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Delitti e “affari”, l’ascesa del clan a Reggio

Trent’anni nel segno di “Mano di gomma” fra Cutro e l’Emilia. Dalla feroce guerra ai Dragone alle estorsioni di Edilpiovra. Una lunga escalation nel segno della malavita

BRESCELLO (Reggio Emilia). I ripetuti incendi dolosi dell’ultimo biennio (a Reggio ma anche a Cutro) “parlano” – secondo gli inquirenti – di “qualcuno” che starebbe facendo una guerra spietata alla cosca Grande Aracri per metterla in ginocchio e soffiarle sia l’egemonia, sia le losche entrature economiche che riguardano sempre più le ramificazioni reggiane del clan, comunque costantemente pilotato dalla Calabria.

E’ una sorta di corso e ricorso storico di vichiana memoria, visto che proprio Nicolino Grande Aracri (detto “Mano di gomma”) negli anni Novanta si era fatto strada come capo-zona dei Dragone, per poi decidere di mettersi in proprio scatenando una sanguinosa guerra di mafia che l’incoronerà indiscussa guida del nuovo clan. Una storia ultratrentennale macchiata di sangue anche nel Reggiano.

Il capoclan Antonio Dragone arriva nel giugno 1982 a Montecavolo in soggiorno obbligato. Dragone è da pochi mesi scampato ad un agguato, in cui hanno perso la vita, al posto suo, il nipote Salvatore e un maresciallo dei carabinieri. Nella nostra provincia fa il bidello, ma di lì a poco sarà arrestato. Le accuse: omicidio e associazione a delinquere. Allora, pian piano, si fa strada “Mano di gomma” che innesca una lotta di mafia feroce. Una guerra che porta a capo della nuova cosca proprio Nicolino, mentre Giuseppe Muzzupappa assume il compito di controllare il traffico di droga e lo farà fino al 1995 quando verrà arrestato. Intanto gli omicidi si susseguono. Nel 1999 vengono uccisi a Cutro sia Antonio Simbari (imprenditore edile cutrese, residente nel Mantovano) sia Raffaele Dragone (il figlio del boss). Dall’aprile 2000 scompare Antonio Macrì: è vittima della lupara bianca, avrebbe pagato il legame col boss Dragone, avendone sposato la figlia. Nel dicembre 2000 Nicolino Grande Aracri viene arrestato nell’operazione “Scacco matto”, assieme ad altri presunti affiliati al vecchio clan Dragone, a cui nel frattempo, secondo le dichiarazioni del pentito Paolo Bellini, avevano dichiarato guerra Vincenzo Vasapollo e Giulio Bonaccio ingaggiando proprio il killer (a cavallo fra il 1998 e il 1999 Reggio sprofonda nel terrore, fra delitti e la bomba scoppiata al bar Pendolino, poi l’arresto dei tre).

Nel 2002 la leadership targata ’ndrangheta del clan Grande Aracri subisce un colpo non indifferente a Reggio con l’operazione “Edilpiovra” dell’Antimafia: tredici persone finiscono in manette, vengono eseguite più di 50 perquisizioni. L’impianto accusatorio parla di associazione a delinquere di stampo mafioso, ma “racconta” anche di estorsioni, furti, incendi, rapine e false fatturazioni, con imprenditori e commercianti come vittime. E’ l’inizio di una lunga battaglia legale, per quattro imputati non ancora incredibilmente terminata ad 11 anni dal blitz delle forze dell’ordine. Fra quelli ancora in attesa di giudizio (Vincenzo Niutta, Marcello Muto e Nicolino Sarcone) c’è Antonio Grande Aracri (uno dei quattro fratelli del boss) che è stato condannato a 4 anni di carcere in Appelllo per associazione mafiosa (è in attesa dell’approdo in Cassazione). Ha, invece, già pagato il suo conto con la giustizia un altro fratello del capoclan, cioè Francesco Grande Aracri (tre anni e mezzo di reclusione e la misura di sicurezza della libertà vigilata per 2 anni), ritornato a vivere a Brescello ed a cui, ora, sono stati sequestrati ben 3 milioni di euro di beni.

Mentre nelle aule di tribunale avanzano faticosamente le varie tranches del processo-Edilpiovra, il clan Grande Aracri diventa sempre più potente a suon di omicidi. Il 20 agosto 2003, a Steccato di Cutro, viene ucciso l’imprenditore edile Salvatore Arabia che risiedeva a Reggio ed è considerato un “esattore” del clan rivale. Nel novembre 2003 il boss Dragone, dopo vent’anni, esce dal carcere. Quattro mesi dopo – il 22 marzo 2004 – l’uccisione di Salvatore Blasco – uomo di spicco della cosca Grande Aracri – riavvia la faida nel Crotonese: vengono uccisi i boss Antonio Dragone e Carmine Arena (rispettivamente il 10 maggio e il 2 ottobre 2003) e il 23 settembre dello stesso anno anche il genero di Dragone (Gaetano Ciampà) che era stato in soggiorno obbligato a Rubiera. Un dominio assoluto che coinciderà anche con l’uscita dal carcere, dopo anni, di “Mano di gomma”. Il temutissimo boss 54enne finisce però nuovamente nei guai otto mesi fa: lui e cinque suoi fedelissimi sono accusati di tentata estorsione ad un’operatrice turistica di Porto Kaleo (Crotone). Da quest’inchiesta dei carabinieri spunta un potere enorme della cosca che fa capo non solo

al Crotonese e a Reggio, ma anche in Lombardia (tra Cremona e Mantova).

Per il boss – che ha vissuto anche a Reggio – quest’arresto è un duro colpo, con tanto di indebolimento del clan ora finito nel mirino degli “appetiti” delle cosche rivali.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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