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Anche a Reggio Emilia "non una di meno": l'8 marzo le donne scioperano

È nato il comitato “Non una di meno” per difendere i diritti femminili. Una piattaforma femminista per combattere ogni tipo di violenza di genere

REGGIO EMILIA. Macché festa, quest’anno l’8 marzo si sciopera. Le mimose non sono escluse, ma è gradito un tocco di fucsia, il colore della protesta, mentre il simbolo è rappresentato da una matrioska. E non a caso. Perché una matrioska sola può contenere dalle 3 alle 60 piccole-grandi donne.

“Non una di meno”, questo il nome del movimento femminista che ora ha un comitato reggiano. Si è costituito attraverso le due partecipate assemblee del 18 febbraio all’Ostello della Ghiara e del 23 febbraio al Catomes Tôt e sta lavorando per preparare lo sciopero delle donne dal lavoro produttivo e riproduttivo lanciato in quaranta paesi del mondo.

Uno sciopero spalmato su otto temi e altrettanti tavoli tematici: lavoro e welfare, femminismo migrante, diritto alla salute sessuale e riproduttiva, educare alle differenze, percorsi di fuoriuscita dalla violenza, sessismo nei movimenti, narrazioni della violenza attraverso i media, piano legislativo e giuridico.

Tutto è partito dalla grande manifestazione “Non una di meno” il 26 novembre a Roma con la partecipazione di 200mila persone ed è proseguito con le due giornate del 4 e 5 febbraio scorso a Bologna dove è stata lanciata la doppia sfida: lo sciopero generale dell’8 marzo e la scrittura del piano femminista contro la violenza.

Allo sciopero hanno aderito tutti i sindacati di base ma anche la Flc Cgil. E se a livello nazione “Non una di meno” è partito da Udi (Unione donne italiane), Dire (Donne in rete contro la violenza) e Io decido, il comitato ha avuto nelle settimane successivo decine e decine di adesioni.

«Ciò che vorrei sottolineare - spiega Silvia Iotti, presidente dell’associazione Nondasola che gestisce a Reggio la Casa delle Donne - è che abbiamo allargato e alzato lo sguardo. Da anni noi ci occupiamo di violenza sulle donne, ed è questo quello che continueremo a fare, ma è arrivato il momento di guardare anche ad altre forme di violenza. Parlo di quelle forme di violenza che pervadono i luoghi di lavoro, le narrazioni dei media, i messaggi della pubblicità, il linguaggio sessista senza dimenticare gli ultimi attacchi alla legge 193 attraverso un’obiezione di coscienza che si può trasformare in violenza».

L’assemblea plenaria di Non una di meno, il 5 febbraio scorso a Bologna, si era chiusa con lo slogan “Eravamo marea, ora siamo un oceano e nessuno scoglio ci potrà fermare”.

Qualcuno potrebbe chiedersi: è tornato il femminismo? A questo proposito Carmen Marini, vicepresidente di Nondasola, non ha dubbi: «Il femminismo degli anni Sessanta, anche se a qualcuno non interessa e ad altri conviene non vederlo, è lo stesso di oggi e in realtà non è mai morto. Se pensiamo alle leggi sul divorzio e sull’aborto, a quella che ha cancellato il delitto d’onore, all’introduzione dell’affidamento congiunto e, ora, alla lotta per rivendicare l’applicazione della legge 193, è chiaro che a portare avanti queste battaglie sono state e continuano ad essere le femministe. E non c’è da meravigliarsi se proprio oggi abbiamo steso una piattaforma femminista: quello che vogliamo è una mobilitazione permanente per gli otto punti sui quali ci si dovrà confrontare con le istituzioni».

Carla Ruffini, già promotrice di diversi comitati e movimenti, ha aderito da subito a Non una di meno: «A livello provinciale siamo partiti da poco tempo - spiega - ma stiamo lavorando intensamente perché anche a Reggio, l’8 marzo, lo sciopero abbia ampia visibilità. La mobilitazione durerà per l’intera giornata ma il momento clou sarà il corteo con concentramento in piazza Prampolini alle 17.30».

Sarà uno sciopero della produzione e della riproduzione. Cosa significa? «Innanzititto - spiega Silvia Iotti - non tutte le donne purtroppo hanno un lavoro e quindi non “producono”. Fermarsi dal lavoro riproduttivo significa fermarsi per rendere visibili tutti quei lavori domestici e di cura dei figli piuttosto che degli anziani e dei compagni mariti conviventi, che le donne svolgono quotidianamente».

«E potremmo aggiungere - glissa Carmen Marini - che se l’uomo esce di casa lavato mangiato e stirato, tutto questo ha a che fare con quel lavoro di cura femminile all’interno del quale, non di rado, si manifesta la violenza».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
 

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