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Nuovi testimoni per Cervarolo

Il pm Bruni ha raccolto i ricordi di sei persone sull'eccidio del 1944

 VILLA MINOZZO. Gli anni, anche se tanti, non fermano la memoria. Così si allunga la lista dei testimoni per l'eccidio di Cervarolo del 20 marzo 1944: 24 civili inermi fucilati dai tedeschi con la complicitá dei fascisti. Le parole di tre uomini e tre donne saranno usate nel processo in corso a Verona contro ex militari della Goering.  Per ascoltare chi ora ha i capelli bianchi, il volto segnato dalle rughe, ma con la testa ancora ben funzionante, il pubblico ministero Bruno Bruni al processo di Verona, ha compiuto un sopralluogo a Cervarolo e poi a Monchio, nel Modenese, altro teatro della barbarie nazifascista che vede imputati una dozzina di ex ufficiali e sottufficiali di reparti della divisione Goering che operarono nell' Appennino tosco-emiliano.  In totale Bruni ha raccolto undici nuove testimonianze da allegare agli atti processuali; di queste, sei per Cervarolo. Si tratta di tre uomini e altrettante donne che all'epoca dei fatti erano ragazzi e giovani: Italia Gigli; Cesare Merciadri; Remo Magnani; Marialuisa Paini; Remo Monchi e Paola Fontana.  Da ricordare alcune loro storie. Magnani aveva 14 anni quando nel marzo '44 a Civago sfuggì per miracolo a raffiche di mitra che gli spararono dei fascisti della Gnr (la guardia nazionale repubblicana). Remo Monchi, dopo la strage di Cervarolo, venne costretto dai tedeschi a trasportare delle cassette di munizioni. Il ragazzo arrivó così fino a Case Bagatti con gli uomini della Goering. Qui rischió di essere eliminato come scomodo testimone, ma alla fine in qualche modo riuscì a salvarsi.  Di assoluto rilievo, per la ricostruzione degli eventi che precedettero l'eccidio di Cervarolo, viene ritenuta la testimonianza fornita da Italia Gigli.  All'epoca lavorava nell'ufficio postale e telegrafico di Gazzano. La sera del 19 marzo (24 ore prima della strage) stava per chiudere l'ufficio quando fu fermata da alcuni militari (in paese erano giunti dei reparti per trascorrere la notte). L'anziana, in una nostra precedente intervista riferì che a costringerla a tornare in ufficio «furono dei tedeschi, ma c'era anche un fascista in divisa. Era delle nostre parti perché parlava in
dialetto». La Gigli venne costretta a trasmettere ordini via telegrafo. Erano le direttive per l'azione di rastrellamento e accerchiamento di Cervarolo prevista per il giorno dopo. La donna avrebbe anche ascoltato delle telefonate con il capo della Gnr che in quelle ore si trovava a Villa Minozzo.

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