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LA GUIDA

I quindici errori più frequenti nel dialetto reggiano parlato dai più giovani

Dall'aggiunta delle vocali al femminile dei numeri, una guida serissima per... parlare arzano

REGGIO EMILIA. Quando ero bambino, c'era chi rideva dei vecchi nati nei primi del novecento per via del loro italiano traballante e delle loro “sc” e “z” mancanti. Per le doppie non pronunciate, per le parole dialettali italianizzate e per la grammatica adattata al loro dialetto. “Sta tento che si sivola”. “Vieni dentro che c'è le sarabighe”.

Ascoltando i giovani di oggi parlare dialetto, oggi i nostri bisnonni, se potessero sentirci potrebbero prendersi una bella rivincita. E ridere a loro volta sentendo il rovescio della medaglia: “Stà atèint che blésghet” “Vin dèintra che gh'în al zanzari”.

Il Piccolo Principe in dialetto reggiano: l'incontro con il vanitoso Franco Ferrari legge l'incontro tra il Piccolo principe e il vanitoso, nella versione reggiana del classico di Saint Exupery tradotto da Giuliano Bagnoli

Molti giovani e, ahimé, anche molti “non più giovani” oggi non sono più capaci di parlare il vero dialetto e ci propongono a loro volta una sorta di italiano adattato, perdendo in questo modo gran parte della forte espressività e della coloritura emotiva tipica della parlata più genuina.

Vi è infatti una sostanziale differenza tra l'italiano dialettizzato dei nostri nonni e il dialetto italianizzato di oggi: i nostri nonni, anche quelli analfabeti, parlavano perfettamente la loro lingua, avevano un lessico ampio e particolareggiato. Partivano da una base ricca, con pensieri precisi che, con grande intuito e perspicacia,  provavano ad adattare a una lingua “sorella” cogliendo tutte le similitudini.

Leggi: le parole perdute del dialetto reggiano

I giovani di oggi invece spesso partono da una lingua (l'italiano) che non conoscono perfettamente. Anche parlando in italiano, molti commettono errori di grammatica, sbagliano i congiuntivi, la consecutio temporum e utilizzano un lessico scarno, essenziale che esportano al dialetto rendendolo altrettanto povero e stringato. Quando un nostro nonno diceva “ho ciappato il treno”, “ciappi il ferdore” o “vieni a tore il cafè”, era anche perché percepiva una differenza tra “tōr” e “ciapêr” (la stessa che ritroviamo in inglese tra “to catch” e “to take”) e non sapeva come renderla dal momento che in italiano abbiamo solo “prendere”.  Quando i giovani di oggi dicono “prènder” o usano “tōr” e “ciapêr” come sinonimi, di fatto semplificano la lingua, rendendola meno precisa.

Nella speranza di  invogliare a recuperare il dialetto più genuino e di risvegliare il ricordo della parlata completa dei nostri nonni, ho pensato di passare in rassegna le “sgrammaticature”che più  spesso capita di sentire nel dialetto parlato dalle nuove generazioni.

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1) La forma interrogativa

In dialetto, come in molte lingue nordeuropee esiste una forma grammaticale specifica per fare le domande e una per le affermazioni (e interrogative indirette).

“La và a scōla” (va a scuola); “Vâla a scōla?” (va a scuola?)”

“A sî gnû a cà mia” (è venuto a casa mia): “Sîv gnû a cà mia?” (è venuto a casa mia?)

L'abitudine a parlare in italiano, dove non c'è differenza strutturale tra affermazioni e domande, porta molti a usare la forma sbagliata.

Errori: “uêter sîv nèsi!”  “La và a fêr la spèişa?” “gh'êt ragiòun!” “Andòm?”

Forme corrette: “uêt'r a sî nèsi”, “vâla a fêr la spèişa?” “at'gh ê ragiòun!” “andòmmia?”

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2) Le forme impersonali

Quando il verbo precede il soggetto, quasi sempre il dialetto lo rende con la forma impersonale, che richiede il verbo “comunque” declinato al singolare neutro. Il vero soggetto sarebbe infatti il pronome clitico “a” che funziona un po' come l'inglese “it”. “It's mum and dad” (sono la mamma e il papà... letteralmente “è la mamma e il papà”. In dialetto dovrebbe essere la stessa cosa, ma l'abitudine a pensare in italiano porta molti ad adattare il verbo al nome che segue.
Errori: “a vînen i me fradē”; “a s'ē ròta la mâchina”

Forme corrette: “a vîn i me fradē” (vengono i miei fratelli); “A s'ē ròt la mâchina” (si è rotta la macchina)

3) I plurali dei nomi maschili in -l

Il plurale dei nomi maschili in dialetto è invariato con la sola eccezione dei sostantivi terminanti in -l. Il plurale in questi casi vede cadere la -l che è sostituita a volte da una j (semivocale).
A 'gh ò un fiōl, a gh'ò du fiō; (ho un figlio, ho due figli).
Al fanêl l'ē şâl, i fanê j în şâj: (il fanale è giallo, i fanali sono gialli).
E' una regola sempre più spesso dimenticata e tante persone usano la forma singolare anche al plurale.
Errori: “a mâgn un pô 'd faşōl”; “mé sio al gh'à i nimêl”; “j ò cunprê dû papagâl”.

Forme corrette: “a mâgn un pô 'd faşō”; “me sio al gh'à i nimê”; “j ò cunprê dû papagâj”

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4) Il femminile dei numeri

Il numero 2 e il numero 3 in dialetto hanno una forma femminile. Dō (dòu) e trèi.
A 'gh ò dû fiō, a 'gh ò dō fiōli (ho due figli, ho due figlie)
Trî mèiş e trèi stmâni (tre mesi e tre settimane);
Errori: dû fiōli, trî stmani, trî ōr ecc.  E ovviamente anche dō mèiş, trèi fiōl.

5) La forma negativa

La negazione in dialetto si fa con “pronome clitico + avverbio di negazione “(a)n” + verbo + altri avverbi di negazione, tra cui: mia, pió, gnân, nisûn, gnînto.

La 'n vîn mia (non viene); t'an têş mai (non taci mai); “an pròm pió” (non possiamo più)
An gh'ē nisûn (non c'è nessuno); an sò gnînto (non so niente); “an pêrlen gnân” (non parlano nemmeno);

L'errore più frequente è quello di non mettere l'avverbio di negazione “an”. Probabilmente perché essendo spesso contratto in forma contratta ('n), molti non lo sentono.

Errori: “la vîn mia, at têş mai, a pròm pió, gh'ē nisûn, a sò gnînt, a pêrlen gnân.

Capodanno 2017, al Valli San Silvestro parla in dialetto REGGIO EMILIA. San Silvestro a Teatro a Reggio Emilia parla in dialetto e racconta, al Teatro Municipale Valli, le avventure firmate da Antonio Guidetti e Artemisia Teater con la loro nuova produzione “E adésa sa fommia”. LEGGI L'ARTICOLO

6) La particella pronominale “ne”

In dialetto “ne” (particella pronominale) si traduce con “in”.

“In vōt incòra?” (ne vuoi ancora?); “a 'm in frèigh!” (me ne frego)

“n'in” è dato dalla negazione (n) + la particella pronominale

“'(a)n in vòj pió” (non ne voglio più); “'m'n in frèiga gnînto” (non me ne frega niente)

Ma siccome in italiano “ne” inizia con “n”, molti non colgono che la “n” iniziale è una negazione.

Errori: “nin vōt incòra?”; “am nin frèigh”.

7) L'elisione

L'elisione è un fenomeno presente anche in italiano. Si tratta della caduta di una vocale non accentata quando la parola successiva inizia con vocale. Per esempio: “un bell'uomo” (bello → bell'); senz'altro! (senza → senz'):
In dialetto simili contrazioni sono molto più frequenti e riguardano anche vocali che non sono in posizione finale di parola. In particolare, tutte le “e” e le “o” atone e post toniche cadono quando la parola successiva inizia con vocale o “s” impura.

E rivê me pêder (è arrivato mio padre) → E rivê me pêd'r in biciclèta (è arrivato mio padre in bicicletta). “L ē ôrob” (è cieco)” → “l ē ôr'b e sourd” (è cieco e sordo); Bişògna córer (bisogna correre) → bişògna cór'r a cà” (bisogna correre a casa); “e rîven” (arrivano) → “e rîv'n estamatèina” (arrivano stamattina);
Questo ovviamente dà origine a tantissimi gruppi di consonanti insoliti per l'italiano: tch, c'r, gn'n, tl, pch, dt. E forse sono ciò rende il dialetto così poco comprensibile agli orecchi degli altri italiani. Difficile da pronunciare, ma allo stesso tempo anche affascinante: “magn'n un pòm, cóc'l in cà, mètegh'n incòra, spâch'gh al gâmb, mèt'gh al sêl, bâgn'gh i cavî (mangiano una mela, spingilo in casa, metticene ancora, spaccagli le gambe, mettici il sale, bagnagli i capelli). Una cosa che tradisce la poca padronanza del dialetto è la mancanza dell'elisione. Molti giovani non la fanno, anche perché spesso non sarebbero nemmeno in grado di pronunciare questi gruppi di consonanti che chi parla dialetto dalla nascita sa dire in scioltezzza.
Errori: “magnen un pòm, cócel in cà, spâchegh al gâmbi, mètegh al sêl, bâgnegh i cavî”

8) I verbi che iniziano con “a”

Molti verbi che in italiano iniziano con il prefisso “a”, non lo hanno in dialetto. Attaccare, arrivare, apparecchiare, asfaltare, affittare, accontentare (e molti altri ancora), si traducono con “tachêr, rivêr, parcêr, sfaltêr, fitêr, cuntintêr”.

Si dice perciò “al tâca, l'ē rivê, e 'gh ân sfaltê, j ò fitê, cuntèintet”

Molte persone abituate a parlare solo in italiano tendono invece a mettere la “a” iniziale anche in dialetto.

Errori: “l atâca, l'ē arivê, e 'gh ân asfaltê, j ò afitê, acuntèintet”

9) Le consonanti sonore

Le consonanti sorde “t, p, f, c/ch” in dialetto sono meno frequenti che in italiano. Le troviamo solitamente iniziali di parola o nelle parole in cui in italiano appaiono doppie, che derivano quasi sempre da gruppi di consonanti latine (pt, ct, pc, ecc.).
Più frequenti le varianti sonore: d, g, e v.: vōd (vuoto), amîgh (amico), pevròun (peperone).
Il suffissi “-tore” e “-tura” sono resi con “dour” e “dûra”. Al muradour, la cuşdûra, la saradûra” (il muratore, la cucitura, la serratura). Il suffisso -ice è reso con  eş (esse sonora): sâleş, urèveş (salice, orefice). Il suffisso “-ico” divente “-egh” nelle parole più antiche: “salvâdegh, pôrtegh, câregh, mânegh” (selvatico, portico, carico, manico), mentre “-ich” è tipico delle parole più moderne (automâtich, simpâtich, séndich, polétich). Tipico delle parole moderne, ma anche degli strafalcioni dei giovani, che spesso usano la consonante sorda anche in parole antiche, coniando nuovi termini che tradiscono la contaminazione dell'italiano.

Errori: “potêr i êlber, selvâtich, peperòun, sapòun (nel senso di sapone e non di grossa zappa), vitèl, cròsta, vetrèina.
Forme corrette: “pudêr i êlber, salvâdegh, pevròun, savòun, vidèl, gròsta, vedrèina”.
 

10) La “d” eufonica

In italiano le congiunzioni “e” e “o” e la preposizione “a”, prendono una “d” quando precedono una parola che inizia con la stessa vocale. “è bello ed elegante”; “vado ad Arceto”; “non usare burro od olio”; Anche in italiano sarebbe sbagliato mettere la “d” eufonica se la parola che segue inizia per una vocale diversa: i testi prestigiosi non lo fanno mai: “Caino e Abele”; “il vecchio e il mare”; “lettera a un bambino mai nato”.

In “politichese” invece è molto frequente la “d” eufonica davanti a qualsiasi vocale. Le leggi, i regolamenti, gli articoli di economia ne sono pieni: “ad un, ed il, od ogni....” si trovano molto spesso.

In dialetto comunque non si mettono MAI. Noi non abbiamo nessuna difficoltà a pronunciare due vocali consecutive “staccate” facendole sentire. Quindi: “a vâgh a Arsèj”, “Butēr o ôli, al vîn bòun listès”, “l'ē bèl e elegânt”.

Errori: “butēr od ôli”, “a vâgh ad Arsèi”, “l'ē bèl ed elegânt”.

11) “Dimòndi”, “na mócia”, “tânt”

“Molto” , “tanto”, “un sacco” e anche altre espressioni figurate, tra cui il gettonatissimo “un casino”, in italiano sono sinonimi.  I termini dialettali invece non sono esattamente sinonimi. “Dimòndi” è usato principalmente per esprimere “intensità”. “La 'm piêş dimòndi” (mi piace molto). “Na mócia” dovrebbe indicare “quantità, numerosità”. “A gh'ē na mócia 'd sarabîgh” (ci sono molte zanzare); “tânt” è il più versatile, ma indica prevalentemente quantità anche non numerabile”; “ē gnû tânt'âqua” (c'è stata molta pioggia). “A gh'ò tânt vèin … na mócia 'd butégli. Però a'n bèv mia dimòndi” (ho molto vino... molte bottiglie. Però non bevo molto).

Con la diffusione dell'italiano, “dimòndi”, “na mòcia” e “tânt” sono diventati sempre più ambivalenti... ma certe espressioni ancora oggi risultano particolarmente sgradevoli.

Errori: “agh ò dimòndi fradē” (per dire “ho tanti fratelli), “al pianş na mócia” (piange tanto).. ma soprattutto il termine “mōlt”, che in dialetto non esiste ed è solo un adattamento dell'italiano, quindi sbagliato in ogni caso.

12) L'aggiunta di vocali

Il dialetto, soprattutto nelle sue parole antiche, ha un'ampia varietà di vocali, ma in una stessa parola ne troviamo di solito una o due soltanto.  Le parole più tipiche sono spesso caratterizzate da una successione di consonanti consecutive.

Dvintêr (diventare), cmandêr (comandare), dmânda (domanda), stmâna (settimana), classiòun (colazione), semnêr (seminare), ordnêr (ordinare), sghêr (segare). Molte parole ricordano però l'italiano... un'abitudine che va diffondendosi è quella di adeguare queste parole alla pronuncia italiana. Questo forse è un processo inarrestabile... capita in tutte le lingue che le parole cambino. Però dal mio punto di vista un po' si perde uno degli aspetti più affascinanti dalla nostra lingua... sono ancora affezionato a certe sonorità.

Errori: diventêr, comandêr, domânda, setimana, colassiòun, seminer, ordinêr, seghêr.

13) Le parole che contengono “re” (tre, fre, cre, pre, ecc.)

E' una particolarità che possiamo notare osservando bene il nostro stesso nome: “Arşan” (reggiano). Che deriva da “Rèş” (Reggio). Quando si sposta l'accento tonico in avanti, la “re” diventa “ar” (se è iniziale di parola) oppure “er” se è intermedia. Una consuetudine fonetica tipica che vale per tutte le parole. Se coniughiamo i verbi o facciamo alterazioni nei nomi. Un segno di tipicità.

“Crèder” “Crèd” (credere, credo) → cherdîva (credevo).  “al trèma” (trema) –> al termêva (tremava). Frèd (freddo) → ferdour (raffreddore). Pretendere è “pertènder”.  Pregare è “perghêr”. Fregare “ferghêr”. Ribaltare “arbaltêr”. Rimetterci “armèttregh”. Anche in questo caso l'influenza dell'italiano porta molti a trasferire al dialetto le stesse sonorità.

Errori: “pretènder, preghêr, al tremêva, al s'ē ribaltê, a gh'ò rimés”

14) I vocaboli italiani dialettizzati.

La più grave lacuna delle generazioni moderne è la mancanza di lessico e per questo spesso si attinge dall'italiano. Le stonature più grandi riguardano le parole che in dialetto hanno una radice completamente diversa rispetto all'italiano perché magari hanno origine diversa: dal longobardo piuttosto che dal latino o dal latino piuttosto che dal greco. Ci sono infatti parole dialettali che sono molto lontane dal corrispondente italiano:

Badacêr (sbadigliare), dopmeşdé (pomeriggio), strambuchêr (inciampare), şachêres (sdraiarsi), pît (tacchino), nâder (anitra), scrâna (sedia), stremnêr (rovesciare), al cavcèli (le caviglie), al furmèint (il grano).

Errori: sbadigliêr, pomerégg, inciampêr, sdraiêres, tachîn (che è l'attacchino), l'ànitra, la sèddia, rovesciêr, al cavégli, al grân (che significa invece “chicco”).

15) Con me, con te, con lui/lei, con noi, con voi, con loro.

Nell’italiano letterario troviamo i termini “meco”, teco” e “seco” che significano letteralmente “con me”, “con te” e “con lui/lei”. In dialetto “mēgh, tēgh e sēgh” si usano comunemente nel linguaggio quotidiano. Inoltre abbiamo anche le per le persone plurali “nôsch” (con noi) e “vôsch” (con voi). Per la terza persona plurale si può usare “sēgh”.“Cun mé”, “cun tè”, “cun ló” ecc- non sono sempre sbagliati. Sono solo molto meno frequenti.  “mēgh”, “tēgh” & company traducono infatti solo il complemento di compagnia…  per indicare un’azione svolta insieme.
Se dico “a sêlt cun tè in séma al lèt” (salto con te sul letto), significa “io” salto, mentre “tu” sei sul letto (e presumibilmente non stai saltando). Se dico “a sêlt tēgh in séma al lèt”, significa che saltiamo tutti e due.
Se dico: “E cun uêter csa fâghia?” (e con te che cosa faccio?) mi chiedo che cosa faccio “io”... che cosa ne faccio “di” te. Se dico “csa fâghia vôsch?” mi chiedo che cosa faccio “insieme” a voi. Come capita spesso il dialetto rende concetti un po' più precisi.
Nella maggior parte dei casi però, quando si sente dire “cun té”, “cun ló, cun nuêter” si tratta di errori fatti da chi pensa in italiano e traduce in dialetto alla lettera.
Errori: “a vegn cun té”, “stà ché cun nuêter”, “'gh l' êt cun mé? “pêrla cun ló”
Forme corrette: “a vègn tēgh”, “stà ché nôsch”, “'gh l'êt mēgh?” “pêrlegh sēgh”.

L'elenco sembra lungo, ma non è esaustivo. Sono pronto a scommettere che molti lettori sapranno segnalare altri errori e strafalcioni.

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