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«La politica è stata concausa del crac di Coopsette»

L’analisi di un ex socio e dipendente della cooperativa: «Servivano scelte drastiche e dolorose, quando ancora aveva senso farle. Il j’accuse del Pd è fuori luogo»

Egregio Direttore, leggo senza stupore la posizione espressa da diversi sindaci di area PD dei Comuni più toccati dalla liquidazione Coopsette. E’ quantomeno curioso (ma ripeto affatto sorprendente) che amministratori di Comuni che in passato più di tutti hanno beneficiato delle ricadute positive dell’attività economica dell’azienda oggi, a crac certificato, prendano le distanze dalla dirigenza, che aveva gli stessi limiti (culturali, manageriali e relazionali) anni fa come oggi. E’ ancora più curioso che il denominatore comune sia l’appartenenza al partito che più di tutti ha intrecciato i propri destini con quelli del movimento cooperativo, producendo benefici politici ed economici da entrambe le parti ma asfissiando la gestione operativa di un’azienda che forse anche a causa dei legami troppo stretti con la politica (nei territori di origine come a Roma) non ha saputo (o potuto) effettuare scelte drastiche, dolorose ma di salvaguardia quando le condizioni lo avrebbero permesso.

Sono stato dipendente e socio Coopsette tra il 2001 ed il 2006, pertanto scrivo con cognizione di causa, ancorché relativa ad un tempo e ad un mondo che non esiste più (parlo dell’economia mondiale degli anni precedenti il 2008) e a Coopsette devo molto da un punto di vista professionale. A scanso di equivoci: non sono un estimatore di Fabrizio Davoli.

Come spesso accade (ancor più in aziende “a proprietà diffusa”) credo che i managers cooptati dall’alto e paracadutati rapidamente su aree di elevata responsabilità a supporto dei cooptatori siano pedine che raramente brillano per competenze ma più’ probabilmente servono a consolidare il consenso verso i leaders veri (siano essi in prima o in seconda linea) assecondandone l’operato.

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Questo a mio avviso ciò che Fabrizio Davoli é stato cooptato per fare da Donato Fontanesi nel lontano triennio 2005-2007, seppure già dal 2008 in poi la situazione di un’azienda così farraginosa da dirigere difficilmente avrebbe potuto migliorare senza drastici cambi di direzione che nessuno ha potuto effettuare per tempo forse anche a causa degli intrecci con la politica.

Credo che ci siano almeno tre lezioni che mi auguro tutto il movimento cooperativo, ma più in generale tutti i concittadini “di area vasta” cresciuti in questo mindset abbiano loro malgrado già tratto da questa vicenda

La prima é che la tutela del posto di lavoro a tutti i costi, purtroppo, genera extratutele individuali sostenibili in un’economia in salute ma che in fasi di crisi economica diventano rapidamente insostenibili rischiando spesso di generare crac collettivi. Perciò quanto prima questo assioma del movimento cooperativo troverà una riformulazione in linea con i tempi che viviamo, tanto prima potranno (auspicabilmente) essere evitati altri crac con un effetto così drammatico sui “territori di radicamento”. Questo in tutte le sue declinazioni, dalla moltiplicazione delle cariche e dei ruoli fotocopia agli allontanamenti presso sedi o cantieri difficili per “invitare” i dipendenti a dimettersi.

Formule ipocrite che hanno solo allungato le agonie, alleviato disagi individuali ma, alla fine, ingessato una struttura quando sarebbe stato forse possibile, senz’altro necessario un drastico riposizionamento strategico.

La seconda lezione é che con la corporate governance tipica delle cooperative le aziende sono troppo esposte a decisioni sbagliate potenzialmente deleterie quando gli amministratori vengono scelti “per rappresentanza” e non “per competenze”.

Coopsette ha visto avvicendarsi in CdA consiglieri rappresentanti delle unità produttive o consiglieri in genere che potevano deliberare in merito alle acquisizioni di aree e all’indebitamento relativo senza avere probabilmente gli strumenti per comprendere le decisioni su cui avevano potere. Temo quindi che anche un altro dei pilastri del movimento cooperativo, il mantra “una testa un voto”, vada riveduto e corretto. A ognuno il suo mestiere.

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La terza lezione é che l’eccessiva “orchestralità” (o meglio collettivizzazione) dell’operatività, delle decisioni ma anche dei meriti e delle colpe rende impossibile districare in tempo utile le matasse per preservare asset di valore. Uno dei motivi che mi fecero decidere che Coopsette, seppure una realtà di eccellenza, non poteva rappresentare un’azienda dove avrei voluto crescere professionalmente fu la demonizzazione sistematica che i dirigenti del tempo tendevano a mostrare verso l’iniziativa individuale, fosse essa una presentazione PPT da cui togliere il nome dell’autore o la redazione del foglio di esame di ammissione a Socio che andava consegnato privo di nome e cognome, fino alle responsabilità di scelte progettuali o al rifiuto di remunerare attività e responsabilità individuali fuori dall’ordinario come una Direzione Lavori.

Non premiare in modo adeguato le iniziative individuali meritevoli, cosi’ come non punire in modo adeguato gli errori rilevanti, é il modo migliore per non attrarre le competenze di più alto livello nei settori di mercato in cui un’azienda opera, e io sono ancora oggi convinto che indipendentemente dal modello le aziende siano costituite in primo luogo dalle persone che le guidano e che vi operano. Se il livello di competenze é scarso, l’output sarà molto probabilmente scarso.

Si scrive da anni in merito all’eccessiva esposizione accumulata da Coopsette verso l’attività immobiliare senza distinguere sulle modalità di decisione specifiche, che su prodotti immobiliari vanno necessariamente analizzate trattandosi di prodotti unici e non di serie. Posto che non mi sembra che i business legati alle decisioni di terzi (pubblici) come gare d’appalto o concessioni infrastrutturali abbiano mai davvero potuto decollare visto il Paese in cui Coopsette ha malauguratamente deciso di operare senza altra alternativa, é un fatto che i progetti immobiliari di qualità sono stati la fortuna ed il salvagente dell’azienda per anni.

Una delle battaglie culturali che sono state perse nel tempo é stata quella di far capire ai Soci che immobiliare non significa di per sé speculazione, ma un settore industriale come un altro, con cicli di espansione e contrazione attraverso i quali navigare con molta attenzione e capacità di selezione delle opportunità.

Gli investimenti immobiliari nel nostro Paese a fine 2015 saranno probabilmente in linea se non superiori a quelli del 2005, c’é appetito da parte degli investitori internazionali per progetti seri con partners solidi e se una realtà come Coopsette non fosse finita nella situazione attuale avrebbe se non l’imbarazzo della scelta sicuramente molte carte da giocarsi in un mercato privo di altri attori di valore.

Ancora oggi non esiste player con le potenzialità da vero e unico leader di un mercato nazionale che ha tuttora un enorme bisogno di aziende serie, strutturate ed affidabili per intercettare la domanda di rigenerazione urbana di questo Paese. E’ mia convinzione che Coopsette avrebbe senza ombra di dubbio potuto essere quel player se alla testa dell’azienda vi fossero state le competenze manageriali e di scelte strategiche necessarie e modalità decisionali trasparenti ed efficienti.

Credo quindi che, ben prima e su una sfera ben più operativa rispetto agli intrecci con la politica, due degli ostacoli che si sono rivelati insormontabili per Coopsette siano stati il limite culturale della troppa democrazia e delle competenze inadeguate / disallineate rispetto ai vari settori di intervento. Il fatto stesso che si muova la politica ogni volta che Coopsette prende una posizione, a parte il tema legato alle ricadute della crisi economica sui territori, significa che ancora fino a ieri l’azienda fosse vista come un braccio della politica (e quindi trattata come tale) mentre avrebbe dovuto essere vista e gestita come un’azienda, ovvero ricercando sempre la massima efficienza e la competitività prima che la commistione con la politica e la tutela del lavoro fine a sé stessa.

Certo non é semplice con uno statuto come quello di una cooperativa, ma troppe volte troppe cooperative hanno alzato bandiera bianca in passato per lo stesso identico motivo. Perseverare, come lei ben sa, é diabolico. Tutto il resto (vicende giudiziarie incluse) costituisce a mio modo di vedere una serie di situazioni importanti ma contingenti.

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Credo che la prima riflessione seria, rapida e non ipocrita sul modello aziendale in sé tocchi agli attori economici del movimento cooperativo ed ai manager in prima linea. Penso quindi che i vari Sindaci debbano limitarsi a fare il proprio mestiere ed evitare proclami e comunicati congiunti che servono solo come propaganda di fronte al proprio elettorato locale ma sono privi di sostanza.

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La politica si occupi di fare la propria autocritica, pensando a quanto incapace sia di dare risposte chiare, univoche ed in tempi certi ai progetti concreti che le aziende presentano, e a quanti scambi di favori e di modifiche ad hoc all’azione imprenditoriale hanno imposto e continuano ad imporre nelle maniere più subdole e nelle sedi più disparate, continuando a dare di questo Paese un’immagine di “incertezza” dei processi che ha come ultimo effetto quello di tenere lontani dall’Italia potenziali importanti investitori internazionali anche nei settori strategici legati all’industria delle costruzioni, siano essi in infrastrutture, opere pubbliche o sviluppi immobiliari.

La politica é stata a mio modo di vedere una importante concausa del crac, ora credo che si possa almeno risparmiare di cavalcare il j’accuse. Vi sono naturalmente molte altre lezioni che tutte le famiglie coinvolte nella Provincia e nei “territori di radicamento” hanno appreso sulla propria pelle e tante altre ancora che tutti forse impareremo, mi auguro il piu’ presto possibile, ma credo che una buona gestione imprenditoriale debba rapidamente interrogarsi e darsi risposte su quanto sopra in un’ottica futura. Un tessuto economico e sociale che getta letteralmente al vento un’azienda così strategica e tutto il suo bagaglio di competenze e potenzialità é un territorio più povero e più triste.

* Grosvenor Fund Management - Director, Italy

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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