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Cervarolo, sfilano i testimoni dell'eccidio

La prima volta davanti al giudice. Lacrime e una sola richiesta: «Punite quei criminali»

 VERONA. Ieri nevicava. Come il 20 marzo 1944. Il giorno dell'orrore a Cervarolo. Tribunale militare di Verona: davanti al giudice Vincenzo Santoro sfilano 15 testi nel processo a carico di Hans Georg Winkler, ex ufficiale della divisione Hermann Goering e di altri undici militari tedeschi accusati di stragi di civili a cavallo dell'Appennino tosco-emiliano, commesse tra la primavera e l'estate 1944. E in questo tragico rosario c'è anche Cervarolo di Villa Minozzo dove il 20 marzo '44 ventiquattro uomini, compreso il parroco, furono trucidati.  IL PROLOGO. Ma prima la ferocia nazista si era fermata a Monchio e in altri paesini del versante modenese. Così il primo a deporre è Ferruccio Pancani. All'epoca aveva 10 anni e abitava con la famiglia a Costrignano, poco fuori Monchio. Il 18 marzo tutti furono svegliati dal cannoneggiamento tedesco che arrivava da Montefiorino, Fuggirono verso i campi e i boschi poi verso mezzogiorno, credendo che tutto fosse finito rientrarono a casa, ma una pattuglia tedesca sorprese suo padre Giuseppe e altri 4 uomini. Messi al muro e subito fucilati: «Mio padre - ha detto - fu quasi decapitato con una raffica». Poi giura e depone Umberto Bernardi, nipote di Raffaele Abbati, altro caduto. Rievoca i racconti della madre, dei morti accatastati come fascine prima della sepoltura.  NATALINA. I ricordi di una bambina di 13 anni, Così è iniziata la serie di deposizioni dei testimoni per Cervarolo. La bambina di allora è Natalina Maestri. Ieri, per la prima volta dopo 66 anni ha raccontato l'angoscia di una vita: «Mi ricordo tutto, chiedetemi pure» ha detto con la schiettezza di una solida donna di montagna. «Il 19 don Pigozzi avvisó tutti gli uomini di scappare nei boschi perchè stavano per arrivare i tedeschi. Così in paese restarono solo donne e bambini. Arrivarono i soldati e ci dissero "fate tornare gli uomini, non gli faremo niente". Ci credemmo. La mattina dopo i tedeschi tornarono, cominciarono a buttare giù le porte e a prendere di tutto. Mio padre Sebastiano voleva nascondersi in soffitta. Non farlo, gli dicemmo, poi ti scoprono e ti ammazzano».  TRAGICO INGANNO. Uno ad uno gli uomini di Cervarolo vengono rastrellati e portati nell'aia. Non li ammazzano subito, li terranno lì, in piedi e al freddo, per tutto il giorno, illudendoli fino alla fine. Ancora Natalina: «I tedeschi ci dissero, preparate della roba da mangiare per i vostri uomini, li portiamo con noi in Germania. Poveretti, con quei fagottini in mano, li vedo ancora». Ma Natalina capisce ben presto la situazione: «Camminando con mamma e altre donne, abbiamo visto i corpi di due uomini stesi davanti alla loro casa». Erano Ennio e Lino Costi, padre e figlio, uccisi giá al mattino. Al tramonto i tedeschi cominciano a bruciare case e stalle, «abbiamo sentito le raffiche di mitragliatrice e siamo scappate verso i boschi. Gridavano "ci ammazzano tutti gli uomini". La mattina siamo rientrate. Nell'aia tutti morti, c'era anche il parroco, prima picchiato e poi spogliato. Intorno le case bruciate. Non avevamo più niente, per anni abbiamo chiesto l'elemosina, ma tutti ci hanno aiutato. Sono qui per chiedere giustizia, perchè quelle persone, quei criminali siano castigati. Non si puó descrivere quello che ci hanno fatto».  TALIDE. Talide Vannucci aveva 9 anni. «La mattina del 20 marzo quando mamma si affacció e vide i primi tedeschi urló a mio padre, Giovanni alzati e scappa. Ma lui restó a letto perchè era malato. Mio nonno Agostino era invece nella stalla. Lo presero subito. Da prepotenti entrarono in casa, erano in due con i mitra. Aprirono i cassetti e presero tutta la roba da mangiare. Poi salirono al primo piano e portarono giù papá. Presero anche un servizio di posate e l'orologio da taschino di nonno. Misero tutto in un elmetto». Come le altre donne e bambini, anche Talide fu costretta a lasciare Cervarolo. «Ma mi ribellavo, volevo rimanere accanto a papá». Poi cominciammo a sentire
sparare e vedere gli incendi delle case. Da allora il fuoco mi terrorizza. Del cappotto che aveva mio padre conservo un bottone trovato quando è stato riesumato. Oggi chiedo che per lui e gli altri sia fatta finalmente giustizia».  

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