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LA DOMENICA

Tutto grande, multi e iper Il senso della misura di Reggio 

Come se l’appalto e la betoniera dovessero segnarci da qui all’eternità. Non è così

Ognuno ha il suo senzo della misura. Ad esempio da ragazzo immaginavo che una cooperativa di consumo fosse una cosa di sinistra, cioè una bottega di generi alimentari gestita da soci che condividevano ricavi, guadagni e ideali. Stessa cosa per le carovane di facchini o le imprese di muratori. Neanche tanti, ma capaci di sbaragliare il mercato per costi, forza e passione. Cooperative col piede e la testa sul territorio, e i cittadini pronti a partecipare anche con i loro risparmi. Romantico, vero?

Capitando a Reggio Emilia ho cambiato idea e misura. A causa di due incontri. Uno di lettura. Precisamente quella della Gazzetta del 23 maggio 2015, dove il cronista riportava il fraseggio del sindaco sull’immensità di Parco Ottavi con i suoi 1.400 appartamenti in un sol colpo, per la costruzione dei quali la Cooperativa Muratori Reggiolo ci lasciò le penne (45 milioni di euro polverizzati).

Luca Vecchi nella tavola rotonda organizzata da Boorea sulla “metamorfosi del modello emiliano” senza mezze misure proclamò: «Parco Ottavi è stato un errore. Una cazzata storica».

La citazione del sindaco non fu solo fantozziana. Contiene almeno due immagini che navigano nel subconscio collettivo: il riferimento alla corazzata Potëmkin (una cagata pazzesca, precisamente nel film), alla sua egemonia nei mari (potenza economica) e propagandistica (potenza politica). Ecco, a Reggio Emilia le cooperative delle costruzioni sono diventate delle corazzate, hanno giganteggiato come general contractor, creato monopolio, fino alla bulimia intra ed extra territorio.

E per crescere così tanto, imporsi così tanto, le cooperative delle costruzioni non potevano non godere della spalla della politica. Per restare in argomento vetero-russo ruoli e incarichi hanno per decenni seguito il sistema della matrioska. Uno dentro l’altro, sempre gli stessi.

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Certo, la storia ultracentenaria di Unieco merita rispetto. Se questo fosse stato blando la Gazzetta non avrebbe promosso inchieste e mosso l’opinione pubblica.

La Gazzetta non ha fatto discendere la crisi di Unieco dalla crisi del modello cooperativo, come dicono e scrivono i vertici di Legacoop. A loro, Luca Bosi e Andrea Volta nei giorni scorsi e trascorsi avevamo semplicemente domandato dov’erano durante il trapasso di quella cooperativa.
A fronte del silenzio glielo abbiamo pure scritto in dialetto, non si sa mai: indò siv? Le due parole gergali non sono un proditorio attacco al movimento cooperativo.

Questa sarebbe una “banalizzazione manichea” (citazione dal comunicato che pubblichiamo a pagina 3)? No. È un richiamo, una squassata, così poco banali che Legacoop ha deciso ieri di accomodare l’ex presidente di Unieco Mauro Casoli sul seggiolino eiettabile. Via dalla presidenza di Ccpl.

L’altro incontro che mi ha cambiato idee e misura è frequente, da viaggio.
Assecondando il rondò che si connette all’Autosole per insinuarsi sotto il secondo ponte di Calatrava, l’occhio sorprende il murale molto d’impatto che copre l’intera facciata di un casone di campagna, quando c’era la campagna. Siamo a Mancasale.

Il dipinto raffigura Camillo Prampolini. Bianco e nero e nero e bianco. La scritta sembra una formula di benvenuto che non è turistica, culturale o gastronomica, glamour o charmant. È d’orgoglio sociale: “Reggio E. città delle cooperative”. Più sotto l’enigmatico slogan “Miglior prezzo ipercoop”. Si tratta di un’opera d’arte, e anche di una pittura segnatempo, la quale indica il distacco fra la zattera originaria e umanitaria prampoliniana all’ipertutto della cooperazione contemporanea.
I patatrac di Cmr, Orion, Coopsette e ora di Unieco confermano che qui tutto ha troppo giganteggiato. Tutto grande, grosso, macro, multi. E non c’è bisogno di ripassare le raggiunte dimensioni industriali ed economiche di quelle cooperative. Basta riconteggiare la propulsione demografica della città, sempre più popolata, sempre più grande, sempre più cementizia come se l’appalto e la betoniera dovessero segnarci da qui all’eternità. Nel 1991 gli abitanti erano 132.030, dieci anni dopo 141.877, nel 2011 162.082 e l’anno scorso 171.234.

Dunque in venticinque anni la popolazione è cresciuta di 39.204 unità, una media di quasi 1.570 abitanti in più ogni annata.

A Reggio è quasi inevitabile pensare in grande forse perché – lo sottolineo come una positività – era una città fondata sul lavoro, sul fare, sul costruire. Poi, si sa, la consuetudine e l’attitudine possono deformarsi. C’è chi intravede nei ponti di Calatrava, nella stazione dell’Alta Velocità, nel Mapei Stadium, nel progetto di Arena che volteggia sul Campovolo (eventi solo “grossi”, da 150mila spettatori) una propensione al gigantismo. Che a volte funzionava o funziona, in altre invece è una scommessa. Sui rischi e le prospettive della scommessa sarà interessante vedere alla prova il sindaco Vecchi. Il quale nel 2015, oltre ad aver bollato come una “cazzata storica” la costruzione del quartiere ciclopico di Parco Ottavi, insiste sulla rimodulazione della città, sulla rigenerazione urbana. Di quello che c’è. L’esistente.

Testuale, il primo cittadino due anni fa: «Noi stiamo dando segnali di discontinuità, e nelle prossime settimane porteremo il frutto del lavoro di questi mesi, anche in un’ottica di segno opposto rispetto alla cementificazione che c’è stata».

Rimango del mio parere romantico che una cooperativa è una cooperativa. Per i suoi caratteri ha ormoni di crescita specifici. Se eccede diventa un’altra cosa. Come ad esempio il quartier generale di Unieco, inaugurato nel 2004 in via Meuccio Ruini, rappresentativo della magniloquenza (grandiosità di stile) di questa cooperativa.

Chi è stato là dentro e lassù racconta di arredi, finiture, spazi, vedute e sedute importanti o eccessivi. Qualcuno li descrive come un’americanata. E badate che la distanza estetica e provinciale fra questo sostantivo e il trumpismo è breve.

La crisi delle cooperative delle costruzioni riguarda i reggiani, nel loro essere, nella loro sensibilità. E qui hanno ragione i relatori della conferenza di Legacoop di ieri mattina.

La mia riflessione passa dal gigantismo all’interiorità dei cittadini. In alcune lettere arrivate alla Gazzetta i mittenti insistono sui “buoni sentimenti dei soci, in larga parte pensionati che nella cooperazione hanno creduto davvero”, sul “rapporto di fiducia, di senso di appartenenza che legava il cooperatore alla sua cooperativa”. La vita.

Per questa affezione sociale e anche politica succede che i modi e i tempi di reazione dei reggiani sembrano ammortizzati dal disorientamento, dall’incredulità. Perché la nostra è gente per bene, educata alla compartecipazione e a ciò che Legacoop definisce appartenenza. Esuberante e ordinata, probabilmente anche per un antico senso di appartenenza e militanza. Che però non fa rima con quel “tradimento” denunciato ieri sulla Gazzetta dal sindaco di Castenovo Monti Enrico Bini.
Il riferimento è al credo politico-morale della gente conformata da generazioni nell’essere e fare coop. Il gigantismo per forza s’allontana dalla gente. Romantico, vero?
s.scansani@gazzettadireggio.it

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