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De Miro, l’addio del prefetto antimafia: "Infiltrazioni, servono barriere più alte"

Antonella De Miro, promossa prefetto di Perugia, fa il bilancio di questi 5 anni a Reggio Emilia. "Lascio in eredità una maggiore consapevolezza"

REGGIO EMILIA. Per Reggio è stata il primo prefetto antimafia. Quello che a colpi di interdittive – talvolta anche illustri – dalla white list per la ricostruzione post terremoto ha denunciato concretamente il pericolo di infiltrazioni mafiose nell’aggiudicazione di appalti pubblici. Ora, Antonella De Miro se ne va – è stata promossa prefetto di Perugia – e il suo trasferimento per la nostra città non è più un semplice avvicendamento (per ora l’incarico sarà assunto dal vicario Adriana Cogode). Ma l’occasione, con lo stesso prefetto, per fare un bilancio di questi 5 anni.

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Prefetto De Miro, il suo operato è stato di quelli che lasciano il segno. «Ho fatto quello che ho ritenuto fosse importante, ma mi era stato richiesto dal territorio. Quando sono arrivata ho trovato un territorio sensibile e preoccupato. Da prefetto ho ritenuto di ascoltarlo, di capire perché ci fosse tanta preoccupazione. E di svolgere azioni che erano di mia competenza. Io ho voluto esercitarle. Ma ci tengo a dire che non sono solo un prefetto antimafia: ha rappresentato solo il 10% della mia attività complessiva. Le azioni di un prefetto sono molteplici: hanno riguardato il fenomeno dell’immigrazione, la sicurezza stradale, pensiamo a tutta l’azione di coordinamento sulla messa in sicurezza del dopo terremoto, le sicurezza dei ponti, gli argini, etc. Azioni che forse si vedono meno, ma che se non venissero fatte si vedrebbero. Fatte grazie a uffici che hanno lavorato molto bene».

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Antonella De Miro insieme all'ex sindaco di Reggio Emilia Graziano Delrio

E’ vero anche, però, che sul fronte infiltrazioni ha imposto una presa di coscienza. «Fin da subito ho capito che la mia azione doveva anche riguardate la prevenzione antimafia. Ma l’ho capito, perché ho capito le attese del territorio. Erano le istituzioni, era il mondo rappresentativo delle forze economiche come la Camera di commercio, le organizzazioni sindacali che mi chiedevano di guardare con attenzione a fenomeni criminali che sembravano stessero condizionando l’economia. E’ stata un’azione importante e complessa che ho svolto ma non da sola, bensì insieme alle forze di polizia territoriali con le quali ho lavorato in grande armonia».

INTERDITTIVE In cinque anni firmati 40 provvedimenti

Nell’ultima relazione della Direzione Nazionale Antimafia, non si parla solo più di infiltrazioni malavitose, bensì di vera e propria colonizzazione. «Certo qui c’è una presenza forte di criminalità organizzata. E’ un fenomeno particolare perché qui esiste un nucleo di elementi della malavita organizzata che hanno ritenuto di potersi dedicare a traffici illeciti e ad attività lecite con l’impiego di risorse illegittimamente costituite. D’altra parte Reggio è, come tanti altri territorio del nord, un territorio ricco. E come tutti i territori ricchi è appetibile e vive il pericolo delle infiltrazioni. Non deve sorprendere. Ma capisco che la storia di Reggio, la forte storia di conquista dei diritti, di ricchezza per tutti e di sviluppo possa avere indotto a credere che questo territorio fosse così forte da poter essere immune a possibili infiltrazioni. Lavorando nel settore della prevenzione antimafia è emersa l’esistenza di possibili infiltrazioni. Ma ha reso possibile anche una conoscenza e una consapevolezza che oggi è patrimonio non solo degli addetti ai lavori, ma è al servizio del territorio. Credo che il mio lavoro sia stato apprezzato per questo: perché ha consentito di acquisire una consapevolezza che oggi lo può metter a riparo da negative derive».

E’ mai stata ostacolata in questa sua azione? «Reazione negative sono arrivate solo dal mondo delle imprese che ho toccato, come era prevedibile. Ma le istituzioni, le amministrazioni pubbliche, le forze economiche, i media tutti hanno fatto squadra rispettando il lavoro del prefetto. Perché ritengo che tutti volevano conoscere la realtà, non nasconderla: hanno capito che il lavoro che stavo facendo era per l’interesse del territorio e non contro. Se io ho potuto svolgere questa azione di prevenzione è perché questo ha voluto il territorio. Da sola non lo avrei mai potuto fare».

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Il prefetto insieme al procuratore capo Giorgio Grandinetti, Ippazio Bleve (Gdf), Cesare Capocasa (Polizia) e Paolo Zito (Carabinieri)

Lo strumento dell’informazione antimafia è stato criticato da chi ne è stato colpito: chi ritiene che sia troppo poco una conoscenza, una parentela per parlare di rischio infiltrazioni. «Sono uno strumento a mio giudizio fondamentale nella prevenzione. Consentono accertamenti più allargati sulle ditte. Intercettano subito la possibilità di infiltrazione. I provvedimenti sono sempre stati ben motivati, affinché gli imprenditori sapessero le ragioni del diniego. Esiste uno strumento di difesa, che è il ricorso al Tar, ma la maggior parte non lo hanno fatto. Devo ritenere che abbiano ritenuto i provvedimenti coerenti. Mentre gran parte dei ricorsi non sono stati accolti. Significa che l’azione del prefetto è stata considerata ben fatta. Del resto, non abbiamo mai fatto provvedimenti interdittivi sulla base di semplici relazioni parentali».

In questi 5 anni, è successo anche che fosse oggetto di una missiva contenente un bossolo. Mai avuto paura? «Già quando sono stata commissario straordinario a Castellammare del Golfo ho ricevuto minacce, anche pesanti, rivolte anche alla mia famiglia e alle mie figlie. Ma ritegno che chi svolge un ruolo istituzionale debba fare la sua parte fino in fondo. Con la schiena dritta e determinazione. E io faccio il prefetto della Repubblica. So che se non si è soli non c’è motivo di aver paura. E io non mi sono mai sentita sola».

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Il rogo di nove camion avvenuto a Reggiolo nel novembre del 2012 ai danni di un'azienda di trasporti con sede a Cutro

Come è la Reggio che lascia oggi? «E’ un territorio che è cambiato, che sta vivendo una difficile crisi economica. Un territorio che ha bisogno di credere in se stesso. Segni di ripresa ci sono, sono certa che saprà riprendersi».

E sul fronte criminalità organizzata, come lo lascia? «Lascio un territorio più consapevole. Che ha bisogno di credere nelle istituzioni e di alzare le barriere di difesa. Per farlo, deve lavorare in rete. La mafia rapina il territorio. I territori sani devono assolutamente porre

argini. Oggi ci sono le condizioni per riconoscere eventuali derive e operare conseguentemente. L’importante è lavorare insieme. Abbiamo tracciato una strada, l’abbiamo indicata ai cittadini. Non bisogna delegare solo alla forze di polizia e alla magistratura, ma tutti facciano prevenzione».

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