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verba volant

Non conoscono l'odore dei colori

L'editoriale del direttore della Gazzetta di Reggio, Stefano Scansani, sugli atti di vandalismo alla scuola primaria di Cadelbosco Sopra

REGGIO EMILIA. La scuola è un luogo di culto. Come un museo, una sala da concerti, un teatro. Tutti hanno la stessa valenza e forza che deriva appunto dal termine “culto”, che pencola fra cultura e coltura: la consapevolezza e la conoscenza che crescono.

Fanno diventare grandi. Ma sono luoghi fragili. L’accanimento dei vandali dentro la scuola di Cadelbosco è stato così brutale da essere incomprensibile. Perché il brutto voto, la sospensione, il cattivo sangue che può correre fra studenti e insegnanti in fondo in fondo, proprio nel subconscio dei teppisti, sarebbe comprensibile.

O meglio costituirebbero una ragione insopportabile, ma una ragione. La distruzione a Cadelbosco non ce l’ha. Oppure, a pensarci con cura, una ragione esiste, ed è l’esatto contrario di ciò che altre generazioni avevano subìto, nutrito o goduto: un rispetto sacrale per la scuola come istituzione, luogo, edificio.

Non mi riferisco alle patrie retoriche del libro Cuore o ai conflitti recenti dentro il mondo scolastico. Sono più piccolo. Guardo nell’astuccio, all’odore dei colori. Ascolto l’onda sonora delle aule, dei corridoi. Luoghi dove i bimbi diventavano ragazzi e quindi donne e uomini. Ecco perché la scena di Cadelbosco induce commozione più che rabbia. Hanno rotto un luogo.

Queste energie che si scatenano contro i luoghi-istituzione e gli oggetti-simbolo, trovano il loro brodo nell’emulazione della violenza che ci circonda, e nell’assenza di stimoli al rispetto, e in quello che si diceva a scuola: “state composti”.

Cioè in equilibrio fra gli altri, rispettosi della comunità. Non sto a scrivere che un grande interrogativo ora deve penetrare nelle teste dei genitori, degli educatori. Chi educhiamo, come li educhiamo, chi sono? Me la cavo con l’odore dei colori che si sprigionava dall’astuccio: segnava le mattine a scuola, i compiti, la fantasia, la crescita.

Ricordate: temperare le matite era attività di cura,

che ha radice nel temprare: assegnare a ogni cosa la sua misura. Quando cascava una matita era un dramma. Piccolo dramma. Si spaccava la mina e la matita era perduta. Loro hanno rotto una scuola e non conoscono l’odore dei colori. Qui sta il problema.

Stefano Scansani

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