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La storia della Dc raccontata da Corghi

Esce il corposo libro di uno storico leader del partito che negli anni ’60 era nella direzione nazionale

Molti leader democristiani, rimasti in sella o alla greppia fino a tangentopoli, ora stendono un velo di pietà o vergogna sul proprio passato. Invece Corrado Corghi, esponente Dc autorevole ma scalpitante e dissidente, racconta con orgoglio e con dovizia di particolari la sua venticinquennale, travagliata esperienza nei ranghi e ai vertici di quel partito, conclusa nel 1968 con le sue clamorose dimissioni. Lo fa nel libro "Guardare alto e lontano: la mia Democrazia Cristiana", pubblicato da Consulta con la grafica di Elisa Pellacani.

L'autore, che ora ha 94 anni, aveva sostanzialmente terminato la stesura di 810 pagine dattiloscritte nel 1974, attingendo essenzialmente alla sua miniera di appunti personali. Poi ne aveva pubblicato solo piccole sezioni. Una decina d'anni fa Sandro Scansani si propose di curarne un'edizione completa per Diabasis. Nel 2005 Franco Boiardi stese la prefazione. La morte di entrambi e il fallimento di Diabasis hanno ulteriormente ritardato la pubblicazione, che si è resa possibile grazie alla collaborazione di Vanni Orlandini, Carlo Pellacani, Enrico Galavotti, Pierluigi Castagnetti, Glauco Bertani e Marco Marzi, con il contributo della fondazione Tricolore. Corghi è un uomo libero, un cattolico abituato a fare i conti con la propria coscienza piuttosto che con l'autorità ecclesiastica, un intellettuale che s'è distinto come amministratore del Santa Maria Nuova, un educatore pronto a cogliere le novità che scaturiscono dal mondo dei giovani. Il suo itinerario politico si è svolto nel solco tracciato da Giuseppe Dossetti, ma in assoluta autonomia rispetto sia al leader storico della sinistra democristiana, sia agli altri cavalli di razza della stessa scuderia. Dalla battaglia contro le correnti di destra e i comitati civici è passato all'impegno a favore dei primi governi di centro sinistra fino all'appoggio delle lotte per la liberazione del terzo mondo e alla condivisione della protesta portata avanti dal movimento studentesco.

Incontriamo Corghi nella sua casa di viale Risorgimento nel salottino nel quale ricevette, fra le tante, la visita di Enrico Berlinguer. «A differenza di Dossetti - riferisce l'anziano leader - avevo un rapporto cordiale con Alcide De Gasperi. Lo stimavo per la sua autonomia rispetto al Vaticano. Pio XII lo osteggiava, volendo una unità del mondo cattolico che comprendesse la destra monarchica e fascista. A Reggio io avevo rapporti ottimi con il vescovo Eduardo Brettoni, che era più conciliante rispetto al successore Beniamino Socche». La data cruciale della storia del dopoguerra è per Corghi il 7 luglio 1960, quando era segretario regionale e membro della direzione nazionale della Dc: «La responsabilità del governo Tambroni appoggiato dai missini e dai monarchici fu del presidente della repubblica Giovanni Gronchi, che gli diede l'incarico, e del Vaticano. Quando si verificò l'eccidio ero a Roma. Aldo Moro mi inviò subito a Reggio, dove ebbi un incontro

con i socialisti, in particolare con Venerio Cattani, il quale chiese che ai funerali delle vittime non fosse previsto un discorso di Togliatti. Così avvenne. Nello stesso giorno, al pomeriggio, si celebrarono nella sala del Tricolore le esequie di Alberto Simonini».

Luciano Salsi

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