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«Salvammo Tazio Nuvolari con la canfora»  

Reggio Emilia, il ricordo di Maria Prandi: «Era il 2 maggio del 1948 e il campione si fermò a Ospizio, stava male e gli facemmo un’iniezione» 

"Quando a Reggio Emilia salvammo Tazio Nuvolari" REGGIO EMILIA. Maria Prandi aveva 8 anni quando, il 2 maggio 1948, insieme ai genitori soccorse Tazio Nuvolari che, con la sua Ferrari incidentata e in condizioni fisiche precarie, si fermò a Ospizio nel corso della 15esima Mille Miglia. A quasi 70 anni di distanza, la donna _ che vive ancora a Ospizio _ racconta cosa vide quel giorno e come, grazie a una puntura di canfora, il campione si riprese e potè fare ritorno a casa. LEGGI L'ARTICOLO

REGGIO EMILIA. Tazio Nuvolari. Un nome, una leggenda, che a distanza di quasi 64 anni dalla sua morte (11 agosto 1953) suscita ancora emozioni in chi ama il mondo delle corse. Ma non solo. “Il mantovano volante”, usando uno dei soprannomi con cui era conosciuto il pilota nato a Castel d’Ario in provincia di Mantova il 16 novembre 1892 è ancora un’icona dello sport mondiale. Le sue epiche imprese, riempiono ancora oggi pagine di articoli e di libri proprio perché compiute quando i piloti erano dei pionieri e lui, tra questi, era certamente il migliore. Per lui, parlano i numeri: 277 corse (di cui 80 in moto) e 107 vittorie. Fu campione d’Italia di motociclismo nel 1924 e nel 1926; tricolore in auto nel 1932, ‘35 e ’36. Un Campione che faceva parlare di se, in un’epoca dove solo i radiogiornali potevano raggiungere le masse e che, nonostante abbia dovuto affrontare due guerre che sconvolsero l’Italia, riuscì ad affermarsi e a diventare immortale.

Uno dei tanti aneddoti di una carriera durata 30 anni, anche se con lunghe pause dovute ai conflitti mondiali, passa da Reggio Emilia. In particolare dalla canonica di Villa Ospizio.

È il 2 maggio 1948. Si corre la XV Coppa delle Mille Miglia, corsa nata nel 1927 capace di trasformare per un giorno le strade da Brescia a Roma e ritorno, in 1600 chilometri di pista sulla quale si affrontavano a velocità pazzesche, auto sportive che sgomitavano per vincere la coppa e anche un po’ di soldi che, soprattutto nel periodo post bellico, facevano veramente comodo.

Ma perché Villa Ospizio, diventa protagonista?
«Perché quel giorno _ racconta Maria Prandi, 76 anni, all’epoca residente di fronte alla vecchia canonica della Parrocchia allora condotta da Don Primo Carretti _ Nuvolari si fermò proprio qui. Stava male. Aveva problemi ai polmoni. La macchina, poi, ruppe un pezzo e lui, circondato da persone della corsa, venne ricoverato in canonica. In una stanzetta piccola e fatiscente, si riposò prima di essere caricato su una macchina che lo riportò a casa. E io vidi tutto quello che accadeva fuori. Il suo arrivo e la sua partenza da Reggio. Un’emozione che fatico ancora a contenere».

Perché?
«Perché grazie a mia madre Carmen e a mio padre, Giulio, riuscirono a fargli quell’iniezione di canfora che gli permise di riprendersi».

Cosa accadde precisamente?
“Nuvolari arrivò con una macchina rossa, cui mancava il cofano (si era riappacificato con Enzo Ferrari pochi giorni prima della Mille Miglia e gli venne affidata la 166 SC, della quale perse il cofano col numero di gara 1049 a Rigali di Gualdo Tadino (Pg) e a Villa Ospizio ruppe una balestra che lo costrinse al ritiro, ndr) nero in viso, forse per la polvere e i fumi delle altre macchine. Assieme a lui c’era il navigatore (il modenese Sergio Scapinelli) e subito venne accerchiato da tanta gente. Non figurava tra i partenti, ma lo riconobbero lo stesso perché la radio annunciò che era primo».

Quando entrano in scena i suoi genitori?
“Si rese necessario fargli una iniezione. Nessuno, però, lì vicino aveva una siringa. Chiesero a mio padre che frequentava don Carretti a causa della comune passione per il teatro. Papà attraversò la strada e andò a casa a prendere una siringa. Mamma gliela porse e con quella venne fatta l’iniezione a Nuvolari. Quando la riportarono a casa, mia madre la chiuse nel bollitore e ci scrisse sopra il cognome del pilota. Da allora, più nessuno la usò. Me la lasciò in eredità, dicendomi di averne cura».

Quindi, la Mille Miglia e Nuvolari, erano unici?
«Uno spettacolo che faceva venire la pelle d’oca. Si aspettavano per ore le auto, anche chi dei motori, come me, non ne capiva nulla. So che ci furono anche incidenti mortali, ma quello spettacolo non posso dimenticarlo. E Nuvolari era unico. Piccolo, ma con una capacità di trascinare la folle, che pochi altri campioni hanno avuto. Nessuno penso sarà mai più come lui, non così grande».

Ha avuto modo di vederlo da vicino?
«No, perché venne subito portato in canonica. Ero però all’ultimo piano della palazzina dove abitavo e avevo una visuale perfetta. I libri dicono che venne anche Enzo Ferrari a parlargli, ma all’epoca non era così famoso da riconoscerlo. E poi, ci fu tanta gente che si accalcò attorno alla canonica per cercare di vederlo. Fu davvero un momento unico e indimenticabile e non solo per me».

Quella siringa, quindi, si tramanda in famiglia?
«Ora la tengo in un baule. Non mi interessa se potrebbe avere o meno valore. So che mia mamma si vantava con le amiche e con i vicini di casa nell’avere quel feticcio del Campione. Per me rappresenta uno dei tanti ricordi di mamma e papà. Per questo l’abbiamo conservata con cura».

Sa che quella corsa e l’episodio di Reggio sono tra i momenti più famosi della carriera di Nuvolari, anche se non vinse nulla?
«Lo so. E me ne dispiace perché le vittorie di Nuvolari facevano bene al morale della gente. Tanti si disperarono nei giorni seguenti, perché la vittoria sembrava non potergli sfuggire. Poi, su una Ferrari, sarebbe stata ancora più gustosa. Peccato non si facciano più corse di quel tipo, ma capisco anche il perché. Ad ogni modo, non mi perdo ugualmente, il passaggio della Mille Miglia moderna. Per me è come rinnovare una emozione di quasi 70 anni fa».
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