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Cgil, appello all’Antimafia: «Accelerare le confische»

Franco Zavatti, responsabile regionale Legalità e Sicurezza del sindacato «Serve l’impegno dei professionisti e banche, lì passano le attività illecite»

REGGIO EMILIA. «Mediamente, la fase di transizione da un sequestro ad una confisca dura circa sette anni. Troppi, anche considerando che questa fase interessa decine di patrimoni: in che condizioni sono? Chi li gestisce? Servirebbe una riqualificazione ad uso sociale, magari non per tutti, ma per molti sì. E manca nella nostra regione una sede in cui si discuta di questi problemi». Il percorso è ancora lungo. Ma per Franco Zavatti, responsabile regionale Sicurezza e legalità Cgil, da sempre in prima linea nel contrasto della criminalità organizzata, la convocazione a Bologna della commissione parlamentare antimafia rappresenta «un passo avanti nella presa di coscienza che le mafie non sono solo al sud». Secondo il dossier di datagiornalismo condotto da Dataninja.it assieme alla Gazzetta, sono 112 i beni confiscati alle mafie nella nostra regione. Nessuno, per ora, nel Reggiano. Ma molti di più sono i patrimoni sequestrati, avviati ad un difficile percorso che potrebbe portarli verso un provvedimento di confisca. Ed è proprio questo percorso, secondo Zavatti, uno dei temi che la commissione dovrà affrontare nella riunione bolognese del 18 settembre.

Zavatti, finalmente la commissione antimafia. Mai abbassare la guardia sulle mafie in Emilia.

«Già questa estate la commissione ha depositato una relazione sulle infiltrazioni al nord. È una presa d’atto significativa, epocale. Un segnale di consapevolezza della specificità della criminalità organizzata radicata al nord, diversa dagli insediamenti nelle regioni meridionali. Qui non c’è un controllo sociale o del territorio, ma il vero obiettivo sono le penetrazioni economiche».

Una specificità da contrastare con strumenti e strategie adeguati. Cosa serve in Emilia?

«Bisogna insistere sui classici filoni, impegnando tutte le istituzioni e le associazioni, che nella nostra regione contano davvero qualcosa: dal mondo economico a quello delle imprese, del commercio, i professionisti, il sindacato. Si fa presto a dire “facciamo prevenzione”. Ma ci vuole un impegno vero perché dalle intenzioni si passi ai fatti. Penso, ad esempio, al mondo delle professioni: prima o poi certe operazioni sospette passano sempre da uno studio professionale. Lo stesso vale per le attività legate agli appalti: bisogna stringere di più ai fatti ciò che si dice, e quindi stazioni uniche appaltanti, eliminazione del massimo ribasso. Bisogna che le banche concedano credito alle piccole imprese del nostro territorio. Se non lo fanno, la conseguenza è l’usura».

Perchè secondo lei questi interventi non vengono fatti? Mancanza di risorse?

«Sono interventi che non costano nulla, ma alzano l’asticella della soglia di attenzione. Sull’antiriciclaggio, ad esempio, è stato fatto molto. E l’Emilia–Romagna ha numeri da record per segnalazioni. Ma poi viene da chiedersi: chi ci lavora? Chi fa da filtro?».

A Bologna c’è la Dia. E qui a Reggio, il prefetto De Miro ha sempre svolto un ruolo fondamentale nella lotta alle mafie.

«C’è da sperare che De Miro sia sostituita da un prefetto all’altezza, che mantenga questo livello di attenzione. Ha lasciato il segno. Ma se penso agli organici della Dia, mi chiedo: a livello numerico, sono davvero adeguati? Ci arrivano segnalazioni di richieste a fronte di un organico di una ventina di persone, che devono investigare su tutto il territorio regionale».

Quindi?

«Oggi come oggi, ponendo il tema di avere risorse per ottenere specialisti nel contrasto alle infiltrazioni si rischia di sentirsi rispondere che è giusto ma che non ci è realizzabile.

Bisogna insistere. E creare un tavolo, che chiediamo da tempo, attorno al quale fare un monitoraggio costante dei tanti dati prodotti: Regione, Comuni, sindacati, Confindustria. È un progetto che la commissione potrebbe aiutare a realizzare, con l’allargamento di indicazioni operative».

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