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È Francesco iI paladino dei diritti del pianeta

L'opinione

In Cile dai mapuche, in Perù con i popoli amazzonici, il viaggio apostolico ha portato papa Francesco a incontrare quelli che lui stesso ha definito i fratelli più vulnerabili. Prendendoli ad esempio: «La loro presenza ci ricorda che non possiamo disporre dei beni comuni al ritmo dell’avidità del consumo. È necessario che esistano limiti che ci aiutino a difenderci da ogni tentativo di distruzione di massa dell’habitat che ci costituisce».

Ai rappresentanti delle comunità locali Francesco ha donato la “Laudato si’”, tradotta nelle loro lingue. Per poi affrontare il tema della salvaguardia del pianeta e dei diritti umani con un monito: «Dobbiamo rompere il paradigma storico che considera l’Amazzonia come una dispensa inesauribile degli Stati senza tener conto dei suoi abitanti. Considero imprescindibile compiere sforzi per dar vita a spazi istituzionali di rispetto, riconoscimento e dialogo con i popoli nativi».

E lanciare il suo messaggio laico e “rivoluzionario”: «Ci è chiesta una speciale cura per non lasciarci catturare da colonialismi ideologici mascherati da progresso che a poco a poco entrano e dilapidano identità culturali e stabiliscono un pensiero uniforme, unico... e debole». Vittime sia della strage perpetrata dai “garimpeiros”, ossia i cercatori d’oro che privi di scrupoli per procurarsi il prezioso metallo devastano l’ambiente e massacrano vite umane, che delle industrie e delle multinazionali dedite allo sfruttamento delle risorse dell’Amazzonia. La corsa all’oro nella regione amazzonica di Madre de Dios in Perù è iniziata nei primi anni ’80. Dopo 30 anni di scavi i minatori hanno spazzato via oltre 50mila ettari di foresta e riversato tonnellate di mercurio e cianuro nelle acque dei fiumi limitrofi.

Nel 2016 il governo di Lima ha proclamato l’emergenza ambientale. Secondo le analisi degli studiosi l’area più contaminata è a monte dall’estrazione mineraria, nel tratto del fiume Madre de Dios, tra le città di Boca Colorado e Boca Manu, una zona cuscinetto del parco nazionale di Manu, che l’Unesco ha riconosciuto il luogo più ricco di biodiversità della Terra. Studi recenti sostengono che il livello di contaminazione delle acque è cronico, quindi, oltre alla potabilità agisce direttamente sulle specie ittiche, generando “rischi significativi per la salute” delle comunità locali, specialmente nei bambini delle popolazioni indigene che vivono lungo le insenature dei fiumi e la cui dieta alimentare è centrata sul pesce.

Il Perù è uno dei principali produttori d’oro al mondo, gran parte dell’esportazione è diretta in Canada, India, Svizzera, Regno Unito e Stati Uniti. Ed è parallela ad un mercato nero gestito da organizzazioni criminali. Si stima che il 28% di tutto l’oro in Perù è estratto illegalmente, con miniere abusive sotto il controllo di spietati narcotrafficanti: 35 tonnellate d’oro del valore di oltre 1 miliardo di dollari sono state contrabbandate fuori dal Paese nel 2014, in soli nove mesi. Ogni anno 30 tonnellate di mercurio sono riversate nei fiumi e nei laghi. Il Perù è tra gli stati che ha ratificato la convenzione di Minamata del 2013 sul mercurio, adottata dal Consiglio Europeo lo scorso maggio e firmata, insieme all’Italia, da 128 stati. Un trattato globale giuridicamente vincolante che impegna le parti a regolamentare l’estrazione artigianale e su piccola scala.

Le miniere d’oro sono alla base della rapida e dolorosa deforestazione dell’Amazzonia. Intere aree sono state trasformate in terre desolate e desertiche. Una tragedia sociale e ambientale, che è stata nascosta per anni, prima che la “bomba a orologeria” innescata dall’inquinamento diventasse di pubblico dominio. La visita del vescovo di Roma assume, quindi, un valore altamente politico. Non è un caso che mentre Bergoglio abbracciava
l’Amazzonia il governo peruviano annunciava l’istituzione del parco nazionale Yaguas, 8.690 chilometri quadrati di estensione. La battaglia ambientalista di papa Francesco parte dal suo Continente, ma riguarda tutta la Terra.

@degirolamoa

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