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«Grande Aracri resta il reggente della cosca»

Il decreto che assegna all’imprenditore di Brescello la sorveglianza speciale tratteggia la figura di un «esponente di grande spessore criminale»

BRESCELLO (Reggio Emilia)

«Un ruolo direttivo» nella cosca Grande Aracri e in particolare nella sua propaggine reggiana. «Un eccezionale spessore» all’interno dell’organizzazione che ha avuto - e probabilmente ha ancora oggi - in Nicolino Grande Aracri, ancorchè in carcere, il suo capo indiscusso. Sono queste le premesse che hanno portato i giudici del tribunale di Reggio ad accogliere la richiesta - presentata dalla procura antimafia - di sottoporre Francesco Grande Aracri, 59 anni, imprenditore nativo di Cutro ma da anni residente a Brescello, al regime della sorveglianza speciale.

In attesa che il tribunale si pronunci (nei primi mesi del prossimo anno) sulla richiesta di confisca dei beni, il collegio (presidente Francesco Caruso, giudici Cristina Beretti e Andrea Rat) ha intanto deciso che d’ora in poi, Francesco Grande Aracri diventi per le forze dell’ordine un sorvegliato speciale.

Nel decreto di trenta pagine, il collegio smonta quella che era stata la tesi difensiva all’udienza del 18 dicembre scorso. In pratica, i difensori di Francesco Grande Aracri (gli avvocati Alessandro Sivelli e Giuseppe Migale Ranieri) avevano sottolineato come il loro assistito, dopo la condanna nell’ambito del processo Edilpiovra a 3 anni e 6 mesi di reclusione, condanna divenuta definitiva nell’ottobre 2008, non fosse più stato “pizzicato” sul fatto . Per i giudici, questo aspetto non basta. Anzi: secondo i giudici che hanno firmato il decreto, Francesco Grande Aracri non ha mai smesso di fare da «reggente» della cosca e soprattutto non ha mai tralasciato, nemmeno quand’era in carcere, di seguire i propri affari. In altre parole, dice il decreto «Si può dedurre agevolmente, quindi, come il Grande Aracri non abbia posto alcun gesto di discontinuità con il suo passato criminale e debba ritenersi non aver mutato condotta» e per questo «sussistono tutti i requisiti previsti dalla legge per l’applicazione delle misure richieste con la presente istanza per chi risulti indiziato di appartenere ad associazione di stampo mafioso». Come dire, per queste misure di prevenzione bastano gli indizi.

LE INFORMATIVE. Invero, non di soli indizi si parla nel decreto del tribunale che prende spunto da numerose informative dei carabinieri che in questi anni hanno “tenuto d’occhio” Grande Aracri. Si tratta di informative datate 18 maggio 2010 (parere negativo alla semilibertà stilato dai carabinieri, motivato dal fatto che proprio a Brescello risiedono molti parenti e conterranei di Grande Aracri, alcuni dei quali affiliati o contigui all’ndrangheta), 30 novembre dello stesso anno (in essa «i carabinieri osservavano che, espiata la pena, il Grande Aracri aveva ripreso senza alcuna soluzione di continuità le precedenti attività) nel gennaio 2011 e nel gennaio di quest’anno, in cui i militari mettevano ulteriormente a fuoco le attività del pregiudicato, sottolineando come fosse comunque «perfettamente inserito nel contesto economico e sociale dell’immigrazione cutrese a Brescello, all’interno della quale l’accertata penetrazione della ’ndrangheta non risultava affatto eliminata, per essere operativi tutti gli imprenditori che nel processo Edilpiovra erano risultati da un lato assoggettati ma dall’altro in rapporti di lavoro con i diversi soggetti coinvolti nell’indagine, svolta sul territorio nei primi anni 2000».

GLI AFFARI. Invero, che la mossa degli inquirenti di puntare al tesoro di Grande Aracri sia di quelle destinate a colpire nel vivo la cosca, lo testimoniano anche anche altri passaggi delle motivazioni della decisione del tribunale. Ad esempio, si legge sempre nel decreto, che «nel corso delle indagini svolte dopo l’uscita del Grande Aracri, sono state registrate conversazioni dalle quali si evince chiaramente l’interesse di Grande Aracri Francesco alle operazioni economico/finanziarie poste in essere dai figli Salvatore e Rosita nella gestione delle attività. Egli – scrivono sempre i giudici - risulta a conoscenza delle operazioni finanziarie in corso e delle loro “finalità”, inoltre interviene in prima persona per risolvere eventuali problematiche». Qualcuno potrebbe obiettare che si tratti di affari leciti. Ma per gli inquirenti non è così: i beni di Grande Aracri - gli stessi oggetto della richiesta di confisca - «e in particolare la società Eurogrande Costruzioni Srl, come dimostrano gli accertamenti dei carabinieri di Reggio, sono stati accumulati in modo assolutamente svincolato dal reperimento di risorse lecite ed è stato gestito nel medesimo periodo in cui il Grande Aracri è stato partecipe e organizzatore di associazione a delinquere di stampo mafioso nel Reggiano».

UNA COSCA A DUE TESTE. Per la verità, la prima parte del provvedimento del tribunale è interessante perché - prendendo le mosse dalle più recenti indagini svolte dai carabinieri - tratteggia la situazione nella nostra provincia, fotografando le ramificazioni della cosca Grande Aracri nel nostro territorio, in particolare nella Bassa. «Le indagini - scrivono i giudici - hanno fatto emergere il ruolo di Grande Aracri Franscesco che, a seguito dell’arresto del fratello capocosca Nicolino, divenne il reggente dell’organizzazione mafiosa nella provincia di Reggio, spartendosi in parte il controllo delle attività criminali con Nicolino Sarcone, delegato quale referente della cosca per la città di Reggio Emilia e detenendo, al contempo il totale controllo dell’area dei comuni della Bassa». In pratica, con “Mano di gomma” (questo il soprannome di Nicolino Grande Aracri) finito in carcere, a comandare sulla propaggine reggiana della cosca, erano rimasti in due: il fratello di Nicolino, Francesco, e Nicolino Sarcone. E i due - stando a quanto hanno appurato le indagini dell’Arma - si erano spartiti il territorio e i relativi affari. Da una parte Sarcone a “governare” sulle attività illecite della ’ndrina in città: estorsioni a imprenditori edili e commerciante, gestione di bar, ristoranti, circoli da gioco. Tutti pezzi di una macchina che aveva l’unico scopo di riciclare denaro sporco.

Ad esempio attraverso quella che i giudici definiscono «una seriale attività di fatturazione per operazioni inesistenti per operazioni totalmente o parzialmente inesistenti nei confronti di imprenditori, prevalentemente edili, i quali

corrispondevano in contanti le somme, di importo non inferiore all’Iva, calcolata in fattura e non versata all’erario, così da occultare, mediante una diversa appartenenza la causale della dazione di denaro che gli indagati chiedevano agli imprenditori».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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