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TERRORE ROSSO

I più svelti a sparare furono i comunisti di Reggio

«Adesso le presenteró un rendiconto del lavoro svolto dai gappisti nei primi mesi della guerra civile», dissi a Livia. «È un elenco incompleto, ma credo preciso. Lette in successione nelle pagine di un libro, possono sembrare vicende da poco. Ma dietro ogni data e ogni nome si nasconde un dramma terribile, la morte di un essere umano, una storia coperta di sangue. Chi l'ha sofferta non l'ha di sicuro scordata. Scrivendo i miei libri sulla guerra civile ho imparato subito una veritá: i vinti non dimenticano».  Livia mi interruppe: «Lo dice con malinconia o sbaglio?».  «Non sbaglia» ammisi. «Il dolore degli altri, anche di quelli che non mi assomigliano, mi turba sempre. E le confesso che ne scrivo con fatica. Ma ho scelto io di narrare della nostra guerra civile e del tanto sangue che è stato versato in quegli anni orrendi. Dunque non ho il diritto di lamentarmi. Anzi, devo cercare di essere il più razionale e freddo possibile. «I più svelti nel cominciare a sparare» raccontai, «furono i comunisti di Reggio Emilia. Il primo morto lo fecero appena quindici giorni dopo l'armistizio, la sera del 23 settembre 1943. Accadde a San Martino in Rio, un paese della Bassa, sul limitare della provincia di Modena. Era di sera e nella frazione di Gazzada un signore se ne stava a casa tranquillo. Era Guido Tirelli, un ex squadrista di 44 anni. Qualcuno lo chiamó dalla strada. Tirelli si affacció sulla porta e uno sconosciuto lo freddó con due colpi di rivoltella. Il killer era arrivato in bicicletta. E se ne andó via pedalando con calma. Prima di ripartire, lasció sull'uscio del Tirelli un foglietto di taccuino. Sopra c'era scritto a matita il seguente messaggio: "Per ordine di Badoglio così finiscono le spie dei tedeschi"... Il 15 dicembre ritornarono sulla scena i gappisti di Reggio Emilia. Questa volta la vittima scelta dai killer era un fascista di Cavriago: Giovanni Fagiani, 50 anni, seniore della Milizia e giá comandante della 79ª Legione. Stava rincasando in bicicletta insieme alla figlia Vera, una ragazza di 19 anni. Due ciclisti avvolti nel tabarro lo affrontarono in localitá Prato Vecchio e lo investirono con una tempesta di rivoltellate. Dopo averlo ucciso, spararono anche a Vera che tentava di soccorrere il padre. La ragazza si salvó, ma rimase cieca».  «Questo elenco di delitti mi atterrisce!» esclamó Livia. «Sparare anche a quella povera figlia mi sembra un gesto ancora più barbaro». «Ha ragione. Il delitto Fagiani destó molto clamore nel Reggiano. Nacque una leggenda, quella dei giustizieri della notte. Si cominció a dire che erano militari inglesi travestiti da contadini grazie al mantello, il tabarro. E che usavano armi sofisticate: piccoli fucili, capaci di sgranare un rosario di proiettili silenziosi. Altri sostenevano che si trattava di russi, sbarcati dai partigiani jugoslavi sulla Riviera romagnola e arrivati nel cuore dell'Emilia per preparare la rivoluzione proletaria. In realtá si trattava di un piccolo nucleo di comunisti, una decina di persone, al massimo venti. Erano agli ordini di un comitato militare formato da tre dirigenti. Un compagno gli aveva portato un ordine del partito. Diceva di compiere atti di sabotaggio. E soprattutto di colpire i fascisti della pianura reggiana. Le racconteró tra poco in che modo questa linea si scontró con quella di una piccola banda, destinata a diventare molto famosa: il gruppo dei fratelli Cervi»...  Dissi a Livia: «La storia dei Cervi è stata giá raccontata molte volte. Ma quasi mai si è messo in luce che si erano trovati in contrasto con la linea comunista dell'autunno inverno 1943. Parlo di quella che privilegiava il terrorismo urbano, piuttosto che la guerra per bande in montagna. E adesso le racconteró quel poco che so. I Cervi avevano messo in piedi una piccola banda ed erano andati a stabilirsi sull'Appennino... a Cervarezza, una frazione di Busana, a 800 metri d'altezza, non lontana da Passo del Cerreto. E avevano deciso di attestarsi lì, presidiando il paese. Ai capi comunisti di Reggio la faccenda non piaceva. I Cervi erano considerati anarchici senza disciplina, per nulla disposti a mettersi agli ordini del Pci. In più avevano raccolto ex prigionieri di guerra, russi, inglesi, sudafricani. Gente pronta di mano e capace di essere violenta anche nei confronti dei civili. Due inviati del Pci salirono a Cervarezza per convincere i Cervi che stavano sbagliando. Gli dissero che la banda era troppo piccola e si trovava vicina a due comandi fascisti. Dovevano lasciare l'Appennino, scendere in pianura e unirsi ai primi nuclei dei Gap, l'unico reparto militare in grado di spargere il panico tra i fascisti. Ma il capo del gruppo, Aldo Cervi, respinse la proposta. E mandó a quel paese gli inviati del Pci, accusando i comunisti di essere deboli e opportunisti». «Fu così che i Cervi firmarono la loro condanna a morte?» domandó Livia. «Questo non possiamo dirlo. Ma sta di fatto che con l'arrivo dell'inverno la banda Cervi fu costretta a lasciare la montagna. E la famiglia si ritrovó tutta nel podere di Gattatico, verso la Bassa, sul confine tra Reggio e Parma. Qui vennero catturati la mattina del 25 novembre 1943, da un plotone della Gnr a ranghi ridotti, una trentina di militi. L'impressione è che siano stati venduti o traditi da qualcuno del Pci. Ma è soltanto un'ipotesi, sia pure diffusa, e nient'altro. I sette fratelli Cervi, insieme al padre Alcide, stavano giá in carcere da un mese e due giorni, quando a Bagnolo in Piano i gappisti uccisero il fascista Onfiani. La mattina successiva, quella del 28 dicembre, tutti i fratelli Cervi vennero fucilati. L'unico risparmiato fu il vecchio Alcide. Nonostante le prime rappresaglie, l'offensiva dei Gap continuó...». Livia mi interruppe: «Forse dovremmo dire: grazie alle prime rappresaglie, i Gap si sentirono incitati a continuare».  «Obiezione accolta» ammisi. «Il 13 gennaio 1944 a Genova, in via XX Settembre, i gappisti ritornarono all'attacco. Erano le sei di sera e vennero presi di mira due ufficiali tedeschi che uscivano dall'Hotel Bristol, dove erano alloggiati. Li aspettarono sotto i portici, all'altezza della chiesa della Consolazione. A sparare furono Giacomo Buranello e Walter Fillak, due giovani comunisti. Scano e un altro gappista facevano da copertura sul lato opposto della strada. Uno degli ufficiali morì nella notte in ospedale. L'altro si salvó, ma restó menomato. Quella volta la reazione dei tedeschi e dei fascisti fu immediata. Nella notte fra il 13 e il 14 gennaio, vennero prelevati dalle carceri di Marassi otto detenuti politici antifascisti. Un tribunale militare speciale, convocato dal capo della provincia di Genova, Carlo Emanuele Basile, li processó e li condannó a morte. La sentenza venne eseguita subito, al forte San Martino, sulle alture della cittá». «Stava accadendo quello che i comunisti volevano» osservó Livia.  «Sì. E per ironia della sorte tra i fucilati c'era un giovane insegnante amico di Buranello: Dino Bellucci, di 32 anni. Gli altri erano un tipografo, uno straccivendolo, un tranviere, un giornalaio, un meccanico saldatore e un oste. L'ottavo era uno degli spagnoli arrivati da Ventotene con Scano: Giovanni Veronelli, 58 anni, di Sesto Fiorentino, a Genova da molti anni, comunista, volontario nella Brigata Garibaldi e rimasto ferito sul fronte dell'Ebro. Ma la rappresaglia non si concluse con quell'esecuzione. La sera del 15 gennaio ci fu una retata di antifascisti giá schedati dalla polizia. Gli arrestati vennero uniti ad altri prigionieri
politici. In tutto erano quarantadue. Il giorno successivo partirono per il lager di Dachau, da dove ritornarono in pochi».  «Non era un prezzo troppo alto per l'uccisione di un ufficiale tedesco? Otto fucilati, quarantadue deportati!» esclamó Livia. Le replicai: «Non cerchi una risposta da me»...

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