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Che fine ha fatto il modello emiliano?

COSA STA ACCADENDO in questi anni al modello emiliano, quel concentrato di virtù civiche, senso comunitario ed efficienza e vitalità economica (che si era espressa, in primo luogo, attraverso il distretto industriale e i suoi derivati) così tipico dell'Emilia-Romagna? Da qualche tempo, si è avviata una discussione al riguardo che tende, però, per lo più, a privilegiare gli elementi di continuità e di tenuta di questo paradigma socioeconomico e politico studiato da generazioni di economisti, sociologi e pianificatori (come Sebastiano Brusco, Patrizio Bianchi, Gilberto Seravalli, sino all'urbanista reggiano Osvaldo Piacentini).
Il saggio di cui pubblichiamo un brano, tratto dal numero della rivista bimestrale Il Mulino in uscita in edicola e in libreria domani, giovedì 13 dicembre, propone un'analisi motivata e di scenario degli elementi di crisi di questo modello in cui sono cresciute e si sono socializzate generazioni di emiliani. Una crisi seria, che rischia di generare (e sta già producendo) conseguenze dirompenti su un modello identificato come nettamente positivo e capace di tenere insieme coesione sociale e sviluppo economico territoriale. Una crisi al tempo stesso sociale e di scenario, di idee, di progettazione, sulla quale si innestano gli effetti negativi, non governati, dei processi di globalizzazione che si producono su scala internazionale e si scaricano a livello locale, all'insegna di una tipica logica glocal. L'analisi passa in rassegna la storia recente e le varie componenti del modello emiliano - indicato come un paradigma strettamente fondato sulla realtà, ma dotato da tempo di una valenza simbolica forte nel resto del paese e a livello internazionale - e ne descrive le metamorfosi, le difficoltà sempre maggiori e le involuzioni. E si chiude invitando la politica a riprendere progettualità e ruolo, sola via d'uscita per un contesto territoriale così intrecciato con essa.
L'autore, Massimiliano Panarari, è un consulente di comunicazione e un politologo (docente a contratto presso l'università Iulm di Milano e collaboratore di Repubblica) di origini reggiane che si dedica da tempo alla riflessione su questo soggetto e su questi temi.
Se gli indicatori economici e di crescita - ammesso e non concesso che questa possa venire considerata di per se stessa un toccasana, proprio mentre una corrente di economisti ci dice, dati alla mano, che il Pil non rende più felici - restituiscono il quadro di un'area decisamente in salute, andando a guardare con attenzione, per parafrasare uno slogan divenuto celebre, molti segnali evidenziano tuttavia un'«Emilia sazia e (un po') disperata».
Le statistiche (dell'Istat e di ricerche di varia matrice e provenienza) mostrano come in queste terre il capitale sociale sia largamente presente, sull'onda di un'eredità assai positiva e apprezzata, che affonda, però, le sue radici decisamente nel passato. La riproduzione di tale patrimonio, immateriale ma dagli effetti molto concreti e tangibili, costituisce un aspetto problematico. Sul quale pesano, naturalmente, fattori generali, generazionali e di mutamento dello Zetgeist, ma che palesa una speciale drammaticità proprio nella regione per antonomasia delle bocciofile e delle polisportive, dei donatori di sangue, dei circoli Arci e Acli. [...]
Il valore d'uso e di scambio che ha avuto maggiormente corso in Emilia (e l'ha fatta grande), infatti, è stato, sino a non molto tempo fa, l'idea della «responsabilità personale» - insieme al pragmatismo e al proverbiale senso pratico - ovvero un imperativo morale di ascendenza quasi protestante nell'Italia barocca e pietistica, che si vedrebbe collocabile naturaliter nella Torino sabauda (e, in particolare, nella sua purtroppo brevissima parentesi azionista), piuttosto che nella Bologna dei tortellini e delle due Torri. Proprio perché per stabilizzare il reddito medio pro capite su livelli secondi solo all'iperglobalizzata (e tragicamente diseguale) regione della «Grande Londra», garantire un'ammirevole coesione sociale, produrre montagne e stratificazioni di record da Guinness dei primati (dagli «asili più belli del mondo» del metodo pedagogico di Loris Malaguzzi a Reggio Emilia alla motoristica di Modena, dall'avventura intellettuale del Mulino a Bologna alla concertistica di Parma, dalla musica leggera alla meccanica di precisione equamente distribuite sul territorio), occorre avere uno spiccato senso di responsabilità, sola garanzia del fatto che le cose vadano a buon fine. E anche, necessariamente, una certa considerazione di sé. L'autocoscienza del proprio valore che sotto la bonomia e l'apparente modestia gli emiliani, e i romagnoli, hanno sempre posseduto in quantitativi abbondanti, come pure, continuando nelle verità talmente autentiche da essere divenute cliché, quel tasso di creatività (mista a una «follia felliniana») senza la quale non si produce, per esempio, la scocca della Ferrari.
Senza fare della «psicostoria» spicciola, lo specchio in cui la gens emiliana si rifletteva, traendone la consueta (oltre che del tutto meritata) immagine ottimistica e rassicurante, si è incrinato, producendo recentemente qualche serio problema di autostima.
Un sensazione di disagio palpabile, di malessere diffuso, che si coglie visitando le città lungo la via Emilia, o per meglio dire percorrendo quell'unica conurbazione, pressoché senza soluzione di continuità, quella «metropoli espansa», che è la Los Angeles emiliana, come andava di moda dire alcuni anni fa. La baumaniana vita liquida non ha per niente risparmiato le (fino a poc'anzi) solidissime pianure intorno al Po, e pare anzi averne intaccato la psicologia collettiva.
Se la parte può valere per il tutto, si può assumere un caso emblematico, quello di Sassuolo, in provincia di Modena, la capitale del distretto ceramico, in cui si concentra una larga fetta della produzione nazionale di piastrelle12. Le previsioni di Assopiastrelle (Confindustria) sino al dicembre 2007 delineano per il settore un ridimensionamento del volume dell'export del 2-3%, e, al contempo, un incremento dei ricavi pari al 3%. Mentre la competizione globale si fa più accesa e serrata, gli industriali emiliani reagiscono evidentemente qualificando la produzione, all'insegna di uno sforzo di creatività che persiste e si riproduce, e spingendo sull'internazionalizzazione che non si traduce sic et simpliciter in delocalizzazione, ma serve a garantire la presenza in loco per presidiare i mercati esteri.
L'economia, dunque, combatte e non si arrende - anche se il territorio e gli ecosistemi, eccessivamente antropizzati, ne pagano spesso un prezzo eccessivo - ma si trova non di rado sola. E se Sassuolo, insieme a Modena e Carpi, è sede dell'eccellente Festival Filosofia organizzato dalle amministrazioni locali insieme alla Fondazione Collegio San Carlo, qualche tempo fa è stata teatro di sgomberi di immigrati responsabili di occupazioni abusive di case, con lo scatenarsi di forti tensioni, mai avvertite finora nella placida città delle piastrelle. Una situazione che aveva fatto parlare di riots e di Bronx per indicare il quartiere sassuolese dove molti immigrati vivono. Uno shock, dunque, in cui finivano per confluire fenomeni di natura diversa, su molti dei quali si preferisce stendere un velo più o meno pietoso, o di fronte a cui si ritiene meglio distogliere lo sguardo, dall'esigenza fortissima di manodopera straniera a basso costo per lavori non qualificati e che gli italiani preferiscono evitare (il caso dell'impressionante e abnorme involuzione edilizia della città di Reggio Emilia, a dispetto degli sforzi della giunta in carica di regolare le costruzioni, è sotto gli occhi di tutti), l'economia illegale degli affitti in nero (un tipico caso di falsa, falsissima coscienza degli italiani), le ovvie e inevitabili differenze culturali (che presentano una dismisura rispetto agli sforzi di mediazione messi in campo dagli enti locali).
Ma gli esempi che
si possono prendere sono tanti, e parlano tutti di una società complessa che mette in crisi il modello di coesione cui generazioni di emiliani erano state accostumate e dal quale erano state civilizzate.
(Il testo è pubblicato
per gentile concessione
de Il Mulino)

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