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I quindici errori più frequenti nel dialetto reggiano parlato dai più giovani

Dall'aggiunta delle vocali al femminile dei numeri, una guida serissima per... parlare arzano

REGGIO EMILIA. Quando ero bambino, c'era chi rideva dei vecchi nati nei primi del novecento per via del loro italiano traballante e delle loro “sc” e “z” mancanti. Per le doppie non pronunciate, per le parole dialettali italianizzate e per la grammatica adattata al loro dialetto. “Sta tento che si sivola”. “Vieni dentro che c'è le sarabighe”.

Ascoltando i giovani di oggi parlare dialetto, oggi i nostri bisnonni, se potessero sentirci potrebbero prendersi una bella rivincita. E ridere a loro v ...

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REGGIO EMILIA. Quando ero bambino, c'era chi rideva dei vecchi nati nei primi del novecento per via del loro italiano traballante e delle loro “sc” e “z” mancanti. Per le doppie non pronunciate, per le parole dialettali italianizzate e per la grammatica adattata al loro dialetto. “Sta tento che si sivola”. “Vieni dentro che c'è le sarabighe”.

Ascoltando i giovani di oggi parlare dialetto, oggi i nostri bisnonni, se potessero sentirci potrebbero prendersi una bella rivincita. E ridere a loro volta sentendo il rovescio della medaglia: “Stà atèint che blésghet” “Vin dèintra che gh'în al zanzari”.

Il Piccolo Principe in dialetto reggiano: l'incontro con il vanitoso

6) La particella pronominale “ne”

In dialetto “ne” (particella pronominale) si traduce con “in”.

“In vōt incòra?” (ne vuoi ancora?); “a 'm in frèigh!” (me ne frego)

“n'in” è dato dalla negazione (n) + la particella pronominale

“'(a)n in vòj pió” (non ne voglio più); “'m'n in frèiga gnînto” (non me ne frega niente)

Ma siccome in italiano “ne” inizia con “n”, molti non colgono che la “n” iniziale è una negazione.

Errori: “nin vōt incòra?”; “am nin frèigh”.

7) L'elisione

L'elisione è un fenomeno presente anche in italiano. Si tratta della caduta di una vocale non accentata quando la parola successiva inizia con vocale. Per esempio: “un bell'uomo” (bello → bell'); senz'altro! (senza → senz'):
In dialetto simili contrazioni sono molto più frequenti e riguardano anche vocali che non sono in posizione finale di parola. In particolare, tutte le “e” e le “o” atone e post toniche cadono quando la parola successiva inizia con vocale o “s” impura.

E rivê me pêder (è arrivato mio padre) → E rivê me pêd'r in biciclèta (è arrivato mio padre in bicicletta). “L ē ôrob” (è cieco)” → “l ē ôr'b e sourd” (è cieco e sordo); Bişògna córer (bisogna correre) → bişògna cór'r a cà” (bisogna correre a casa); “e rîven” (arrivano) → “e rîv'n estamatèina” (arrivano stamattina);
Questo ovviamente dà origine a tantissimi gruppi di consonanti insoliti per l'italiano: tch, c'r, gn'n, tl, pch, dt. E forse sono ciò rende il dialetto così poco comprensibile agli orecchi degli altri italiani. Difficile da pronunciare, ma allo stesso tempo anche affascinante: “magn'n un pòm, cóc'l in cà, mètegh'n incòra, spâch'gh al gâmb, mèt'gh al sêl, bâgn'gh i cavî (mangiano una mela, spingilo in casa, metticene ancora, spaccagli le gambe, mettici il sale, bagnagli i capelli). Una cosa che tradisce la poca padronanza del dialetto è la mancanza dell'elisione. Molti giovani non la fanno, anche perché spesso non sarebbero nemmeno in grado di pronunciare questi gruppi di consonanti che chi parla dialetto dalla nascita sa dire in scioltezzza.
Errori: “magnen un pòm, cócel in cà, spâchegh al gâmbi, mètegh al sêl, bâgnegh i cavî”

8) I verbi che iniziano con “a”

Molti verbi che in italiano iniziano con il prefisso “a”, non lo hanno in dialetto. Attaccare, arrivare, apparecchiare, asfaltare, affittare, accontentare (e molti altri ancora), si traducono con “tachêr, rivêr, parcêr, sfaltêr, fitêr, cuntintêr”.

Si dice perciò “al tâca, l'ē rivê, e 'gh ân sfaltê, j ò fitê, cuntèintet”

Molte persone abituate a parlare solo in italiano tendono invece a mettere la “a” iniziale anche in dialetto.

Errori: “l atâca, l'ē arivê, e 'gh ân asfaltê, j ò afitê, acuntèintet”

9) Le consonanti sonore

Le consonanti sorde “t, p, f, c/ch” in dialetto sono meno frequenti che in italiano. Le troviamo solitamente iniziali di parola o nelle parole in cui in italiano appaiono doppie, che derivano quasi sempre da gruppi di consonanti latine (pt, ct, pc, ecc.).
Più frequenti le varianti sonore: d, g, e v.: vōd (vuoto), amîgh (amico), pevròun (peperone).
Il suffissi “-tore” e “-tura” sono resi con “dour” e “dûra”. Al muradour, la cuşdûra, la saradûra” (il muratore, la cucitura, la serratura). Il suffisso -ice è reso con  eş (esse sonora): sâleş, urèveş (salice, orefice). Il suffisso “-ico” divente “-egh” nelle parole più antiche: “salvâdegh, pôrtegh, câregh, mânegh” (selvatico, portico, carico, manico), mentre “-ich” è tipico delle parole più moderne (automâtich, simpâtich, séndich, polétich). Tipico delle parole moderne, ma anche degli strafalcioni dei giovani, che spesso usano la consonante sorda anche in parole antiche, coniando nuovi termini che tradiscono la contaminazione dell'italiano.

Errori: “potêr i êlber, selvâtich, peperòun, sapòun (nel senso di sapone e non di grossa zappa), vitèl, cròsta, vetrèina.
Forme corrette: “pudêr i êlber, salvâdegh, pevròun, savòun, vidèl, gròsta, vedrèina”.
 

10) La “d” eufonica

In italiano le congiunzioni “e” e “o” e la preposizione “a”, prendono una “d” quando precedono una parola che inizia con la stessa vocale. “è bello ed elegante”; “vado ad Arceto”; “non usare burro od olio”; Anche in italiano sarebbe sbagliato mettere la “d” eufonica se la parola che segue inizia per una vocale diversa: i testi prestigiosi non lo fanno mai: “Caino e Abele”; “il vecchio e il mare”; “lettera a un bambino mai nato”.

In “politichese” invece è molto frequente la “d” eufonica davanti a qualsiasi vocale. Le leggi, i regolamenti, gli articoli di economia ne sono pieni: “ad un, ed il, od ogni....” si trovano molto spesso.

In dialetto comunque non si mettono MAI. Noi non abbiamo nessuna difficoltà a pronunciare due vocali consecutive “staccate” facendole sentire. Quindi: “a vâgh a Arsèj”, “Butēr o ôli, al vîn bòun listès”, “l'ē bèl e elegânt”.

Errori: “butēr od ôli”, “a vâgh ad Arsèi”, “l'ē bèl ed elegânt”.

11) “Dimòndi”, “na mócia”, “tânt”

“Molto” , “tanto”, “un sacco” e anche altre espressioni figurate, tra cui il gettonatissimo “un casino”, in italiano sono sinonimi.  I termini dialettali invece non sono esattamente sinonimi. “Dimòndi” è usato principalmente per esprimere “intensità”. “La 'm piêş dimòndi” (mi piace molto). “Na mócia” dovrebbe indicare “quantità, numerosità”. “A gh'ē na mócia 'd sarabîgh” (ci sono molte zanzare); “tânt” è il più versatile, ma indica prevalentemente quantità anche non numerabile”; “ē gnû tânt'âqua” (c'è stata molta pioggia). “A gh'ò tânt vèin … na mócia 'd butégli. Però a'n bèv mia dimòndi” (ho molto vino... molte bottiglie. Però non bevo molto).

Con la diffusione dell'italiano, “dimòndi”, “na mòcia” e “tânt” sono diventati sempre più ambivalenti... ma certe espressioni ancora oggi risultano particolarmente sgradevoli.

Errori: “agh ò dimòndi fradē” (per dire “ho tanti fratelli), “al pianş na mócia” (piange tanto).. ma soprattutto il termine “mōlt”, che in dialetto non esiste ed è solo un adattamento dell'italiano, quindi sbagliato in ogni caso.

12) L'aggiunta di vocali

Il dialetto, soprattutto nelle sue parole antiche, ha un'ampia varietà di vocali, ma in una stessa parola ne troviamo di solito una o due soltanto.  Le parole più tipiche sono spesso caratterizzate da una successione di consonanti consecutive.

Dvintêr (diventare), cmandêr (comandare), dmânda (domanda), stmâna (settimana), classiòun (colazione), semnêr (seminare), ordnêr (ordinare), sghêr (segare). Molte parole ricordano però l'italiano... un'abitudine che va diffondendosi è quella di adeguare queste parole alla pronuncia italiana. Questo forse è un processo inarrestabile... capita in tutte le lingue che le parole cambino. Però dal mio punto di vista un po' si perde uno degli aspetti più affascinanti dalla nostra lingua... sono ancora affezionato a certe sonorità.

Errori: diventêr, comandêr, domânda, setimana, colassiòun, seminer, ordinêr, seghêr.

13) Le parole che contengono “re” (tre, fre, cre, pre, ecc.)

E' una particolarità che possiamo notare osservando bene il nostro stesso nome: “Arşan” (reggiano). Che deriva da “Rèş” (Reggio). Quando si sposta l'accento tonico in avanti, la “re” diventa “ar” (se è iniziale di parola) oppure “er” se è intermedia. Una consuetudine fonetica tipica che vale per tutte le parole. Se coniughiamo i verbi o facciamo alterazioni nei nomi. Un segno di tipicità.

“Crèder” “Crèd” (credere, credo) → cherdîva (credevo).  “al trèma” (trema) –> al termêva (tremava). Frèd (freddo) → ferdour (raffreddore). Pretendere è “pertènder”.  Pregare è “perghêr”. Fregare “ferghêr”. Ribaltare “arbaltêr”. Rimetterci “armèttregh”. Anche in questo caso l'influenza dell'italiano porta molti a trasferire al dialetto le stesse sonorità.

Errori: “pretènder, preghêr, al tremêva, al s'ē ribaltê, a gh'ò rimés”

14) I vocaboli italiani dialettizzati.

La più grave lacuna delle generazioni moderne è la mancanza di lessico e per questo spesso si attinge dall'italiano. Le stonature più grandi riguardano le parole che in dialetto hanno una radice completamente diversa rispetto all'italiano perché magari hanno origine diversa: dal longobardo piuttosto che dal latino o dal latino piuttosto che dal greco. Ci sono infatti parole dialettali che sono molto lontane dal corrispondente italiano:

Badacêr (sbadigliare), dopmeşdé (pomeriggio), strambuchêr (inciampare), şachêres (sdraiarsi), pît (tacchino), nâder (anitra), scrâna (sedia), stremnêr (rovesciare), al cavcèli (le caviglie), al furmèint (il grano).

Errori: sbadigliêr, pomerégg, inciampêr, sdraiêres, tachîn (che è l'attacchino), l'ànitra, la sèddia, rovesciêr, al cavégli, al grân (che significa invece “chicco”).

15) Con me, con te, con lui/lei, con noi, con voi, con loro.

Nell’italiano letterario troviamo i termini “meco”, teco” e “seco” che significano letteralmente “con me”, “con te” e “con lui/lei”. In dialetto “mēgh, tēgh e sēgh” si usano comunemente nel linguaggio quotidiano. Inoltre abbiamo anche le per le persone plurali “nôsch” (con noi) e “vôsch” (con voi). Per la terza persona plurale si può usare “sēgh”.“Cun mé”, “cun tè”, “cun ló” ecc- non sono sempre sbagliati. Sono solo molto meno frequenti.  “mēgh”, “tēgh” & company traducono infatti solo il complemento di compagnia…  per indicare un’azione svolta insieme.
Se dico “a sêlt cun tè in séma al lèt” (salto con te sul letto), significa “io” salto, mentre “tu” sei sul letto (e presumibilmente non stai saltando). Se dico “a sêlt tēgh in séma al lèt”, significa che saltiamo tutti e due.
Se dico: “E cun uêter csa fâghia?” (e con te che cosa faccio?) mi chiedo che cosa faccio “io”... che cosa ne faccio “di” te. Se dico “csa fâghia vôsch?” mi chiedo che cosa faccio “insieme” a voi. Come capita spesso il dialetto rende concetti un po' più precisi.
Nella maggior parte dei casi però, quando si sente dire “cun té”, “cun ló, cun nuêter” si tratta di errori fatti da chi pensa in italiano e traduce in dialetto alla lettera.
Errori: “a vegn cun té”, “stà ché cun nuêter”, “'gh l' êt cun mé? “pêrla cun ló”
Forme corrette: “a vègn tēgh”, “stà ché nôsch”, “'gh l'êt mēgh?” “pêrlegh sēgh”.

L'elenco sembra lungo, ma non è esaustivo. Sono pronto a scommettere che molti lettori sapranno segnalare altri errori e strafalcioni.