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Versailles non è Roma

Versailles non è Roma. Lapalissiana verità che, tuttavia, rivela quanto fitte siano le nubi che si addensano sui cieli d’Europa. Fuor di metafora, come interpretare il fatto che, per sostenere la proposta di un’Unione a più velocità che sarà avanzata a Roma per il 60° anniversario dei trattati europei, Angela Merkel sia arrivata a definire Versailles e gli accordi che vi furono siglati il 28 giugno del 1919 come un simbolo della pace in Europa?

Non si può infatti dimenticare che con quei trattati le potenze vincitrici della Prima guerra mondiale attribuivano alla Germania la responsabilità esclusiva della guerra e le imponevano sanzioni politicamente umilianti ed economicamente insostenibili. Sanzioni destinate ad alimentare il revanscismo tedesco e ad accelerare il crollo della Repubblica di Weimar e l’avvento di Hitler. La pace arrivò davvero solo col progetto europeo istituzionalizzato nel 1957 a Roma. Amnesia storica della stessa Cancelliera? No, tanto più che Versailles rappresenta un luogo-feticcio nei rapporti franco-tedeschi: dopo la Grande guerra, la capitolazione della Germania doveva essere celebrata là dove nel 1871 la Prussia guglielmina aveva inferto alla Francia di Napoleone III un oltraggio eguale e contrario.

Piuttosto, ci sono molti non detti nelle affermazioni della Merkel: a Versailles Parigi e Berlino hanno suggellato un legame inscindibile, anche se a tratti profondamente cruento e sanguinoso. Perciò questa dichiarazione deve essere letta come segno tangibile delle preoccupazioni della Germania di oggi per le sorti d’Europa alla vigilia delle elezioni in Francia, in uno scenario in cui il partito nazionalista e anti-europeo di Marine Le Pen risulta in testa nei sondaggi. In tal senso, Merkel coglie nel segno: senza la Francia, l’Unione Europea semplicemente non può essere. E Berlino non può fare a meno del suo storico rivale e partner: se restasse potenza isolata in Europa, col proprio peso specifico la Germania genererebbe squilibri che farebbero schiantare al suolo la costruzione europea, oggi più fragile che mai.

Eppure Parigi sembra incapace di uscire dall’impasse elettorale in cui si è infilata. La voce dei Socialisti si affievolisce sempre più sulla scena politica francese. Più che al candidato in corsa Benoît Hamon, la responsabilità di ciò pare debba essere attribuita alle difficoltà comunicative del Presidente uscente Hollande. La sincera e commossa determinazione di quest’ultimo all’indomani degli attentati del 2015 allo Stade de France e nel centro della capitale non è riuscita a incrinare la patina di sconcertante (e politicamente imperdonabile) normalità piombata su di lui a seguito delle foto che ritraevano le sue visite amorose in motorino. Il risultato è che Hollande ha preferito non ricandidarsi e già c’è chi immagina per lui un futuro nelle istituzioni europee.

Ma più di tutto saranno le crescenti difficoltà dello stato sociale francese e le condizioni sempre più precarie delle fasce più deboli a decidere l’esito della consultazione elettorale. Ed è proprio alla Francia profonda che guardano i tre principali candidati. Marine Le Pen prosegue per la propria strada, consapevole del fatto che persino i recenti polveroni che la riguardano finiscono per rafforzarla agli occhi del suo elettorato. Emmanuel Macron rivendica l’autonomia e il pragmatismo di un programma che sembra riscuotere crescenti e trasversali consensi.

Entrambi poi intercettano i voti dei transfughi repubblicani sconcertati dall’“affaire Penelope” che ha investito François Fillon. Il quale corre isolato rispetto al proprio partito, giunto a prefigurare una sua sostituzione in extremis con Alain Juppé, che tuttavia

ha cortesemente declinato l’invito. E la caparbia lotta solitaria di Fillon rischia di trascinare i Repubblicani alla sconfitta, al grido di battaglia pronunciato da Goffredo l’Ardito (Jean Reno) nella commedia francese Les Visiteurs: “Ch’io deceda se recedo!”

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