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LA DOMENICA

Dopo l'Ariosto poco Furioso, non perdiamo un altro treno

Ferrara, nell'autunno 2017, dedica una monografica al pittore Carlo Bononi, che ha dipinto una cappella della basilica della Ghiara. E Reggio Emilia, seconda patria dell'artista?

REGGIO EMILIA. Il 2017 espositivo di Reggio Emilia ha due appuntamenti segnati in agenda. In primavera la mostra sull’antica via Emilia in Palazzo San Francesco; dall’autunno l’antologica dedicata a Kandinsky a Palazzo Magnani. Dunque prepariamoci a passare dall’archeologia stradale all’astrattismo, mentre sta per transitare un secondo treno locale per patrimonio, ma internazionale per occasione.

Il primo treno (perduto) era stato quello transitato l’anno scorso, nel 500° della prima edizione dell’Orlando Furioso. L’Ariosto, creatore della narrazione moderna, pur essendo nato e cresciuto a Reggio ha ricevuto omaggi sottotraccia, di contorno, piccolini. Ferrara ha fatto la parte del leone con la mostra sublime al Palazzo dei Diamanti contando 146.567 visitatori.

Il secondo treno (in arrivo) parte ancora da Ferrara: dal 14 ottobre 2017 al 7 gennaio 2018 ha in programma la monografica su Carlo Bononi. Reggio con questo sfolgorante pittore del primo barocco emiliano c’entra eccome. Di Bononi ci sono ad esempio i dipinti della cappella Gabbi o dell’Arte della Seta della basilica della Ghiara. Un capolavoro da santuario, che è il più esteso insieme a quello di Santa Maria in Vado a Ferrara.

L’esposizione autunnale-invernale annunciata dal Palazzo dei Diamanti, volta a indagare l’ultimo sognatore dell’officina ferrarese e dunque il pre e il post artistico alla devoluzione di quella capitale ducale allo Stato della Chiesa, avrà un paio di valenze. I dipinti su tela saranno raccolti in esposizione, perciò trasferiti, e quelli su muro ed altri resteranno “a casa”. I visitatori più motivati li andranno a esplorare.

I dipinti della Ghiara non rappresentano le uniche tracce dell’attività reggiana di Bononi, nato nel 1569 e morto nel 1632. La nostra città fu la seconda patria dell’artista, itinerante e manager di se stesso, tanto che per la cappella Gabbi convinse i committenti della bontà di un esecuzione ad olio e non a fresco. Cosa che poco prima non era riuscita al Guercino. Per essere messi in mostra ai Diamanti partiranno da Reggio il San Sebastiano della cattedrale, la Santa Margherita in Trono del Museo diocesano, l’Annunciazione della parrocchiale di Gualtieri, un disegno preparatorio conservato in Fondazione Manodori, altre opere messe a disposizione di collezionisti privati.

Un’esposizione di queste dimensioni è occasione di censimento e quindi, oltre il ciclo del santuario della Ghiara, vanno ricordati l’Adorazione dei pastori e la Madonna di Loreto nella chiesa di Sant’Agostino, la Santa Barbara conservata in Santa Teresa, il tardo dipinto di San Biagio fra San Francesco e San Carlo Borromeo a Quattro Castella, la piccola Madonna della Ghiara nel museo del santuario e una Resurrezione che era ospitata in un oratorio poi sconsacrato, misteriosa e introvabile, mitica.

Il Bononi reggiano è fondamentale. Mi spiego: per conoscere l’artista bisognerà piacevolmente andare a Ferrara, e passare anche da Reggio.

Scrivo questo commento domenicale in forma di notizia e sollecitazione, nove mesi prima dell’inaugurazione della mostra curata da Giovanni Sassu e Francesca Cappelletti, organizzata dalla Fondazione Ferrara Arte.
Così non ci saranno alibi, smemoratezze e poi rimpianti di genere ariostesco. Il Comune e le istituzioni culturali di Reggio – se vogliono – hanno tutto il tempo per riflettere e progettare una ricaduta turistica e culturale, qui.
Hanno il tempo per valutare iniziative parallele, eventi in collaborazione, relazioni virtuose con Ferrara. Perché è ben conosciuto l’effetto che fanno nelle esposizioni i cartellini con la scritta “Proveniente da Reggio Emilia…”, “Proveniente da Reggio Emilia…”, “Proveniente da Reggio Emilia…”. Toh che sorpresa… E noi non lo sapevamo?

Vediamo come va a finire. Nell’attesa fornisco alle autorità reggiane il numero telefonico 0532 244949. È quello del Palazzo dei Diamanti. Non si sa mai.
s.scansani@gazzettadireggio.it
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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