a Reggio e che prima o poi Reggio andrà alle urne. Anche chi fa l’arrabbiato contro la “programmata invasione” sui social network, finalmente si materializzerà nella piazza reale.

La fiaccolata è un’occasione attraente per coagulare e vedere in strada l’universo protestatario/reazionario che – probabilmente – si confonderà col popolo delle buone intenzioni. Ne approfitterà.

Ci saranno anche i grillini che, condividendo la posizione dei comitati, hanno comunque preso le distanze dell’onda razzista, xenofoba o comunque strumentale che potrebbe domani sera irrompere a Reggio. M5S avverte i propri iscritti e simpatizzanti di andare e di esserci, ma senza simboli e bandiere.

La storia della città che cambia può essere intercettata in questo via vai di proteste-esibizioni di tipo sociale, di pretesa di diritti sempre più parcellizzati, di esigenza di doveri sempre più totali, del senso del peccato, delle litanie in latino, dell’etero e dell’omo, del raus! longobardo aux flambeaux. La società è in divenire e naviga in una discreta

confusione. Inevitabilmente Reggio non è più quella di una volta, insieme al resto del mondo. Ciò che importa è che i princìpi, le tolleranze, le misure, la sicurezza e la convivenza non finiscano flambè.

 

 

 

 

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