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Vittima di Blasco parla di roghi, mitra e divise dell’Arma

REGGIO EMILIA. Ci ha messo di nuovo la faccia, nonostante «io sono finito sui giornali e sono ancora qui a rispondere di fatti commessi da altri», nonostante ora sia costretto a lavorare tra Milano e...

REGGIO EMILIA. Ci ha messo di nuovo la faccia, nonostante «io sono finito sui giornali e sono ancora qui a rispondere di fatti commessi da altri», nonostante ora sia costretto a lavorare tra Milano e Bergamo («faccio 300 chilometri al giorno per la mia famiglia»), nonostante tutto. A differenza di altre parti lese, l’albanese che ha testimoniato ieri contro Gaetano Blasco – portando la sua vicenda personale ma anche preziose conferme su roghi, armi e divise di carabinieri dirette in Calabria – è stato un testimone chiave.

L’albanese conosce Blasco una decina di anni fa, in veste di caporale. «Ci trovava il lavoro nei cantieri e ci pagava in nero». Poi Blasco diventa anche socio, «per modo di dire», perché Blasco non solo esclude l’albanese e l’altro socio dai movimenti bancari della ditta, ma fa loro eseguire lavori e prendere in affitto un capannone senza mai corrispondere un euro, né a loro né ai fornitori. «Siamo andati avanti così per quattro anni, finché siamo stati costretti a chiudere», ha riferito il teste. E quando, come ultimo tentativo (siamo nel novembre 2009), l’albanese e il socio si recano dal notaio, facendo sapere a Blasco che non lo riconoscono più come amministratore della società Bmb, quest’ultimo per tutta risposta il giorno dopo cambia tutte le serrature del capannone. Da lì la decisione dell’albanese di rivolgersi prima alla guardia di finanza, poi ai carabinieri: in mezzo, il testimone invia perfino una mail alla procura, il cui contenuto non è stato reso noto, ma è facilmente immaginabile.

Risultato finale: «Tutti mi indicavano come “il vigliacco che lo faceva finire dentro”, nessuno a Reggio mi dava più lavoro. Addirittura, in un bar, ero stato avvicinato da un altro imprenditore, che mi aveva chiesto: “Ma allora ti sei fatto pentito?”».

Se queste sono state le amare conseguenze sulla vita personale dell’albanese, quest’ultimo, proprio in virtù della prolungata e quotidiana frequentazione con Blasco, è stato testimone oculare di diversi fatti inquietanti. Primo, le armi: «Una volta nella cantina di casa mia, che lasciavo aperta come deposito attrezzi, ho visto due scatole: dentro c’erano dei mitra. Ho chiesto spiegazioni a Blasco. “Non ti preoccupare, a mezzogiorno non ci saranno più”». Per diversi giorni, il presunto socio ha tenuto una pistola in ufficio, «su uno scaffale dietro ai documenti».

Per quasi un mese, nel 2007-2008, nel capannone di Ghiardo è rimasta una cassapanca contenente divise da carabiniere. Alla domanda cosa fossero, Blasco ha risposto: «Quel baule deve andare giù», e difatti è poi scomparso. Infine la lunga serie di incendi – a Reggio, Rivalta, Scandiano, Montecchio, tutti luoghi riconosciuti nelle foto dall’albanese – dei quali Blasco si vantava: «Gli ho fatto la festa, al fratello dell’amico tuo», «Gli faccio bruciare il tetto, a quello». Perché «se tu sei capace di andare a picchiare

uno ogni mese, ti imponi», era la filosofia di Blasco.

L’albanese è stato duramente controinterrogato dagli avvocati difensori di Blasco, Nicola Tria di Reggio e Carlo Petitto del Foro di Catanzaro, quest’ultimo ripreso più volte dal giudice Caruso per la sua aggressività.(am.p.)

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