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Crac Coopsette, un salasso per i comuni

Imu e Tari, crediti monstre per Campegine, Castelnovo e Cadelbosco. Davoli attende 140mila euro, il consulente 1 milione

CASTELNOVO SOTTO. Come tutte le imprese Coopsette ha occupato suolo e prodotto rifiuti per decenni pagando regolarmente le imposte. Poi è scoppiata la crisi, che ha prosciugato le finanze nella cassa della cooperativa di costruzioni della bassa reggiana, un colosso costretto a congelare il pagamento di tasse e tributi creando un pericoloso cortocircuito anche nei bilanci dei piccoli comuni reggiani. Imu e tasse sui rifiuti non versate per 1,4 milioni di euro gravano ora sulle casse di sette comuni reggiani. Altri 833mila euro su altri 10 enti locali fuori provincia. Un bollettino che ha messo in ginocchio prima di tutto il comune di Campegine, 5mila anime che si sono già viste aumentare l’addizionale Irpef sui redditi più bassi (dallo 0,5 allo 0,7% nel 2015) dal giovane e incolpevole sindaco Paolo Cervi per coprire il “buco” monstre di 757mila euro lasciato da Coopsette.

COMUNI AL PALO. La dinamica è presto detta. I capannoni e le sedi sparse soprattutto nella bassa hanno fatto per anni la fortuna dei comuni che incassavano le imposte dalla ricca cooperativa, la quale ha anche espresso a più riprese sindaci e amministratori passati dall’azienda al vertice degli enti locali. Guardando lo stato del passivo consegnato al tribunale di Reggio pochi giorni fa da Giorgio Pellacini, incaricato della liquidazione coatta amministrativa, si comprende la portata della disgrazia. Il passivo totale è di 790 milioni di euro (come riportato in dettaglio nella Gazzetta del 1 dicembre): mezzo miliardo di euro sono i crediti vantati dalle banche. Parte residuale - ma assai rilevante per ciascuno - da dipendenti, fornitori e, per l’appunto, i comuni. Campegine vanta un credito altissimo, 757.000 euro. Poi c’è Castelnovo Sotto 319.000 euro, Cadelbosco Sopra 200.000, Sant'Ilario d'Enza 43.000, Reggio Emilia 40.000, Poviglio 35.000, Gattatico 3.500. Senza scordarsi i comuni fuori provincia, come Alessandria 311.000, Tremosine sul Garda (Brescia)195.000 (dove Coopsette ha costruito il grande villaggio oggetto di un’inchiesta penale), Genova 154.000 (la seconda casa di Coopsette per numero di lavori), San Martino (Verona) 78.000, Budrio (Bologna) 30.800, San Benedetto Po (Mantova) 24.700m Castel San Giovanni (Piacenza) 19.000, Modena 12.000, Mirandola 7.000 e Muggia (Trieste) 2.200.

CORSA CONTRO IL TEMPO. L’estate scorsa era già stato messo in vendita il capannone di Caprara di Campegine e del terreno posto di fronte a un prezzo di 7 milioni e 300 mila euro. Una piccola frazione del vasto patrimonio che dovrà essere liquidato in un mercato poco propenso ad acquistare immobili. Il fabbricato industriale in questione è il classico esempio di capannone usato come magazzino, che copre una superficie complessiva di oltre 22mila metri quadri, di cui 10.500 costituiti dall'area coperta, oltre a un terreno da 18.500 metri quadri ora coperto dall'erba ma che è già edificabile. Un affare appetibile fino a qualche anno fa, ma che ora assume i contorni del colpo di mercato. L’Imu versata annualmente dalla cooperativa pesava per circa il 10% del totale Imu annuale incassato dal piccolo comune, che attende la restituzione dei soldi per allentare la presa sui cittadini. Ma a restare al momento con un palmo di naso sono prima di tutti i dipendenti, ammessi al passivo perché in attesa di arretrati e Tfr. Dagli operai fino ai vertici, come l’ex presidente Fabrizio Davoli, che non si è visto pagare 140mila euro, principalmente contributi previdenziali e trattamento di fine rapporto. I conti in sospeso sono milionari anche quando si tratta del fisco. La sola Agenzia delle Entrate attende da sola la riscossione di 5,6 milioni di euro, principalmente Iva non versata.

I PROFESSIONISTI. A ricevere la botta più forte in fatto di arretrati è l’avvocato reggiano Giorgio Barbieri, che ha lavorato per lungo tempo al concordato in bianco inizialmente presentato nel 2013, tramutato poi in una ristrutturazione dei debiti che non ha portato però i frutti

sperati. Un compito di advisor legale a cui si è affiancato Bain & Company come advisor finanziario, portato avanti con l’utilizzo di molti collaboratori. A lui la procedura deve ancora 1 milione di euro tra onorario e spese sostenute dallo studio ma non ancora saldate dalla cooperativa.

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