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I ragazzi ci svelano i tesori nascosti della città

Gli studenti del liceo Ariosto sopperiscono alla mancanza di informazioni storiche fornite ai cittadini, sui luoghi importanti della città non ci sono cartelli

Intanto grazie. Il grazie va ai ragazzi del liceo classico Ariosto che hanno permesso ad alcune decine di reggiani di scoprire in quale città vivono. È successo domenica, quando tre bravissimi studenti di terza – Irene Poziello, Filippo Ghirardini e Shantidas Valli – insieme all’insegnante di arte – Lucia Gramoli – hanno accompagnato i cittadini alla scoperta del centro di Reggio. Non la solita visita guidata che ti sciorina la data di costruzione di questa e quella chiesa e i nomi degli autori di qualche affresco. Al contrario gli studenti hanno aperto un libro bellissimo, dal quale hanno tirato fuori storie interessanti, che ci raccontano perché la nostra è una città di artigiani, perché le vie hanno nomi così particolari e anche perché girando per il centro ci sono un sacco di cose belle.

Dobbiamo dire grazie agli studenti perché, se non fosse stato per loro, queste belle cose (che dobbiamo chiamare con il nome che spetta loro, cioé opere d’arte) non le avremmo mai scoperte.

La visita parte da piazza San Prospero, dove i partecipanti vengono a conoscere la storia della basilica dedicata al patrono, con la commistione di stili che la compone; una chiesa a pochi metri dalla cattedrale, dalla quale si differenzia per originalità di costruzione ma anche per le diverse motivazioni che portarono alla sua antichissima costruzione. La visita, suo malgrado, riguarda anche la torre ottagonale di San Prospero, che da anni fa brutta mostra di sè, celata per metà da impalcature e teloni sbrindellati.

Di tutto quello che gli studenti raccontano, sulla piazza non si trova traccia. Non un cartello che ci racconti il perché della storia delle nostre pietre, di quei sei leoni di marmo rosa che sono il simbolo della nostra reggianità. Nulla. Chi passa in piazza – reggiano o no – al massimo può limitarsi a constatare la bellezza di questa basilica che stranamente si ritrova di fronte il retro di un’altra chiesa, tanto diversa.

La situazione non cambia andando avanti. Gli studenti del liceo si fermano all’angolo fra via Toschi e via San Carlo. Cosa c’è di interessante? La casa più antica di Reggio, che ancora oggi ha tanto di portico in legno. Chi avrebbe mai potuto saperlo? D’altra parte anche qui non c’è nessuna indicazione, non ci sono strumenti per sapere che quell’angolo è il più carico di storia della città, attaccato a una vecchia chiesetta sconsacrata – quella di Sant’Agata e San Carlo – che non sarà Notre Dame ma che merita di essere vista. Se fosse possibile, perché in realtà è chiusa e visitabile sono in occasione di mostre.

Avanti di cinquanta metri, ti volti dall’altra parte di via San Carlo e gli studenti ti fanno scoprire che il palazzo che hai davanti, con tanto di fantastico portico, era la sede della confraternita dei lavoratori della lana. Siamo in pieno Medioevo, quando Reggio sta già gettando le basi di ciò che siamo oggi. I ragazzi dell’Ariosto indicano un capitello, l’unico rimasto originale. Vi spunta la testa di un montone, simbolo dei mestieri della lana.

Sotto il portico starebbe bene un elegante cartello che ci racconti tutta questa storia. Il cartello però non c’è. Come non c’è niente che in piazza Fontanesi ci spieghi che sotto il rettangolo lastricato in modo differente c’era il Canale di Secchia, cioé tanta acqua, quell’acqua che un tempo faceva funzionare le botteghe della lana e dei lavoranti delle pelle. Ecco perché ci sono vie che si chiamano Conciapelli e Guazzatoio. Poco più avanti a metà di via Baruffo c’è un largo con una strana casa. Su un lato si nota un arco chiuso, su un altro si vede ciò che resta di una finestrella.

Oggi quella è una casa; secoli fa era una chiesa, dedicata a San Salvatore, il santo a cui era intestata la piazzetta. Anche qui non c’è nulla che ci testimoni tutta questa bellezza storica.

Al termine del percorso i ragazzi dell’Ariosto si prendono un applauso meritato. Resta un dubbio: quante altre bellezze sono presenti nella nostra Reggio Emilia senza che nessuno ce lo racconti? Siamo sicuri che apporre dei semplici cartelli che ci dicano chi siamo e da dove veniamo rappresenti per il Comune una spesa insostenibile? Forse non c’è bisogno di grandi strategie culturali, basta fare quattro passi in centro e prendere esempio dalla lezione che ci viene dai nostri studenti.

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