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Da centrale elettrica a paradiso dei bambini

L’architetto Giulio Ceppi ha ideato a Ligonchio la creazione di un atelier un po’ magico nel quale si possono scoprire tutte le potenzialità dell’acqua

LIGONCHIO

Il design non è ciò che si vede, o meglio non solo. Progettare è più come fare del buon vino, l'ha detto Giulio Ceppi: «Fare design non significa solo realizzare il disegno della bottiglia e l'etichetta. Non c'è solo la bottiglia, c'è anche quello che succede prima e quanto succede dopo». È per questo che, nella sua attività, l'architetto cerca sempre di integrare esperienze interdisciplinari: si parte dallo studio dei materiali e dal design, per arrivare allo sviluppo applicativo di nuove tecnologie, alla scoperta di nuove qualità sensoriali e alla formulazione di strategie innovative che riqualificano i prodotti e gli ambienti. Proprio quello che è avvenuto a Ligonchio dove, sulla spinta del Parco nazionale e di Reggio Children, la centrale idroelettrica dell'Enel è stata trasformata nell'Atelier dell'energia e dell'acqua.

Qual è la particolarità del progetto di Ligonchio?

«La caratteristica straordinaria è che non è sviluppato in un unico luogo. La centrale dell'Enel funge solo da base, mentre tutt'attorno, nel parco, si trovano altre postazioni in cui i bambini possono sperimentare direttamente la vita del bosco, la flora e la fauna dell'Appennino, l'acqua e il suo movimento. Speriamo che si trovino i fondi per concludere i lavori, perché purtroppo mancano ancora quattro postazioni rispetto al progetto originario».

Perché trasformare una centrale idroelettrica in atelier pedagogico? Anche questo è design?

«La sala macchine della centrale di Ligonchio oggi è quasi del tutto automatizzata: dei mille operai che vi lavoravano, ne sono rimasti solo tre. Il Parco nazionale ha avuto un'intuizione intelligente per dare nuova vita al territorio e, grazie all'appoggio di Reggio Children, è riuscito a portare a Ligonchio un atelier sperimentale e interdisciplinare unico nel suo genere. I bambini possono esplorare in che modo l'acqua si trasforma in energia e, attraverso le varie attività di laboratorio, possono giocare con l'elettromagnetismo, la fluidodinamica e la pressione. Tutto questo è design. Proprio in questo periodo, infatti, ho esposto il progetto di Ligonchio in una mia mostra sul movimento al Macs di Milano».

Se l'estetica non è più prioritaria, cosa significa oggi fare design?"

«Mentre un tempo si ragionava per settori, oggi architettura e design si sono fluidificate, integrate. Al centro di tutto c'è lo scambio tra discipline: l'architetto-designer deve collaborare con artisti, musicisti, ingegneri, impiantisti, sociologi, economisti. Per capire il tempo in cui viviamo, e leggere nel modo adeguato la globalizzazione e la velocità dei giorni nostri, c'è bisogno di lavorare in team. Il creativo da solo non fa più nulla, la soluzione è nella concertazione».

Qual è quindi oggi il ruolo dell'architetto-designer?

«Il progettista è diventato un interprete dello spirito dei tempi. Quando si pensa all'architetto, quasi sempre ci si riferisce al modello rinascimentale, all'uomo vitruviano che mette ordine nel mondo, mentre oggi mettere ordine è un obiettivo troppo ambizioso. L'architetto-designer lavora sulle relazioni, fa dialogare realtà che non si parlano, porta l'attenzione su temi e argomenti che di solito sfuggono. Al centro non c'è il fare, ma il relazionare».

In un mondo in continua evoluzione, è cambiato qualcosa nell'uso dei materiali?

«Abbiamo capito che i materiali non esistono di per sé, ma si progettano e si definiscono in base a caratteristiche sensoriali, estetiche e funzionali. Pensiamo al silicone: per anni è stato usato solo in ambito medico-sanitario, poi per le sue caratteristiche (asetticità, atossicità, resistenza alle alte temperature) è stato portato nel mondo della cucina ed è stato utilizzato per presine, mestoli, tortiere. I consumatori hanno reagito con diffidenza e per convincerli è stato necessario adottare piccoli accorgimenti: la tortiera in silicone, per esempio, è stata colorata con pigmenti metallici che l'hanno resa simile alle tortiere tradizionali e le hanno permesso di conquistare la fiducia del consumatore. Questo per dire che il materiale va conosciuto e gestito: le sue caratteristiche non sono più scelte dalle aziende chimiche, ma dall'uso pratico ed estetico che di quel materiale si vuole fare».

L'attenzione al materiale, tra l'altro, è la premessa fondamentale per qualunque progetto che voglia rispettare l'ambiente…

«Stare attenti alla tracciabilità dei materiali significa controllare da dove provengono, come sono stati prodotti e se possono essere riciclati. La sostenibilità ambientale, tema trasversale degli ultimi 15 anni, è entrata nei progetti anche e soprattutto grazie a questa attenzione al materiale. Credo che i concetti cardine possano essere ricondotti a tre: il bello, il giusto e il pulito. Il futuro dell'architettura si gioca tutto su edifici puliti, energie rinnovabili e materiali certificati. Nessuno può progettare qualcosa senza porsi domande sull'impatto che il suo lavoro avrà sull'ambiente e sulle persone che lo circondano».

Il futuro, allora, è destinato a essere sempre più green?

«La sostenibilità ambientale dovrebbe diventare un fattore implicito della progettazione e smettere di essere sbandierata al vento per ragioni di marketing. Credo comunque che si stia entrando in una fase meno emotiva: rispetto a vent'anni fa, quando erano davvero pochi quelli che avevano coscienza del problema, oggi le persone sono più consapevoli, osservano, e vanno a fondo senza accontentarsi dell'impatto iniziale. Ma è chiaro che il percorso è ancora lungo, soprattutto per noi italiani. Progetti come quello di Ligonchio, dove la centrale idroelettrica ospita

un atelier pedagogico, e dove attraverso il gioco interattivo si capiscono processi complessi come la produzione di energia a partire dall'acqua, serviranno a far crescere i piccoli con sempre maggiore coscienza. È il modo ideale per formare cittadini e consumatori più attenti e sensibili».

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