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Le coop edili al tappeto puntano tutto su Sicrea

Parla Luca Bosi, presidente della società creata per salvare il settore «Abbiamo cancellato errori e inefficienze ma la strada è ancora in salita»

REGGIO EMILIA. Il fardello che grava sul futuro delle cooperative “rosse” dell’edilizia reggiana è formato da quasi mezzo miliardo di perdite accumulate tra il 2012 e il 2013 e da una montagna di debiti ed esposizioni che supera i 2 miliardi di euro.

EDITORIALE La forza cruda della verità

Un bubbone scoppiato tre anni fa in mano al sistema: abbastanza per far tremare i polsi a qualsiasi gigante dell’industria, soprattutto perché si tratta di spaccato parziale, che prende in considerazione solo le quattro grandi cooperative di costruzioni stravolte dalla crisi del settore: Cmr, Orion, Coopsette e Unieco.

Luca Bosi: "Nei momenti di crisi, il modello cooperativo fatica a reagire" Luca Bosi al Forum sulla cooperazione organizzato dalla Gazzetta di Reggio parla della difficoltà del sistema cooperativo di reagire alle crisi, e del "salvataggio" operato da Sicrea verso le coop in concordato. Video di Enrico Rossi

Per bloccare l’effetto domino generato nel 2012 dalla prima richiesta di concordato presentata dalla Cmr di Reggiolo, è scattato un piano di emergenza testato sul campo e diventato ora un modello da esportare per salvare l’edilizia dell’Emilia-Romagna. Il nome di questo modello è evocativo, Sicrea, società di capitali creata ad hoc e nella quale è confluito il valore aggiunto rimasto prima di tutto in capo a Cmr e Orion: appalti e commesse con margini sicuri, senza scordare la presa in carico di oltre 452 lavoratori in totale. Un meccanismo complesso messo in mano a Luca Bosi, partito come impiegato della Cmr e assurto nel marzo del 2012 alla guida del progetto di rilancio orchestrato dalla cooperazione reggiana. Proprio a Bosi abbiamo rivolto le nostre domande durante un forum tenuto ieri in Gazzetta.

Sicrea è una spa diventata il salvagente del sistema. Ma cosa resta della cooperazione reggiana?

«La cooperazione di produzione lavoro in edilizia è una realtà locale, un modello per l’economia che viene però meno in un momento di crisi molto forte in cui è necessario riorganizzarsi in tempi rapidi e con nuovi capitali. La coop nei momenti di crisi allontana capitali più che attirarli perché chi aveva risparmi nel prestito sociale ha cominciato a riprenderseli per uno stato di necessità. Il secondo motivo è la paura che ti prende quando capisci che i tuoi risparmi sono dentro a una cooperativa che lavora in un settore flagellato. In questi frangenti è stato necessario ricorrere a una società di capitali».

Ma tornerete al modello cooperativo o è definitivamente morto?

«L’ipotesi è sicuramente di tornare ad essere una coop ma ci vorrà del tempo. Non si riesce a creare una newco in forma cooperativa in un settore come l’edilizia. Quando riparti hai bisogno di capitali, sia equity che finanziamenti di lungo periodo da parte delle banche. Voglio però ricordare che siamo una spa ma a totale controllo cooperativo. Ci stiamo difendendo dopo un filotto incredibile di crisi avvenute in provincia di Reggio: pensate alla Cmr, a Orion, poi Unieco e Coopsette che hanno procedure simili a quelle concorsuali».

Cosa non ha funzionato in queste aziende?

«Intanto l’essere diventate in alcuni casi, come per Cmr, da cooperative di produzione lavoro a società che facevano attività immobiliare. Se la parte più consistente del mio bilancio io la faccio trasformando un’area da agricola a residenziale non sto facendo produzione lavoro, ma scambio di terreni: è un altro mestiere. Questa cosa, a partire dagli anni Novanta fino al 2008, ha in qualche modo creato delle devianze all’interno del ciclo produttivo».

Non possiamo chiamarla speculazione edilizia?

«In parte è stata anche speculazione. Non lo considero scandaloso, il problema è se quell’attività diventa prevalente. Le coop che resistono, come Cmb e Cmc, quel lavoro non lo hanno praticamente mai fatto».

Luca Bosi
Luca Bosi

Ma a nessuno della Legacoop è mai venuto in mente di intervenire sulla bolla prima che fosse troppo tardi?

«La coop aveva bilanci in utile, dava ristorni ai soci e un contributo significativo alla comunità. Se la guardiamo dal un punto di vista del controllore non c’è nulla da dire. È criticabile che dentro e fuori Reggio non sia stata avviata una riflessione sulla direzione intrapresa con quel tipo di business. È assolutamente vero che nel 2008 quei presidenti delle coop e delle aziende private in edilizia erano considerati i leoni dell’economia. Ma tutti vivevano dentro quel contesto lì. Sarebbe stato bello che qualcuno più illuminato avesse detto “occhio ragazzi perché ci stiamo schiantando contro un muro e bisogna cominciare a differenziare”. Io sono arrivato in Cmr nell’ottobre del 2008 e ho guardato i numeri. Una crisi di un paio d’anni l’avrebbe retta: nessuno invece aveva gli anticorpi sufficienti per una crisi durata invece sette anni. Oggi le aziende muoiono per mancanza di liquidità in cassa, non per il patrimonio».

Nonostante lo stock di debiti e perdite non sono mai state fatte azioni di responsabilità e restano ombre su operazioni come Parco Ottavi per Cmr. Non c’è anche un problema di pressioni politiche su progetti che coinvolgono la cooperazione?

«Ripeto, io Cmr la conosco dal 2008, ci ho lasciato 9.500 euro di capitale sociale, un po’ di stipendio e un po’ di rate come gli altri miei 153 colleghi. Posso dire però che nel 2009 e 2010 ho visto dei bilanci che continuavano a dare degli utili perché la perdita patrimoniale dipende da come valuti i tuoi asset immobiliari. Un fattore critico per Cmr è stata anche l’uscita di 19 milioni di euro di prestito sociale in poco più di un anno. Se Cmr avesse tenuto la metà di quei soldi sarebbe stata un’altra storia. Le altre coop andate poi in crisi hanno congelato le quote».

Ma i soci sono stati presi di petto quando ci sono stati i primi vagiti della crisi?

«Secondo me no. E i cooperatori sono più intelligenti e disponibili di quello che si pensa. È fondamentale dire però ai cooperatori quali sono i sacrifici da fare e le prospettive. Non è una questione di trasparenza ma di come si dicono le cose in assemblea».

Com’è possibile che tutto andava bene e poi è crollato tutto?

«È una somma di cose. Se io stesso dicessi ora che con Sicrea è tutto a posto direi una bugia. Nella cooperazione c’è anche una responsabilità in capo ai i soci. Diventare socio lavoratore in una coop significa darsi da fare anche a livello gestionale, altrimenti si può essere anche semplici dipendenti. C’è chi si è stupito di aver perso il capitale ma in quel caso funziona come nelle aziende private: se le cose vanno male il socio perde la sua quota. Altra cosa invece è il prestito sociale».

In molti casi però i soci si sono sentiti dire “siamo meglio di una banca” sul prestito sociale. Non si è rischiato di perdere la loro fiducia?

«Tutti possono fallire, anche una cooperativa. Io credo che comunque bisogna sempre dividere i risparmi dall’attività caratteristica delle coop. Se vanno bene gli affari sta in piedi tutto il resto».

Qual è l’origine di questo modello di salvataggio diventato poi Sicrea?

«Non è nato come modello a tavolino. Io sono arrivato a giochi fatti, non mi prendo meriti che non ho. Quella era l’unica strada possibile dopo il concordato per ridare i soldi a soci, fornitori e alle banche. C’era poi il nodo occupazione. La scelta migliore era creare una società nella quale trasferire solo i lavori conto terzi, lasciando perdere l’immobiliare. Tutto l’assetto patrimoniale è rimasto nelle cooperative di origine. L’8 marzo 2012 è stata creata una newco che paga un’affitto alle coop di origine, come suggerito dagli advisor. Certo, poi non ce lo ha ordinato nessuno di rilevare tutti i lavoratori ma per noi quella è la vera responsabilità sociale»

Che ruolo hanno giocato gli ammortizzatori sociali?

«Sono stati fondamentali. Senza la cassa straordinaria l’operazione sarebbe morta il giorno dopo. Ora abbiamo 130 milioni di fatturato e oltre 450 dipendenti in organico, di cui 258 al lavoro, gli altri in cassa a rotazione. E da subito abbiamo detto che ci sarebbero stati esuberi. Tutti dobbiamo fare sacrifici: il primo in Cmr fu l’acconto di 900 euro al mese per 12 mesi prelevati dallo stipendio del presidente in giù. Quello è servito anche per lanciare un messaggio di fiducia ai fornitori».

C’erano delle inefficienze nelle coop o rendite di posizione da rivedere?

«Questo è innegabile, le storture io le ho sempre segnalate. Nell’80% dei casi nelle cooperative di cui ci siamo occupati con Sicrea il personale aveva i superminimi. Condizioni che hanno diffuso la ricchezza cooperativa nei momenti buoni. Però toglierli, poi, nei momenti di crisi, è stata dura. Abbiamo parlato con ogni singolo collega dicendo che i superminimi dovevano saltare senza intaccare il livello professionale. Il 93% dei colleghi hanno accettato sia in Cmr Edile che in Siteco. Abbiamo così ridotto del 30% il costo del lavoro risparmiando 5 milioni di euro su 15 pur mantenendolo alto rispetto ai privati. Se ci aggiungiamo la riduzione di 50 unità e gli ammortizzatori sociali, siamo arrivati a un costo del personale che su 30 milioni di fatturato dell’ex Cmr si aggira ora sui 5 milioni».

Torniamo al tema dell’influenza della politica nelle cooperative. Come si comporta lei?

«Io mi metto nelle condizioni di non dover mai restituire dei favori e il 70% dei nostri lavori sono fuori da questa provincia. Può essere che qualcuno ti chiami in soccorso ma non voglio e non posso lavorare se ci sono condizioni di rischio».

Parliamo del progetto del PalaBigi a Reggio?

«Il sindaco Luca Vecchi non mi ha chiesto un aiuto. E’ un’operazione che secondo me imprenditorialmente sta in piedi anche se con margini ridotti. Per Sicrea è anche un’operazione di marketing per essere sempre più conosciuta».

La Tecton si è arrabbiata perché si sono visti scippare il progetto del PalaBigi.

«Su quella partita si sono incagliati perché volevano fare solo i costruttori. Bisognava invece entrare anche nella gestione della società sportiva».

Sicrea è il veicolo che sta macinando più strada. È possibile pensare a una successiva integrazione con Unieco o Coopsette?

«Non ne abbiamo mai parlato in termini concreti. Loro hanno dimensioni tali che l’operazione fatta da Sicrea non è applicabile anche perché si occupano di altro. Poi in futuro si vedrà».

Cosa ne pensa delle inchieste su infiltrazioni e tangenti che coinvolgono le cooperative?

«Sono arrabbiato anche se tutti sono innocenti fino a prova contraria. La cooperazione ha il peso economico sufficiente per fare una battaglia contro la corruzione quando questa è messa a sistema. Sui presunti legami con la criminalità organizzata non ci sono scuse».

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