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"Il gioco d'azzardo vera emergenza sanitaria" 

Parla l'assessore regionale alla sanità, il reggiano Carlo Lusenti: "Nel 2011 in Emilia Romagna abbiamo assistito 800 persone affette da questa dipendenza








REGGIO «Parlo da medico, prima ancora che da assessore alla sanità dell’Emilia Romagna: sgomberiamo subito il campo da qualunque favola. La dipendenza da gioco d’azzardo è una malattia a tutti gli effetti, riconosciuta dall’Organizzazione mondiale della sanità». Il reggiano Carlo Lusenti, assessore regionale alla Sanità ha firmato nei giorni scorsi l’appello della Gazzetta a sostegno dell’iniziativa del sindaco di Reggio Graziano Delrio che - in veste di presidente dell’Anci - ha scritto ai ministri Passera e Cancellieri per chiedere al governo di intervenire con norme chiare e stringenti per una maggiore regolamentazione del gioco d’azzardo.







Assessore, dal suo osservatorio, qual è la percezione di questo fenomeno?







«I numeri che sono usciti in queste settimane, anche frutto del grande lavoro svolto da Matteo Iori e dalla Comunità Papa Giovanni XXIII , sono davvero impressionanti: se il giro d’affari del gioco d’azzardo legale è pari a 80 miliardi, cioè, per capirci, più di quello dello stato del Nevada, allora le dò io una cifra di paragone, giusto per stare in tema».







Me la dia ...







«La disponibilità complessiva del Fondo sanitario nazionale, oggi, ammonta a 106 miliardi. Accostiamo questa cifra a quello del business generato dall’industria del gioco legalizzato e abbiamo solo una idea parziale del fenomeno, perché a questo va aggiunto il giro d’affari illegale, di cui non si ha contezza».







Gli effetti sulla sanità emiliano-romagnola di questo fenomeno quali sono?







«Anche in questo caso, i numeri parlano da soli: nel 2010 sono state assistite per dipendenza patologica da gioco d’azzardo 600 persone, che nel 2011 sono diventate 800».







Numeri pesanti...







«Assolutamente sì, anche perché quello che è assodato per l’Oms, non lo è per il governo Italiano. Ha capito bene: la dipendenza da gioco d’azzardo, in Italia non è ancora riconosciuta come patologia. Questo significa che le strategie di cura sono affidate alla sensibilità di questo o quel governo regionale».







Da questo punto di vista l’Emilia Romagna cosa sta facendo?







«Sta cercando di sostenere in tutti i modi possibili l’azione che in questi campi stanno facendo pezzi importanti del privato sociale. Ma se i numeri crescono a questa velocità, tutto ciò rischia di non bastare. Per questo stiamo lavorando, anche nel nostro piccolo, alla ricerca di soluzioni che intanto diano risposte alle emergenze. Della situazione e delle strategie da adottare discuteremo in un convegno che proprio l’assessorato ha organizzato per le prossime settimane».







Giusto quindi l’appello al governo da parte di Delrio?







«Sacrosanto, ma potrebbe non bastare: vede, questo è un tema che in Italia è sottovalutato, non c’è riprovazione sociale per coloro che gettano interi stipendi nel gioco. Anzi è lo stesso Stato che ti dice, in pubblicità “gioca in modo responsabile”. Ma intanto gioca... E quel che è più grave è che questo messaggio, lo Stato sta cercando di farlo passare persino nelle scuole».







Lo Stato vuole far cassa...







«Non è nemmeno vero questo. Non del tutto: lo Stato , da questi giochi, ci guadagna poco. Poi però spende molto per curare chi con questi giochi si rovina. Dal punto di vista sanitario e sociale. E questo altro non è che un vero e proprio cortocircuito».







All’epoca dei ticket sanitari imposti alle regioni da Tremonti lei, proprio da queste colonne, propose un’alternativa per soddisfare l’esigenza di fare cassa che l’ultimo governo Berlusconi aveva apertamente manifestato: tassare i vizi, come il fumo, l’alcol e il gioco. E’ ancora di questa opinione?







«Certo. E guardi che non invento nulla di nuovo, basta guardarsi intorno: la Francia ha introdotto la tassa sulle bibite gassate, in Danimarca, che certo non hanno i nostri problemi di bilancio nazionale, hanno addirittura introdotto la tassa sul grasso, ovvero sui grassi più nocivi».







Siamo quasi allo Stato Etico. O no?







«Non voglio questo, assolutamente no. Vorrei semplicemente che lo Stato si comportasse in maniera coerente di fronte a questo problema e ad altri simili. Tradotto: ci sono nella nostra società dei comportamenti che possiamo oggettivamente definire non salutari. Non posso eliminarli, men che meno per decreto. Ma posso, anzi devo scoraggiarli».







E uno dei modi possibili è quello delle norme più stringenti che chiede Delrio. Non è così?







«Certo, anche se non può essere l’unico. I sindaci non possono esser lasciati soli a combattere battaglie come questa. Occorre colpire le aziende che lucrano sul gioco con una tassazione molto più decisa di quanto non sia quella attuale. E il ricavato investirlo nel fondo sanitario nazionale proprio per finanziare i percorsi di cura».







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