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L’impresa dei tre reggiani sulla vetta del Kilimangiaro  

Filippo Morsiani, Fabio Spadoni e Roberto Taroni a quota 5.895 d’altezza: «Ogni giorno dieci ore di marcia tra tempeste di neve e condizioni estreme» 

REGGIO EMILIA. Sono tre i reggiani che si sono cimentati nell’impresa di scalare il Kilimangiaro. Filippo Morsiani, Fabio Spadoni e Roberto Taroni: sono questi i nomi dei tre scalatori che due settimane fa hanno conquistato la vetta più alta del continente africano, con i suoi 5.895 metri di altezza.

Tre reggiani alla conquista del Kilimangiaro REGGIO EMILIA. Filippo Morsiani, Fabio Spadoni e Roberto Taroni a quota 5.895 d’altezza: «Ogni giorno dieci ore di marcia tra tempeste di neve e condizioni estreme». LEGGI L'ARTICLO

«È stata una spedizione di sette giorni e l’obiettivo ovviamente era la scalata del Kilimangiaro - racconta Filippo Morsiani, uno dei tre escursionisti -. Esistono tante vie per raggiungere la vetta, per l’esattezza sei. Noi abbiamo deciso di seguire la Machame Route, la più spettacolare dal punto di vista paesaggistico, la più lunga in termini di chilometri, ma anche la migliore da un punto di vista di acclimatamento. Uno dei rischi in queste escursioni infatti è il mal di altitudine».

«Siamo partiti in tre amici, avevamo già fatto delle esperienze insieme - continua il racconto Filippo Morsiani -. Lo scorso anno siamo andati al Polo Nord, con una spedizione di quattro giorni sul pack artico delle Svalbard, appartenenti alla nazione norvegese. Quest'anno, forse anche per la “malattia dei 50enni“ eravamo alla ricerca di una sfida psicofisica che ci mettesse davvero alla prova e rimanesse nei nostri ricordi. Devo dire che in primis è stata un’esperienza di condivisione. È ovviamente una spedizione a tutti gli effetti, visto che il nostro gruppo contava 17 persone. Noi, più altri 14 tra portatori e guide. Al nostro seguito infatti c’erano i tanzaniani che trasportavano i campi tendati, i viveri e tutto l'occorrente per la logistica dell’accampamento».

La vostra giornata tipo?
«Abbiamo percorso 120 km in 7 giorni, quindi facevamo circa 10 ore al giorno di marcia. Saremo stati circa 100 persone di tutte le nazionalità, quindi dopo la marcia si stava tutti insieme vicino al fuoco e passavamo il tempo scambiandoci le nostre esperienze. Alle 18 infatti non c’era già più nulla da fare. Si viveva su piattaforme, spazi aperti, dove non c’era praticamente niente a parte l’accampamento».

Come è stato l’arrivo alla vetta?
«L'arrivo al Kilimangiaro è stato segnato da diverse tappe. Abbiamo incontrato diversi ecosistemi: subito la foresta montana e pluviale a circa 1.800 metri, poi in secondo luogo abbiamo incontrato la brughiera, poi l’area semidesertica alpina, la pietraia ed infine il ghiacciaio. Il penultimo giorno abbiamo attaccato la vetta. Siamo partiti alle 23, dopo aver fatto i controlli fisici. Tutte le sere infatti i nostri accompagnatori ci prendevano i parametri vitali. La scalata al Kilimangiaro è una condizione ad elevato rischio, nel gruppo ci sono state tre persone che non ce l’hanno fatta. In queste condizioni estreme infatti si può rischiare l’edema cerebrale, l’edema polmonare e l’ipotermia. Sono davvero condizioni estreme. In ogni caso siamo partiti in notturna e poco dopo abbiamo incontrato una tormenta di neve, a circa 5mila metri. Ci hanno detto che le raffiche di vento arrivavano agli 80 km orari. Siamo stati in attesa per un'ora e mezza dietro a degli spuntoni di roccia, dopo di che siamo ripartiti. Siamo arrivati poi il mattino seguente alle 9 sulla caldera».

Cosa si prova a stare sulla vetta?
«Sulla vetta si può stare non più di 20 minuti quindi è un momento velocissimo, ma di gran lunga il più emozionante di tutto il viaggio. Tutti siamo scoppiati in un pianto liberatorio. La meta infatti è il coronamento di tutte le fatiche e i sacrifici dell’esperienza. Poi siamo tornati al campo base, ci siamo rifocillati e, senza fermarci, abbiamo percorso altri 17 km, arrivando al Mweka Camp alle 19».

È stato questo quindi il momento più faticoso?
«È difficile dire quale sia stato il momento più faticoso perché è un continuo percorso di ascesa. La barriera dei 4mila metri sicuramente ha creato qualche problema. Anche lo svolgimento dei piccoli passi è uno sforzo. Si ha inoltre un maggiore affanno respiratorio. Poi non bisogna dimenticare che sulle spalle avevamo degli zaini di 10 kg quindi è stato impegnativo. Dovevamo tutte le sere montare e smontare le tende, la sistemazione era spartana, un modulo e il sacco a pelo. Inoltre le temperature erano sempre intorno allo 0, tranne in vetta dove abbiamo toccato i -15 gradi».

Qual è stata la preparazione per questa spedizione?
«Noi abbiamo cominciato una preparazione fisica i primi di novembre con allenamento aerobico e lunghe uscite sulle nostre montagne. Facevamo 20 km di camminata in montagna ogni week end, purtroppo però non in quota. Ci siamo allenati sull’Appennino emiliano quindi siamo partiti anche con un grosso punto interrogativo. Eravamo pronti alla lunga durata dei percorsi di marcia, ma non sapevamo come sarebbe andato l’adattamento alla quota. Non tutti possono compiere un percorso di questo genere. Sono necessari requisiti psicofisici che vengono controllati prima della partenza. Sicuramente deve esserci un’attitudine al sacrificio e all’adattamento».

Prossima avventura?
«Noi siamo amanti della natura e dell'Africa quindi per la prossima spedizione vorremmo assistere alla migrazione degli gnu: a milioni attraversano i fiumi Grumeti e Mara, sfidando i grandi predatori. È un grande spettacolo e un’occasione per stare a contatto con natura».

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