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Diamanda Galàs preziosa e tagliente seduce il Valli

REGGIO. In sala è tutto nero, dark, come i suoi capelli lunghi, il suo abito. Per contrasto sono rimaste accese le luci piccole del Valli, quelle dei palchi e si crea un effetto simile alle installazioni di Boltanski. Lei si siede al pianoforte e attacca «Anoixe Petra». La sua voce si espande, anzi deflagra ai confini della tolleranza. Si propaga come un'onda tellurica che invade i corpi degli spettatori e li ingurgita. Lei è Diamanda Galas, autentico fenomeno vocale, prima di tutto tecnicamente poiché la sua estensione arriva a quattro ottave: poco meno di quella del piano che suona magnificamente.

E poi quello che sa fare, il suo modo unico di «trasformare» la musica: suddivide la sillabe delle parole sulle quali inventano centinaia di suoni nuovi. Il nome di questa cantante, il cui recital rientrava nell'ambito del Festival Aperto, evoca il diamante e non a caso come quella pietra è preziosa ma nel contempo tagliente, dura, irresistibile.  Seguono altri brani famosi del suo repertorio, in cui la potenza del suo canto evoca immagini oscure che risuonano dentro con violenza.  Alterna un miscellanea di timbri e suoni, ora ad emissione grezza, ora a voce piena, ora in maschera. Assolutamente unica nel suo porgersi.  La particolarità sono i passaggi melismatici secondo uno stile vocale primitivo, tipico della nostra musica occidentale, che si ritrova anche nei canti tribali: fioriture, vocalizzi che hanno dello strabiliante.  Diamanda si ferma magari su un suono e lo parcellizza, spalmando la sillaba su varie note, e quindi canta modulando l'intonazione, facendolo, e qui sta l'eccezionalità, senza interrompere l'emissione vocale.

Nata a San Diego da genitori di origine greco-ortodossa (sono stati loro ad iniziarla alla musica) Diamanda Galàs è sulle scene da circa trent'anni dopo essersi diplomata in pianoforte ed aver compiuto approfonditi studi in composizione e canto lirico, nel corso dei quali ha saputo costruirsi una biografia artistica e musicale da potersi definire senza esagerare davvero leggendaria.  Adesso Diamanda è una personalità forte, unica forse. che si è inventata una linea di canto capace di inglobare diversi stili dal classico al jazz al popolare senza che il pubblico senta lo stacco di un passaggio dall'uno all'altro genere.  Sensazionale il suo modo stridente di iniziare il canto spesso dopo un introduzione pianista poetica dolce che richiama Rachmaninoff piuttosto che Skrjabin.  Subito dopo è però la voce che affiora pronta a restituire canzoni celeberrime come «Amsterdam» di Jacques Brel come enormi macchie di colore.  Brani come «Amours Perdues» o «Gloomy Sunday» prevalentemente basati su note basse, lacerano nella loro irrimediabile tragicità: «i sogni come il mio cuore erano tutti rotti» grida l'amante in un'atmosfera di morte.

E Diamanda, sferza tutto lo spazio di cui dispone. A volte la canzone necessita dell'emissione di due linee melodiche in contemporanea e lei moltiplica gli eco che rimbalzano nella sala creando un'atmosfera di una suggestione unica. Irripetibile.  Diamanda non si risparmia in nulla e si sforza perfino di parlare in italiano, poche parole per annunciare la bellezza dei versi di Kavafis, uno dei suoi autori preferiti: ci canta «In Despair» come fosse una preghiera
dai vaghi accenti orientali.  E cattura di nuovo una platea che alla fine si scatena in un lungo e caloroso applauso. Nella consapevolezza di avere vissuto un'esperienza nel suo genere assolutamente unica.

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