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Uomini violenti: dall’arresto alla libertà a tempo di record
MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA

Uomini violenti: dall’arresto alla libertà a tempo di record

Carmen Marini (Nondasola): «Questi reati non possono essere considerati alla stregua di altri: qui la donna rischia la vita»

REGGIO EMILIA. Un anno e mezzo fa, quando venne approvato il decreto legge contro il femminicidio e la violenza sulle donne, si parlò di giro di vite. Ma soprattutto si disse che le nuove norme avrebbero garantito una maggiore protezione alle donne. Già allora, a dire il vero, qualche voce fuori dal coro ci fu. Ma quanti osarono parlare di “provvedimento timido” vennero puntualmente messi a tacere. Come se remare contro fosse il loro unico scopo.

Ora, a oltre 18 mesi di distanza, i risultati sono sotto gli occhi di chiunque voglia vedere. Le violenze sulle donne non sono diminuite. E anche quando compagni e mariti violenti vengono arrestati, come previsto dalla legge, alla convalida segue puntuale la liberazione. In attesa di processo, certo. E nella migliore delle ipotesi con la disposizione dell’allontanamento della casa coniugale. Meglio di niente?

Ne abbiamo parlato con Carmen Marini, presidente dell’associazione Nondasola e con gli avvocati Giovanna Fava, che siede al tavolo interistituzionale contro la violenza sulle donne e Rosanna Beifiori, vice presidente delle Camere penali.

«Il vero problema - dice Carmen Marini - è che il reato di maltrattamenti in famiglia e più in generale di violenza sulle donne viene considerato alla stregua di altri reati. Ma è sbagliato perché non dobbiamo mai dimenticarci che a rischio è la vita della donna. La cosa che più mi colpisce è che si parla quasi sempre di casi conosciuti e, di conseguenza, sarebbe doveroso preoccuparsene prima che accada il peggio. Ci stracciamo le vesti quando accade la tragedia, ma prima cosa è stato fatto?»

. Così come puntare tutto sulla pena non porta a niente: «La pena è necessaria, ci mancherebbe, ma da sola non è adeguata rispetto ad un problema che non si risolverà mai se non ci convinciamo dell’importanza della prevenzione. La domanda che ci dobbiamo fare è un’altra: perché siamo arrivati a questo punto?».

«Non ho mai nè detto nè pensato - puntualizza Giovanna Fava - che l’inasprimento delle pene nei confronti degli uomini violenti fosse risolutiva. Noi, da tempo, chiediamo piuttosto misure protettive e cautelari: l’obbligo, ad esempio di stare lontano dalla vittima entro un certo raggio, rappresenta una misura importante. Certo, questa misura serve per persone che hanno ancora interiorizzato certe regole. Non per chi ha oltrepassato certi limiti. Questo significa che le misure devono essere graduate in base alla pericolodsità del soggetto».

«Fermo restando il principio - conclude l’avvocato Fava - che la carcerazione non può essere preventiva. E fino a quando non si arriva al processo, la misura dell’allontanamento deve essere considerata una buona cosa».

Di “prevenzione e cura” parla l’avvocato Rosanna Beifiori secondo la quale «inasprire le pene va bene ma così curiamo il sintomo e non la causa». «Basti pensare - aggiunge - che in Italia ci sono solo 18 centri di trattamento per gli uomini che usano violenza contro le donne, e di questi 4 sono in Emilia Romagna. Allora, va bene pene severe ma se non iniziamo a “curare” le persone che hanno questo tipo di problematiche non risolveremo nulla. Ammettiamo anche che un uomo sia arrestato e l’intera pena sia espiata in carcere: quando esce, per quale motivo non dovrebbe reiterare i suoi comportamenti violenti? E’ sui modelli comportamentali che bisogna intervenire».

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