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Made in Italy, con Ligabue in Un’altra realtà: «A vincere è la speranza»

La rockstar si racconta in occasione dell’uscita del suo ultimo disco, il primo concept album della sua carriera

CORREGGIO. Negli anni Novanta raccontava la provincia emiliana, i fossi di Correggio, le rane di Rubiera; adesso canta l’Italia. E, come allora, viene una gran voglia di restare (nonostante il treno sia sempre in ritardo).

Con “Made in Italy”, il nuovo disco dal 18 novembre in vendita, Luciano Ligabue si dichiara. Una confessione d’amore già iniziata con “Buonanotte all’Italia”, «che si fa o si muore», ma che qui si dilata occupando tutte e 14 le canzoni dell’album.

«È una dichiarazione d’amore frustrato verso il mio Paese – ci spiega Ligabue nel suo studio di registrazione a Correggio – raccontato attraverso la storia di un unico personaggio. Si tratta di un vero e proprio concept album, ed è il mio primo, ma è comunque composto di canzoni. Canzoni che godono di una vita propria ma che in quel contesto, tutte insieme, raccontano la storia di un antieroe: Riko». Un uomo di mezza età che si è sposato giovanissimo, e giovanissimo ha avuto un figlio. Che troppo presto ha iniziato a lavorare otto ore al giorno tutti i giorni, come suo padre prima di lui, e che è molto, molto arrabbiato. Perché il mondo in cui credeva non esiste, perché alla fine hanno vinto le banche, perché anche lui, a causa della giungla in cui vive, è diventato un animale egoista che si consola con un “Meno male” quando sono gli altri a perdere il lavoro.

«È il protagonista di “Non ho che te”», svela Ligabue lasciandoci a bocca aperta. Proprio come nella canzone di “Giro del mondo”, tutto “Made in Italy” è scritto stranamente in prima persona. E il secondo nome di Ligabue è Riccardo, così simile a quel Riko. E allora, forse... «Non so se si tratta di un alter ego – sorride Ligabue interrompendo le nostre ipotesi – o della vita che avrei vissuto se non avessi trovato sulla mia strada Angelo Carrara disposto a pagare di tasca propria per farmi realizzare il primo album, se è una sorta di una vita parallela o semplicemente una parte di me. Ma sinceramente non mi interessa. Riko diceva quello che volevo dire io, con un linguaggio più diretto e arrabbiato. Così ho deciso di mandare avanti lui».

Il risultato è una boccata di libertà, che non fa male a chi deve fare i conti con il proprio mito (e a volte si sente costretto ad assomigliare sempre a se stesso) e nemmeno a noi. Che ascoltando le canzoni di “Made in Italy” veniamo scossi da un’energia non nuova ma rinnovata, e non possiamo, davvero, stare fermi sulla sedia: perché in questo disco, che si apre con un elettrizzante omaggio agli Who, non scorre solo il rock, ma anche il funky, il soul, il rhythm and blues, lo swing, il reggae e lo ska. «Grazie a Riko mi sono sentito più libero del solito – spiega Ligabue – e così ho giocato con la musica sperimentando generi che di solito non mi appartengono».

Ma la sperimentazione non si limita alla parte musicale. Ligabue ci chiama a giocare con lui, e dissemina l’album di indizi. «Alcuni miei fan si sono già accorti che nella copertina (una specie di super nova pronta ad esplodere da cui, tra le altre cose, spuntano soldi, grattacieli, bombe, poliziotti e manifestanti, microfoni, cartoline d’Italia e rubinetti d’oro, ndr) ci sono due bandiere: una con la lettera “R” e l’altra con la “L”. Un mistero che non voglio svelare del tutto, perché mi piace pensare che le persone che compreranno l’album perderanno del tempo, si fa per dire, a scoprirlo anche dal punto di vista grafico. Cercando di capirlo sul serio, ascoltandolo senza fare altro».

E non sarà difficile. Non solo perché nel suo percorso di formazione Riko ci assomiglia sempre di più, ma perché in questo disco c’è davvero tanto Ligabue. Prendiamo “G come giungla”, per esempio.

«È inutile nascondersi – ci dice – sono molto arrabbiato anche io. Sono cresciuto negli anni Settanta, ho creduto fino in fondo che la politica potesse rendere il mondo equo e giusto. Invece molte promesse fatte da quella politica sono state disattese e ora la forbice sociale tra primi e ultimi si è aperta in modo terribile. Vedere come ci ha ridotto l’alta finanza o che la maggior parte delle ricchezze del mondo è in mano a pochissimi mentre l’indigenza è così diffusa è per me il fallimento di un sogno e di una civiltà. Riko si sfoga andando a ballare e bere con il suo amico Carnevale (“È venerdì, non mi rompete i coglioni”), io mi rifugio nel “bar” creato insieme ai miei amici di sempre: una casa di campagna presa in affitto, in cui ci sono tavoli da biliardo, biliardino, tavoloni per le cene e altri per giocare a carte». La rabbia e la frustrazione, così, passano. “Quanto della nostra infelicità (e del suo contrario) viene da fuori e quanto da dentro ognuno di noi?”, si chiede Riko durante il viaggio di nozze nella sua amata Italia. E il segreto è tutto lì.

«Per sopravvivere in questa giungla dobbiamo cambiare – conferma Ligabue – aumentare la consapevolezza di noi stessi e del nostro posto nel mondo. La vera rivoluzione è quella che ognuno fa con se stesso. Riko va a manifestare, prende una manganellata in testa, finisce all’ospedale e vince i suoi quindici minuti di notorietà. In reparto incontra una dottoressa che lo sveglia, diciamo così, attraverso l’impulso sessuale. Ma poi lui decide di ripartire dal rapporto con sua moglie, ormai a rotoli, e ricostruirlo grazie a una nuova luna di miele». Il viaggio comincia con i rumori che accompagnano la nostra vita caotica e confusa – una campanella che suona, posate che tintinnano, voci che si perdono nel rombare di automobili e motorini, porte che si aprono, la registrazione di Trenitalia “Scusate per il disagio” – e si chiude con un coro di bambini che promettono “Un’altra realtà” cantando «ci sarà quello che ci sarà, si vedrà certo che si vedrà».

«Perché a vincere su tutto, alla fine, è la speranza. Anche se non va di moda ed è da ingenui». Parola di Ligabue, «l’idealista».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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