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Tutto uguale e tutto come prima

Trasformare un commento giornalistico in un sermone è un azzardo professionale. So di correre il rischio, però ci provo, perché m’intriga il discorso dei confini che è provocato da almeno quattro argomenti all’ordine del giorno: il terremoto nel centro Italia, la satira di Charlie Hebdo, il burkini sì o no, il #fertilityday (così come lo scrive la ministra della salute Lorenzin). Metto subito in chiaro che non ho intenzione di costituire una macedonia tra temi tanto diversi per peso specifico. È interessante però il comune denominatore che lega gli stessi: appunto i confini. Meglio ancora il senso del confine. Provo a mettere in ordine ogni argomento che ho elencato più sopra, così ci capiamo: il confine del dolore, il confine della satira, il confine del costume, il confine del pubblico e del privato.

CONFINE DEL DOLORE. Il terremoto di mercoledì 24 agosto nel luogo dove corrono e si confondo i confini di Lazio, Marche, Umbria e Abruzzo, ha distratto l’opinione pubblica dall’attenzione alle cose solite e ordinarie. Ogni tanto, infatti, capita qualcosa di inaspettato che riconduce gli umani a essere umani. Di solito è un disastro, una disgrazia, una disperazione nazionale. Dis è la particella latina, di origine greca, Dys, che dà una curva maligna alle parole. Per qualche tempo il Paese si riaggrega, la solidarietà ossigena l’unità, e così il momento successivo a ogni cataclisma sembra un nuovo inizio. Ma è letteratura purissima, transitoria. Infatti, il dolore, giorno dopo giorno, rientra nei suoi confini. Oppure si serra in confini diversi. E fa dire ai più fatalisti che nulla comunque cambierà, abusi e corruzioni compresi. Cioè si torna come prima.

CONFINE DELLA SATIRA. Il fatalismo confina con l’insensibilità. È il caso sorprendente delle vignette firmate da Felix nell’ultima pagina del Charlie Hebdo: il giornale satirico parigino obiettivo della strage islamista del 7 gennaio 2015. Il disegnatore venerdì scorso ha immortalato il “terremoto all’italiana” con tre umanizzazioni insanguinate di altrettante specialità gastronomiche: penne al pomodoro, penne gratinate, lasagne. Ognuna di esse è figurata con personaggi grotteschi: un uomo insanguinato; una donna contusa; un corpo schiacciato da strati di detriti (la lasagna). Sulla stessa pagina la battuta “Non si sa se il terremoto abbia urlato Allah U Akbar prima di colpire”.

Come reazione immediata allo sgomento e alle proteste per tanto umore macabro e offensivo, Charlie Hebdo ha pubblicato un’altra vignetta con una figura oppressa dalle macerie e la scritta: “Italiani, non è Charlie Hebdo che ha costruito le vostre case, ma la mafia”. E vai con luoghi comuni ed etichette, i cliché, alla francese. Timbrare come schifezza l’ironia della pubblicazione parigina è troppo poco. Siccome è un giornale martire dell’oscurantismo nel 2015, e si vanta di rappresentare la totale libertà di espressione laica della satira figlia della Rivoluzione francese, va precisato che la Rivoluzione fu innescata dall’Illuminismo. Cioè dall’intelletto al servizio dei cittadini. Se la satira non fa ridere e neanche pensare è anti-illuminista.

CONFINE DEL COSTUME. Lo stesso Charlie Hebdo, ha satirizzato l’utilizzo del costume copri-tutto. Costume da bagno il quale, nell’estate che sta appassendo, accalora le polemiche sulle spiagge della Costa Azzurra. La vignetta propone tre donne infilate nello scafandro balneare con questa scritta: “Il sacco di patate che unisce la sinistra”. La battuta è infatti carburante ulteriore al dibattito sulla libertà di provocare l’Occidente libertario e la libertà di indossare quel che si vuole. Incredibile ma vero, questa hijab da nuoto è la pietra dello scandalo, elemento di conflitto e discussione politica ancor più della partecipazione ai bombardamenti in Libia o in Siria. Come siamo piccoli. E pensare che il burkini non è di provenienza coranica o dettato dalla sharia: è stato perfezionato da una stilista australiana, Aheda Zanetti, due anni fa su modelli turchi nella fine degli anni Novanta. Se il costume sfonderà, farà la fortuna delle case produttrici, come capita da noi per costumi interi (decaduti), bikini, topless e tanga. Troppo nude, mezze nude, coperte, quasi coperte… dipende dalle scelte personali, dai gusti soggettivi, dalle provenienze culturali, e dal mercato. Nella sequenza dell’informazione e nella partecipazione della nostra sensibilità chiacchierante sul web, le grandi manovre che erano in corso sul burkini si sono infrante con l'avvento del terremoto. Confine contro confine.

CONFINE DEL PUBBLICO. Ho scritto che poi, alla fine (con-fine) tutto torna come prima. Come noi, uno per uno. È un ritorno alla realtà culturale e politica, rappresentato ad esempio dal conflitto sul #fertilityday promosso dalla ministra della Salute Lorenzin il 22 settembre. Ovvero: educazione e sollecitazione a fare figli nell’età fertile (in un’Italia in drammatico deficit di natalità), perché rimandare significa rischiare. Apriti cielo. La campagna è sotto attacco: è in contraddizione con le poche o nulle politiche di sostegno alle famiglie; con l’assenza di lavoro fare un figlio è un lusso; c’è chi evoca la propaganda demografica di regime e chi il libero arbitrio della coppia e della donna. La ministra ha riconosciuto che la campagna va rimodulata. Ha fatto bene. Perché anche a livello grafico e comunicativo la campagna scientifica ha un aspetto sagristico, amichevole, giocondo. Già il nome #fertilityday è un abuso di hashtag, di inglese indigesto, di Giornata del… Una volta

c'erano i santi, adesso spiovono i temi sociali, etici, ambientali. Dal Giorno dei Nonni a quello del Gatto, da quello della Pace a quello del Tubo Digerente. La rottura dei confini è indecente, e vale per tutti. Provoca due disgrazie: il tutto come prima e il tutto uguale.
 

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