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«Ex Aras, l’ampliamento è insostenibile»

Il sindaco dice no all’allevamento da 7.000 maiali e all’impianto a biogas. «Ma il Comune ora non ha poteri, decide l’Arpae»

CADELBOSCO DI SOPRA. Da una parte c'è un progetto ecosostenibile per ingrandire un’azienda; dall’altra la protesta dei cittadini per la presenza di un altro mega-impianto a poche centinaia di metri. I progetti futuri dell’ex Aras, ora Tenuta Vincenzo, mettono il sindaco di Cadelbosco davanti a un bivio: «Il progetto è curato e rispetta le norme ambientali – spiega Tania Tellini –. Il problema è il vicino impianto delle Fontanelle, che usa i reflui di allevamenti intensivi avicoli. Per questo ...

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CADELBOSCO DI SOPRA. Da una parte c'è un progetto ecosostenibile per ingrandire un’azienda; dall’altra la protesta dei cittadini per la presenza di un altro mega-impianto a poche centinaia di metri. I progetti futuri dell’ex Aras, ora Tenuta Vincenzo, mettono il sindaco di Cadelbosco davanti a un bivio: «Il progetto è curato e rispetta le norme ambientali – spiega Tania Tellini –. Il problema è il vicino impianto delle Fontanelle, che usa i reflui di allevamenti intensivi avicoli. Per questo ritengo che l’ingrandimento sia insostenibile per Cadelbosco».

Il primo cittadino dice dunque no alla proposta di ampliare l’allevamento da 1.700 a settemili suini e realizzare un impianto di biogas. Una richiesta avanzata dal nuovo amministratore nominato dalla Sparkasse, istituto di credito altoatesino che di fatto controlla l’azienda. Ma il no della Tellini non significa che il maxi-allevamento in via Leonardo da Vinci non si farà. «Siamo ai preliminari e ora il Comune non ha voce in capitolo – sottolinea –. Va eseguita la procedura Via (Valutazione di impatto ambientale, ndr) e non è stata ancora convocata la conferenza di servizi».

La parola dunque spetta all’Arpae chiamata al primo round di un caso che va ben oltre le normali questioni di rapporto tra ambiente e sviluppo economico. «Un allevamento intensivo di per se non porta nulla al territorio. Non dà benefici occupazionali diretti ma è decisivo per l’indotto dei salumi. Senza maiali non si possono fare i prodotti tipici. Avere degli allevamenti è un’esigenza che va ben oltre Cadelbosco ma riguarda, ad esempio, tutta la zona di produzione dei prosciutti: da Reggio Emilia, a Parma, a Piacenza».

È questo il nocciolo del problema, la vera questione ancor più pressante della realizzazione o meno dell’impianto a biogas. «Gli allevamenti sono sempre più intensivi – afferma Tellini –. Siamo passati da mille-duemila capi in stalle vicino alle latterie ad allevamenti con cinquemila-diecimila maiali. La quantità delle emissioni e dei liquami è completamente diversa. Io ho sempre sostenuto che questa non è agricoltura ma industria a tutti gli effetti».

E poi c’è la puzza, denunciata sui social e cavallo di battaglia del comitato “Aria Pulita per Cadelbosco”. «La puzza c'è, ma era molto più prima. È indubbio che si senta, ma esistono due tipi di odori: c’è una puzza che si potrebbe definire “sana” ed è parte degli allevamenti, chi vive in campagna lo sa bene; c’è poi una puzza “insana”, più pesante, legata all’allevamento intensivo e che arriva al centro abitato».

Un conflitto che, secondo la Tellini, può essere risolto solo con la tecnologia: «Non posso chiuderle, impedire che esistano o che presentino domande di ampliamento. Ciò che posso fare è vigilare perché abbiano tecnologie, adeguate e funzionanti, per ridurre al minimo i liquami e le emissioni».

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