Quotidiani locali

Lavoratori come schiavi per 4 euro l’ora

In un capannone in via Monti Urali sono state scoperte 47 persone: 8 arresti

Una telefonata concitata da una cabina telefonica, poche parole pronunciate in un italiano zoppicante, ma con un messaggio molto chiaro: «Aiutateci, viviamo e lavoriamo in condizioni penose». E grazie a quella segnalazione, giovedì sera la polizia ha scoperto l’ennesimo capannone della vergogna: un edificio diviso a metà, da una parte le postazioni per lavorare, dall’altra una specie di albergo con 21 camere, un refettorio, una cucina, servizi igienici e pure un piccolo spazio ricreativo. E’ lì che vivevano e lavorano 47 persone, tutte di origine cinese.

Quella chiamata anonima al 113 ha permesso alla polizia di avviare un’indagine che si è chiusa in pochi giorni e che ha consentito agli agenti di arrestare otto persone, sette perché non avevano rispettato un precedente ordine di espulsione, una per reati pesantissimi: dalla ricettazione allo sfruttamento della manodopera clandestina, fino al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.
IL BLITZ. L’operazione della polizia - che ha visto all’opera cinque volanti e altre cinque pattuglie del reparto Prevenzione crimine - è iniziata giovedì intorno alle 20 e si è conclusa ieri mattina alle 6.
Quando gli agenti sono entrati all’interno del capannone di via Monti Urali, hanno sorpreso 47 persone, tutte di origine cinese: 21 di loro avevano il permesso di soggiorno, mentre le altre erano clandestine. Tutti lavoravano senza alcun contratto (a 4 euro l’ora) e quasi nessuno ha saputo, durante il primo controllo, spiegare la propria presenza all’interno del capannone.
Ma gli agenti - che hanno lavorato in collaborazione con due ispettori della Direzione provinciale del lavoro e una squadra dei vigili del fuoco - in fretta hanno fatto chiarezza su come funzionava l’interno del capannone. Il titolare del laboratorio di confezioni aveva organizzato tutto alla perfezione, suddividendo l’edificio in due spazi uguali. Da una parte un’area dove aveva installato 40 postazioni di lavoro, dall’altra aveva costruito, realizzando pareti in cartongesso, una specie di albergo con 21 camere da letto matrimoniali. A disposizione dei suoi operai, l’uomo aveva poi anche installato una cucina, realizzato un refettorio e addirittura trovato il modo per creare uno spazio gioco per i figli dei suoi dipendenti. Ma proprio per cercare di tenere fuori i bambini da quell’edificio, in modo tale che non disturbassero la produzione, alcune persone di origine vietnamita erano state incaricate di occuparsi dei più piccoli. Tanto che durante il blitz della polizia, al capannone di via Monti Urali si sono presentati due giovani orientali con in braccio tre bambini: non erano altro che i baby sitter «improvvisati» di alcuni figli degli operai.
GLI ARRESTI. In manette sono così finite sette persone che avevano alle spalle un vecchio ordine di espulsione mai rispettato.
Uno di loro non ha nemmeno affrontato il processo ed è stato espulso direttamente, mentre gli altri sei sono apparsi ieri pomeriggio, in tribunale, davanti al giudice Silvia Semprini che ha convalidato gli arresti e concesso il nulla-osta per l’espulsione (già eseguito). I sei saranno giudicati, con rito abbreviato, il 31 marzo. Tutti i clandestini sono difesi dall’avvocato Vito Pellegrino. Ma in cella è finito anche il titolare dell’azienda, Bin Wang, che oggi o al massimo lunedì, si presenterà assistito dal suo legale (sempre Vito Pellegrino) in tribunale davanti al gip per l’udienza di convalida dell’arresto. Le accuse a suo carico sono pesanti: durante le indagini - coordinate dal pm Valentina Salvi - è emerso che l’uomo non solo favoriva l’ingresso in Italia di clandestini, ma ne sfruttava pure la manodopera. L’imprenditore dovrà anche rispondere di ricettazione, perché durante il blitz della polizia non ha saputo dare risposte convincenti in merito alla provenienza di tutti i macchinari utilizzati dai lavoratori durante la produzione. In più, nel 2004, lo stesso imprenditore era finito nei guai per gli stessi reati: anche in quell’occasione l’imprenditore era stato sorpreso all’interno di un capannone della vergogna.
IGIENE E SICUREZZA. Mentre il governo, anche sull’onda emotiva dell’ultima tragedia sul lavoro avvenuta a Molfetta, ha accelerato i tempi per la pubblicazione del decreto sicurezza, la polizia durante l’intervento di giovedì ha trovato di tutto. Nessuna norma, nemmeno le più elementari, in termini di sicurezza del lavoro, è stata rispettata, senza poi parlare delle norme igienico-sanitarie. Lo hanno accertato gli ispettori della Direzione provinciale del lavoro oltre ai tecnici dei vigili del fuoco che hanno appurato impianti del gas e impianti elettrici pericolosi. E’ anche per questi motivi che il capannone in via
Monte Urali è stato posto sotto sequestro, mentre la Dpl sta accertando il resto delle norme violate: dalla mancanza dei registri delle presenze, fino all’evasione fiscale. Da quanto accertato fino a questo momento, l’unico contratto regolare stipulato dall’imprenditore era quello di affitto.

I COMMENTI DEI LETTORI

TrovaRistorante

a Reggio Emilia Tutti i ristoranti »

Il mio libro

PERCORSI

Guida al fumetto: da Dylan Dog a Diabolik